Ci pensa Uagna – Quattro Call of Duty e un funerale

Di Andrea "Geo" Peroni
9 maggio 2016

E venne il giorno del trailer di presentazione del nuovo Call of Duty: Infinite Warfare aprirà un nuovo capitolo per la serie FPS più famosa degli ultimi anni (insieme a Battlefield). Dopo aver visitato in lungo e in largo la Storia e il pianeta, passando per le ambientazioni più disparate e talvolta poco appropriate, Infinity Ward si lancia nello Spazio, dove sarà ambientato parte del gioco. E parafrasando il famoso film Quattro matrimoni e un funerale con Hugh Grant e Andie MacDowell del 1994, ho tratto ispirazione per il titolo e il tema del Ci pensa Uagna di quest’oggi. Anche se, a dire la verità, avrei potuto intitolare il tutto come Quattro Call of Duty e un solo funerale. Come mai, vi chiederete voi. Ebbene, negli scorsi giorni il trailer del gioco è stato visto e analizzato da chiunque, e il responso fino ad oggi è che sono più gli utenti insoddisfatti di quelli contenti. Per una volta, non posso fare altro che aggrapparmi alle mie prime impressioni, e basandomi su un solo trailer. Follia, direte voi, un ragionamento che una persona competente (si spera) e che scrive su un magazine di informazione non dovrebbe mai fare, ma non posso farci proprio nulla. Il nuovo Call of Duty: Infinite Warfare proprio non mi ispira fiducia.

UN PASSATO CHE NON TORNA

La storia di COD la conosciamo tutti, chi scrive forse anche più di qualcuno che legge. Vorrei infatti mettere in chiaro una cosa: non sono in alcun modo un detrattore (anzi, diciamo hater che fa più giovanile e mainstream) della serie, né tantomeno provo idiosincrasia verso Treyarch, Infinity Ward, Sledgehammer Games o Activision. La mia lunga storia con Call of Duty ha inizio nel lontano 2007, quando per la prima volta mi approcciai agli FPS, fino ad allora un genere che non mi aveva mai suscitato molto interesse. Fautore della nascita di tale passione fu il glorioso Call of Duty 4: Modern Warfare, e da lì fu amore a prima vista. Recuperai tutti i precedenti titoli per PlayStation 2, e mano a mano che passavano gli anni mi approcciai anche ai giochi successivi: lo splendido World at War, l’esplosivo Modern Warfare 2, il misterioso Black Ops con la sua trama intricata, e così via. Vivere la Storia delle grandi guerre, e combatterle in prima persona, era una sensazione che pochi giochi fino a quel momento potevano dare, e Call of Duty all’epoca aveva tutto quello che poteva piacere ad un giocatore. Come tutte le cose belle, però, anche COD ha vissuto un momento di flessione, sia dal punto di vista delle vendite che della qualità. Ed è stato in quel momento che la mia fiducia verso questa serie, che solitamente acquistavo e giocavo piacevolmente per l’alta qualità (seppur con alti e bassi), è andata scemando.

Call Of Duty: Ghosts - Mappe Multiplayer "Patch"

Parliamoci chiaro, la magia dei primi Call of Duty si è persa completamente, e questo dagli ultimi tre titoli del franchise al quale si aggiunge il prossimo Infinite Warfare, che testimonia ormai che la serie non è più quella di un tempo.  Dopo la chiusura della magnifica trilogia di Modern Warfare – ancora oggi il miglior multiplayer dell’intera serie, secondo chi scrive – e quel successo chiamato Black Ops II, Activision decise di rivoluzionare in parte il franchise. L’uscita annuale venne confermata (non sono pochi i soldi che guadagna Activision da COD ogni anno, dunque un suicidio economico non sarebbe stato molto apprezzato dalle alte sfere della società), ma l’arrivo delle nuove console e un pubblico sempre più esigente costrinsero la compagnia ad affidare le redini della serie non più a sole due software house, Infinity Ward e Treyarch, ma aggiungendoci anche Sledgehammer Games. Una vecchia conoscenza, per i fan di COD, che aveva collaborato per Modern Warfare 3 nel 2011. Ad aprire le danze del nuovo ciclo fu Infinity Ward, carica di aspettative e desiderosa di sperimentare nuove vie dopo aver già raggiunto la notorietà con la storia di Soap e Price. C’era forse modo migliore per aprire un nuovo ciclo, se non Call of Duty: Ghosts? Assolutamente sì. Figlio di un cambio di politiche societarie e di scelte sbagliate, Ghosts ha rappresentato un grande insuccesso in confronto al precedente Black Ops II, non tanto in termini di vendite – sempre ottime – quanto in presa sul pubblico e in reazioni positive, che sono state molto inferiori alle aspettative. La trama si spostava già nel futuro – non troppo, fortunatamente, quasi ai livelli di Black Ops II – e apriva ad un sequel interessante, che probabilmente non vedremo mai. L’idea della modalità Estinzione ha diviso in gran parte i fan, tra chi la trovava molto interessante (come il sottoscritto) e chi invece preferiva ancora la modalità Zombie di Treyarch, eletta ormai a miglior software house della serie dopo il fiasco di Ghosts, mentre il multiplayer è stato generalmente ripudiato. I motivi sono vari, e tutti ben fondati: mappe eccessivamente grandi o poco definite (Stonehaven era terribile), ricompense uccisioni esagerate, un senso di trash sempre più crescente ogni volta che uscivano nuovi DLC o contenuti extra a pagamento, e in generale un sistema di gioco che “costringeva” il giocatore medio a camperare con il suo fidato cane da guardia che copre le spalle e che uccide pure. Ma a Ghosts non seguì il gioco Treyarch, come ben saprete. Ben conscio del fatto che avrei potuto mettere le mani sulla modalità Zombie solo 2 anni dopo Ghosts, aspettai con ansia ciò che Sledgehammer Games avrebbe potuto proporre. E forse, col senno di poi, avrei fatto meglio ad abbassare le mie aspettative.

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Entra a contatto con uno strano oggetto chiamato "videogioco" alla tenera età di 5 anni, e da lì in poi la sua mente sarà focalizzata per sempre sul mondo videoludico. Fan sfegatato della serie Kingdom Hearts e della Marvel Comics, che mi divertono fin da bambino. Cacciatore di Trofei DOP.