[Recensione] Black Panther

Di Andrea "Geo" Peroni
9 febbraio 2018

Tra gli appuntamenti sempre più cosmici o globali dei Marvel Studios, che attentamente alternano le varie proposte per venire incontro ad un pubblico sempre più vasto e voglioso di sapere di più di questo immenso Universo Cinematografico, ci sono i film in “solitaria”. Spider-Man: Homecoming, la scorsa estate, è stata un’ottima sorpresa capace di farci conoscere un Peter Parker inedito nonostante la sua terza incarnazione nel giro di pochi anni. Black Panther quest’anno, allo stesso modo, è una rivelazione per tanti motivi, un nuovo tassello forse fondamentale per il Marvel Cinematic Universe.

Abbiamo conosciuto il giovane T’Challa in Captain America: Civil War, quando la Pantera Nera per la prima volta si mostrò al mondo, e lo ritroviamo qui, in Wakanda, pochi giorni dopo la morte del padre per andare incontro al suo reale destino. Una nazione che, come i più accaniti conoscitori del mondo della Casa delle Idee sanno, nasconde un grandissimo segreto. Ritenuta dal mondo intero come un povero Paese, abitata da contadini e allevatori, il Wakanda è infatti in realtà la nazione più tecnologicamente avanzata del pianeta grazie alla straordinaria versatilità del Vibranio, il metallo più resistente al mondo e del quale abbiamo già avuto un assaggio delle possibilità in Avengers: Age of Ultron, quando venne utilizzato da Ultron per creare Visione. Purtroppo per T’Challa, però, il regno si sta lentamente sfaldando, tra fazioni che ancora propendono per una più sicura prosecuzione delle tradizioni, che vedono il Wakanda isolarsi dal resto del mondo per tenere nascosto il suo potere, e personaggi carismatici che invece sono convinti di poter cambiare non solo la nazione ma l’intero pianeta.

Ryan Coogler, regista del nuovo film Marvel, è stato abile e deciso nel dare al blockbuster un’impronta decisa, netta, per far sì che il tutto mantenesse la propria identità senza dimenticare le origini della storia della Pantera Nera. Black Panther, e questo lo si assaggia già nelle prime sequenze, trasuda di tradizioni africane e afroamericane: dai costumi al linguaggio autoctono, dai riti tradizionali agli usi, così come anche nelle musiche curate da Kendrick Lamar che si fondono alla perfezione con temi più suntuosi e afroamericani per formare forse qualcosa di mai sentito prima ma che funziona. Funziona perché riflette esattamente il Wakanda che ci viene mostrato. Una nazione che non dimentica le proprie umili origini ma che ha saputo guardare ad un futuro radioso, dove la tecnologia e il progresso la fanno da padroni, creando una delle metropoli più suggestive di sempre vista la fusione di temi così differenti. Una lode in più in questo senso, come sempre, per il reparto degli effetti speciali, che ci restituisce anche scorci mozzafiato e giochi di luce durante i più concitati combattimenti che sono goduria per la vista.

A guardarlo da vicino, Black Panther non sembra neanche un cinefumetto. Non manca l’azione, certo, così come neanche i classici momenti comici per stemperare la tensione, che in realtà non sono poi neanche tanti e soprattutto non invasivi come in altri film del passato. Ma a tutto questo si uniscono elementi drammatici e politici, e addirittura da spy story, con momenti alla 007 grazie anche al particolare ruolo che è stato cucito addosso a Letitia Wright che interpreta Shuri, la cervellona sorella di T’Challa che costruisce per lui congegni ipertecnologici. A nostro avviso, Coogler è stato bravissimo a dosare ogni genere a seconda del momento, lasciando perdere i discorsi un tantino esagerati della prima parte del film che fanno spazio nella seconda metà a pura azione. Merito anche di chi ha davvero interpretato il film, ovviamente. In effetti, tutti gli attori scelti hanno saputo dare la loro impronta ai personaggi, capaci di entrare nella parte in alcuni casi di bucare lo schermo. È il caso di Andy Serkis, l’Ulysses Klaue vecchia conoscenza del MCU che ancora una volta da una prova attoriale molto importante delle sue capacità, come se ce ne fosse bisogno. Ma è anche, e soprattutto, il caso di Michael B. Jordan, la ex-Torcia Umana ora Eric Killmonger che da villain incarna perfettamente lo scontro generazionale che sta avvenendo in Wakanda, protagonista non tanto di evoluzioni ma di grandi momenti nel film che ce ne fanno apprezzare la scrittura, tra stravolgimenti di fronte e colpi di scena.

Black Panther è un film che funziona, probabilmente molto bene, anche se circa 10 minuti di film risultano superflui senza però essere pesanti da sopportare. Chadwick Boseman ha saputo replicare in toto quanto di buono gli abbiamo visto fare in Civil War, eclissato però in quel momento da altri mostri sacri come Robert Downey Jr. e Chris Evans, e il ruolo di Pantera Nera gli calza ora a pennello, incarnando il vero significato di ciò che questo nome rappresenta. Spiccano i villain, troppo spesso lasciati al loro destino nei film Marvel e che invece qui hanno importanti sequenze da protagonisti grazie a Jordan e Serkys, mentre le spalle come Martin Freeman (agente Everett Ross) e Lupita Nyong’o (Nakia) non convincono pienamente seppur il loro sia solo un ruolo appunto di supporto. Maltrattati invece personaggi come Forest Whitaker, il cui minutaggio non rende giustizia (ma sicuramente meglio di quanto ne aveva avuto in Rogue One: A Star Wars Story). Un film, in definitiva, che ha saputo conquistarci nonostante (non lo nego) le iniziali perplessità, e che fa leva ancora una volta, nascondendolo in piena vista in film fatto di fantascienza e azione, su un tema forte come le discriminazioni e le difficoltà razziali, ancora oggi purtroppo di attualità. La cosa che probabilmente vi rimarrà più impressa del film, comunque, è l’imponente lavoro di truccatori, artisti e animatori. Colori e tinte tanto differenti tra loro, decorazioni di un mondo ben lontano dal nostro ma che vengono trattate con estrema naturalezza, in un film che vuole essere un inno alla tecnologia mostrando però quanto sia difficile abbandonare le proprie tradizioni.

Per chiudere e dare la classica buona notizia ai fan, il film presenta due scene post-credits. Una è in realtà una sorta di reale chiusura del cerchio, che avrebbe potuto tranquillamente essere inserita a conclusione del film. L’altra, invece… Beh, mi limito a dirvi che potrebbe avere un qualche collegamento con uno dei prossimi film dei Marvel Studios. Siete avvisati.



Entra a contatto con uno strano oggetto chiamato "videogioco" alla tenera età di 5 anni, e da lì in poi la sua mente sarà focalizzata per sempre sul mondo videoludico. Fan sfegatato della serie Kingdom Hearts e della Marvel Comics, che mi divertono fin da bambino. Cacciatore di Trofei DOP.

  • Simone Prina

    Scritta bene e chiara. Magari andrò a vederlo