Ci pensa Uagna – A qualcuno piace remake

ratchet clank nefarious
Di Andrea "Geo" Peroni
25 aprile 2016

In un’epoca in cui evidentemente le menti creative del mondo cinematografico e videoludico stanno ristagnando, un portentoso mostro si è fatto prepotentemente avanti negli ultimi anni: il remake. Questa tecnica, da molti vista come un semplice modo per ottenere altri soldi – non è forse questo lo scopo per cui una persona lavora? – può essere un’arma a doppio taglio, pericolosissima e al tempo stesso interessantissima per molti nostalgici, che memori dei capolavori della loro infanzia voglio riassaporare le brezza dell’antico giocato sul nuovo. E attenzione, non ci stiamo riferendo alle edizioni remastered, ma ai veri e propri remake, cioè giochi presi e ricostruiti da capo, e non semplicemente scalati ad una risoluzione più alta e con sistemi di illuminazione, frame rate e altre baggianate sistemate. Il remake è bello, se fatto correttamente. Ma fino a che punto rimane bello questo stratagemma creativo?

LA NOSTALGIA

Ciò a cui punta fortemente un remake è la nostalgia dell’utente, una cosa che le generazioni attuali, quelle più giovani, non possiedono. Non che ci sia del male: il ricambio generazionale è una componente fondamentale dei videogiochi, in un mondo che si è evoluto in maniera esorbitante da quando nel 1972 Allan Alcorn creò PONG, il primo videogioco della storia. Ma il giocatore più anzianotto, quello con più anni alle spalle rispetto ad altri, sente la mancanza di quel mondo particolarmente colorato che viveva un tempo sulle console e nelle sale giochi. Ed ecco allora che il grosso colosso videoludico, che ha bisogno di racimolare qualche milioncino extra, decide di sfruttare un marchio che già possiede, un gioco che già possiede e riproporlo in una salsa completamente nuova, con nuovo motore grafico ed ammodernando il gameplay in certi casi ormai datato. Una scelta che spesso paga, e che può portare a risvolti inaspettati. Secondo il nostro modesto parere, un remake può essere un’ottima mossa di mercato, ma che deve necessariamente porsi un freno per non degenerare ed annullare l’effetto benefico che ha avuto.

logo ratchet e clank

Prendiamo un esempio recentissimo, Ratchet & Clank. Insomniac Games, in occasione del lancio del film in CG sulle due mascotte di PlayStation, ha deciso che era giunto il momento per un remake completo del primo capitolo. E non una edizione remastered del gioco, tra l’altro già effettuata nel 2012 con la Ratchet & Clank HD Trilogy su PlayStation 3 e PS Vita. Come cogliere la palla al balzo, sfruttando l’onda mediatica che riceverà il film? Appunto un remake del primo glorioso capitolo, forse quello più acerbo dal punto di vista della maturità (l’anno di debutto fu il 2002) ma anche quello che ha dato il via alla splendida mitologia del Lombax e del robot. È un remake indubbiamente di altissimo livello. Le magiche atmosfere di Ratchet & Clank, riproposte in alta definizione su PS4, non possono che strappare una lacrimuccia ai nostalgici, così come l’impressionante livello tecnico mai raggiunto prima dalla serie. Ma Insomniac non si è fermata al solo riproporre il primo gioco: la riscrittura della sceneggiatura originale e l’inserimento di numerosi riferimenti ai giochi successivi, come il Dr. Nefarious e i Fongoid, ha dato vita ad un remake quasi inedito, una nuova vita per il gioco. Qualcosa di già visto, ma che allo stesso tempo è anche nuovo. È questa la grande vittoria di Insomniac Games, ed è così che il concetto di remake dovrebbe/potrebbe essere inteso. Ma ripetiamo, senza degenerare nella ripetitività.

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Entra a contatto con uno strano oggetto chiamato "videogioco" alla tenera età di 5 anni, e da lì in poi la sua mente sarà focalizzata per sempre sul mondo videoludico. Fan sfegatato della serie Kingdom Hearts e della Marvel Comics, che mi divertono fin da bambino. Cacciatore di Trofei DOP.