Il caso Carlo Calenda – Quando la politica italiana parla senza sapere

Di Andrea "Geo" Peroni
3 novembre 2018

Capita, ad intervalli piuttosto regolari e talvolta preoccupanti, che gli esponenti politici di un Paese debbano rilasciare pensieri in merito ad un tema a noi particolarmente caro: i videogiochi. Tutti voi ricorderete sicuramente il caso GTA V, che dopo il lancio in terra natia (ma non solo, dato che capitò anche in Italia) si inimicò una fetta di conservatori e bigotti esponenti della politica che si dissero scandalizzati per i temi trattati dal gioco: violenza, morte, prostituzione, droghe viste come qualcosa di positivo. Non sappiamo di preciso su quale pianeta si trovassero queste persone quando vennero lanciati i precedenti capitoli del franchise Rockstar Games, che presentano una struttura sostanzialmente invariata nei temi da loro contestati, ma abbiamo ormai imparato a sopportare la loro incapacità nel cogliere le sottili sfumature del PEGI, del prodotto non adatto a tutto il pubblico e soprattutto del profondo legame tra intrattenimento e azione/violenza, legame che esiste ad esempio nel mondo del cinema e non solo da tempo immemore.

Le sparate dei politici italiani e non, negli anni, sono state tantissime, e alcune portarono addirittura a conseguenze tanto imprevedibili quanto assurde. Forse qualcuno di voi ricorderà che nel 1999 il governo italiano si scagliò contro Resident Evil 2, rimuovendo le copie dal mercato e oscurando spot televisivi e pubblicità, tutto in nome del buon costume, della necessità di far sparire certi prodotti violenti e così via dicendo (e, in tutto questo, al cinema nel frattempo uscivano film certamente non rivolti alle famiglie come Il mistero di Sleepy Hollow di Tim Burton, ma anche The Ring 2, The Blair Witch Project e così via, senza che nessuno muovesse un dito in questo caso). Una crociata che finì, come sempre, nel nulla più totale: nel giro di pochi giorni i negozi tornarono a vendere il titolo Capcom. Nel 2006 un destino simile toccò a Rule of Rose, survival horror che conteneva elementi sadici e sangue (oh cavoli, sangue in un horror? Qualcuno pensi ai bambini!) e che perciò si ritrovò attaccato da alcune riviste e quotidiani italiani, e anche a Bully di Rockstar Games, che naturalmente, potrete convenire con noi, incentivava la violenza negli studenti e il bullismo, oltre che l’aver sempre meno rispetto per le donne. E queste non sono nostre supposizioni, ma vere e proprie parole pronunciate da politici del nostro avanzatissimo Paese in termini di cultura videoludica.

Proprio oggi abbiamo avuto un altro esempio di come le esternazioni di un rappresentante del nostro governo siano abbastanza lontane dalla realtà e dalla conoscenza che una persona matura, nel 2018, dovrebbe dimostrare di avere di un argomento sì delicato ma ormai entrato nella vita di tutti i giorni come i videogiochi. Anzi, a dirla tutta si tratta di un ex-rappresentante, vale a dire Carlo Calenda. Per chi non lo conoscesse, Calenda è stato Ministro dello Sviluppo economico dal 2016 al 2018, restando in carica durante i governi di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Ha inoltre, negli anni, ricoperto una serie di cariche molto importanti, e in qualità di politico e dirigente d’azienda ha lavorato presso grandi nomi dell’industria italiana come Ferrari e Sky, e non solo. Un uomo, insomma, di un certo spessore. Un uomo che ha però oggi dimostrato di non avere ben chiaro il concetto di videogioco e della sua importanza non solo per la crescita di un giovane, ma anche per la crescente industria italiana.

Quest’oggi Calenda, su Twitter, ha infatti postato un pensiero che ha generato parecchie lamentele da parte degli appassionati del gaming e non solo, che accusano l’ex-Ministro di avere una visione molto limitata e antiquata del medium videoludico. Questo il tweet incriminato.

Un pensiero che, come ha specificato Calenda rispondendo a vari tweet, riguarda solo la sua filosofia genitoriale, e che non vuole essere d’imposizione verso altre persone. Pensiamo, però, un attimo alle parole dell’ex-Ministro, e a quanto queste siano sbagliate in un ragionamento che vuole generalizzare a tutti i costi. Videogiocare, per quello che possiamo interpretare dalle parole di Calenda, significa la rovina di una giovane mente, l’alienazione totale dalla vita reale e dagli altri aspetti di cui dovrebbe occuparsi come scuola, famiglia e amici. Non solo, perché Calenda attacca i videogiochi accusandoli di essere la causa dell’incapacità nei bambini di leggere, giocare e sviluppare il ragionamento, concetti che cozzano terribilmente con quello che rappresenta proprio il videogioco. Qui non parliamo esclusivamente per difendere il videogioco, ma per aprire gli occhi a chi ancora non vuole sentir ragioni: il videogioco, in quanto gioco elettronico ma pur sempre gioco, spinge al ragionamento e allo studio di determinate situazioni, rivelandosi in alcuni casi particolarmente efficace anche in situazioni reali. Un’opera di intrattenimento non deve essere vista solamente come un surplus della vita che può tranquillamente essere tralasciato, ma spinge il consumatore, in questo caso il giocatore, a riflettere e a porsi delle domande. Esistono videogiochi, se ci pensate, che nascono esattamente con quella intenzione. Pensiamo ad un banalissimo The Witness con i suoi innumerevoli puzzle, o anche a Detroit: Become Human, dove vengono affrontate tematiche serie e profonde.

Certo, difficile obbiettare alle parole di Calenda se l’ex-Ministro, nel suo generico discorso, si riferisce a videogiochi quali Call of Duty, Battlefield e Fortnite. Essi hanno un target ben preciso, e una funzione ben precisa, quella cioè di intrattenere nel puro senso della parola senza troppi fronzoli, seppur richiedendo, se pensiamo al campo degli eSports e al competitivo, grandi abilità che si acquisiscono con esperienza e impegno. Ma la mia impressione è che il democratico Calenda, che poco dopo si lancia in un delirante accostamento tra l’allontanamento dei giovani dai videogiochi e il ritorno della democrazia, si sia lasciato influenzare dalla fama di certi titoli senza pensare al lavoro che c’è dietro, all’industria che un videogioco porta con sé e all’estrema varietà dell’offerta videoludica, che anche in Italia sta crescendo ogni giorno di più.

Chiariamo una cosa: sono d’accordo su PARTE delle affermazioni di Calenda. La cultura, soprattutto di un bambino e di un giovane ragazzo, deve necessariamente passare per lettura, sport, amicizie. È però la sua estrema diffidenza e contrarietà verso i videogiochi a farmi tornare alla mente un pensiero che già ho da molto tempo, come molti di voi: la classe dirigenziale italiana, in particolar modo la politica, è ancora troppo, troppo distante dal mondo dei videogiochi, e ne parla con un livello di conoscenza e di coscienza bassissimo. Fabio Canonico, giornalista di BadGames.it, ha approfittato del Lucca Comics per chiedere ad alcuni esponenti del settore videoludico indipendente italiano un pensiero sulle parole di Calenda, pensieri che testimoniano quanto l’industria italiana sia (economicamente) in difficoltà anche per colpa di antiquati pensieri e tracotanza negli atteggiamenti di chi sta ai vertici. Marco Di Timoteo di Studio Evil (Relive, Super Cane Magic ZERO), ha risposto così al giornalista:

Io capisco che la nostra classe politica sia fuori da questo mondo e non lo capisca, ma è sempre la stessa storia di quando il rock ‘n’ roll faceva morire male e non si poteva giocare a Dungeons & Dragons perché ci stava dentro Lucifero. Chiaramente le sue dichiarazioni sono un parere personale, ma lui ha il fatto che il suo account di Twitter è seguito da un sacco di persone, e quindi quello che dice diventa una pseudo-verità moderna.

Più duro Sergio Cosmai di Three Souls Interactive (Gral), che sembra aver perso le speranze in questa classe politica e auspica un cambiamento, ma che si dice comunque aperto ad un confronto faccia a faccia con Calenda e non solo:

È una polemica futile e generica, che non porterà a niente se non a procrastinare la tematica e questa continua battaglia, finché non verranno rimpiazzati loro stessi. […] Se ci fosse qualche esponente della classe politica realmente intenzionato ad approfondire la tematica certo, gli incontri sono sempre utili tra noi sviluppatori e loro.

Ci prova anche Marco Accordi Rickards, insegnante di storia dei videogiochi e giornalista all’Università di Roma Tor Vergata e giornalista di GamesVillage, ad aprire gli occhi a Calenda, con cognizione di causa:

La questione principale della polemica che è nata su internet intorno alle parole di Calenda non è tanto intorno ad alcuni suoi concetti totalmente condivisibili (il bisogno di spingere i bambini, ad esempio, a leggere e praticare sport, attività che plasmano la mente e il corpo), quanto invece in riferimento alla sua visione preistorica del medium. Mi è sembrato, a leggere i tweet dell’ex-Ministro dello Sviluppo economico, di rivivere ciò che mio padre raccontava sulla sua infanzia. Negli anni ’60 e ’70, il periodo della sua infanzia e adolescenza, la televisione in Italia si stava espandendo, allargandosi a macchia d’olio anche verso località rurali prima completamente isolate del resto della civiltà, proprio come quella dove ha vissuto lui. Lì, in questo piccolo paesino di poco più di un centinaio di abitanti, era il parroco a dettare legge, e la televisione, per un uomo sui 70 anni che dunque aveva vissuto un mondo completamente diverso da quello di allora, era vista come il demonio, un’entità da estirpare e da tenere lontana dai ragazzini, alla pari di altri demoniaci strumenti come Topolino, Tex, Dylan Dog e molti altri. Evidentemente, allora come oggi, come ha dimostrato Calenda, vale la ferrea regola del “non conosco, dunque lo vieto”, come qualche utente ha tweettato proprio all’ex-Ministro.

Una posizione, quella di Calenda, che spiazza e che getta ulteriori ombre sul settore videoludico in Italia, che sta muovendo i suoi passi anche verso il vero e proprio mondo dell’istruzione. Assassin’s Creed Origins di Ubisoft, ad esempio, è stato ospite dell’università IULM di Milano per una dimostrazione, tramite il suo Discovery Tour, di come un videogioco possa legarsi al percorso di apprendimento di un giovane bambino, rappresentando un’esperienza tutta nuova e da scoprire, e soprattutto istruttiva. Avremo aperto la mente dell’ex-Ministro, con questo piccolo pensiero?

Interviste complete di BadGames.it



Entra a contatto con uno strano oggetto chiamato "videogioco" alla tenera età di 5 anni, e da lì in poi la sua mente sarà focalizzata per sempre sul mondo videoludico. Fan sfegatato della serie Kingdom Hearts e della Marvel Comics, che mi divertono fin da bambino. Cacciatore di Trofei DOP.