[Recensione] Shadow of the Colossus – Il ragazzo che sfidò le montagne, di nuovo

Di Andrea "Geo" Peroni
30 gennaio 2018

Spaesato, nel 2006, misi le mani su Shadow of the Colossus. Un videogioco del quale si sapeva poco (all’epoca le notizie quotidiane sul mondo videoludico erano cosa rara), se non che fosse ideato da quel Fumito Ueda che pochi anni prima, sempre su PlayStation 2, aveva partorito il misterioso ICO grazie agli sforzi del suo Team Ico. Il visionario autore, che godeva di una libertà creativa totale e della fiducia di Sony dopo il suo ottimo debutto, fece centro ancora una volta. Variando genere, tema, personaggi e (forse) ambientazione, Ueda riuscì a slegarsi dal gioco che lo aveva consacrato e a reinventarsi, tutto nel giro di pochi anni, e a sviluppare un gioco dal concept incredibilmente originale e riflessivo. Oggi, nel 2018, Shadow of the Colossus ci riprova. All’E3 dello scorso anno, Sony annunciò infatti con grande stupore dei presenti che Bluepoint Games, team di sviluppo specializzato nella rivisitazione di vecchi capolavori, era impegnata sul restauro del secondo gioco di Fumito Ueda dal quale sarebbe scaturito un completo remake in uscita il prossimo 7 febbraio. Forti della nostra indelebile esperienza su PS2, eravamo quindi eccitati di ricominciare con Wander e Agro il loro silenzioso viaggio, alla scoperta di un mondo dimenticato. Il risultato di questo lavoro, che vi raccontiamo nella nostra recensione, è alla pari dell’originale, e definibile in una sola parola: fenomenale.

COLOSSI TEMPESTOSI

Il gioco cerca di restare totalmente estraneo al giocatore, rinchiuso in una bolla di assordante silenzio che ci accompagna sin dal prologo e che proseguirà fino al termine. La muta cavalcata di Wander, ragazzo in sella al fidato destriero Agro che porta con sé una misteriosa ragazza esanime, ci conduce in un luogo dimenticato da tutti, una terra dove la vita sembra non esistere più, a meno di non considerare i pochi volatili che riescono a penetrarvi e le oniriche creature che ne fanno parte, per le quali il confine tra realtà e sogno si fa sempre più sottile. Quel poco che ci viene mostrato, di un background narrativo di cui non abbiamo altre informazioni, è che Wander, alla ricerca di un modo per riportare in vita la sua amata, si è imbattuto in una leggenda delle sue terre, un’entità di nome Dormin che è stata improgionata nella torre del Sacrario del Culto e che in sé aveva il potere di resuscitare le anime dei morti. È un ragazzo che sarebbe pronto a fare di tutto per ritrovare Mono, la sua amata, anche a scendere ad un patto forse demoniaco con Dormin ma che per la semplicità di come viene gestito l’impianto narrativo non sappiamo a cosa potrebbe portare. Spinti dalla ferma risolutezza di Wander, il nostro compito diventa subito chiaro: aiutare Dormin a riformarsi, sconfiggendo 16 colossi che infestano queste terre e che sono ognuno la manifestazione fisica di uno dei frammenti dell’anima dell’entità, un tempo sconfitta, imprigionata e separata. Solo così la divinità potrà tornare e compiere un destino che in realtà, come vedremo accadere, è ineluttabile nonostante la nostra fermezza e le nostre nobili intenzioni. È qualcosa di già scritto, ma allo stesso tempo impensabile.

Eppure, nonostante una storia che ha un inizio e una fine, Shadow of the Colossus porta con sé una scia di domande, quesiti, dubbi, ipotesi, teorie, coadiuvate da un alone di mistero che continua imperterrito a farne parte, anche nel momento in cui assisteremo all’incredibile filmato conclusivo. Una particolarità ricorrente, nelle opere di Ueda, un autore che vuole dare al giocatore alcuni paletti narrativi decisi ma che lascia attorno a questi l’indeterminazione, perché vuole spingere chi gioca alla riflessione e alla ricerca di una verità. Sarà frequente la domanda “Perché lo sto facendo? A cosa mi porterà? Chi o cosa sono veramente questi mostri?”, ed è anche qui che risiede la grandezza del titolo. Un gioco che spinge continuamente a chiedersi il perché, a cercare di giungere il prima possibile al finale per cercare di unire più punti possibili, e a dare una forma fisica a tutti i quesiti irrisolti, è un gioco che fa dannatamente bene il suo lavoro. Un modo forse atipico di raccontare una storia splendidamente romantica e magica, per gli standard a cui siamo abituati oggi, ma che emotivamente colpisce le corde anche del più duro dei duri, colui che è abituato a sparacchiare a destra e a manca seminando distruzione e che è invece poco avezzo all’inespressività visiva e alla totale desolazione, che lascia viaggiare la mente senza limiti proprio come Wander nel suo mondo.

GIGANTE

Ho aperto questa recensione con una parola ben precisa: spaesato. Un aggettivo e una sensazione che si adattano perfettamente a Shadow of the Colossus, perché è proprio così che ci sentiamo non appena Dormin ci indica la nostra prima preda. Lasciati al nostro destino, con la sola Spada Antica e il buon Agro, dobbiamo metterci in cammino per raggiungere il primo obiettivo, la cui via non ci viene indicata da una mappa o un’indicatore, ma dal raggio lucente emesso dalla Spada quando questa è illuminata dal Sole. Il concept ideato da Ueda era molto semplice, ma allo stesso tempo originalissimo e funzionale, e ancora oggi continua a strabiliare. Dopo la fase di ricerca del Colosso da abbattere, dove l’autore ci porta a visitare gli angoli più disparati di questo mondo dimenticato e proibito, l’unica cosa da fare è procedere con l’abbattimento del nemico in boss fight spesso di proporzioni gigantesche ma che non risultano affatto essere tradizionali e canoniche. Uccidere un Colosso significa aguzzare l’ingegno, trovare un modo fantasioso per poterne colpire gli strategici punti deboli evidenziati dalla nostra fidata Spada, sfidare le intemperie e i pericoli, e avere ogni volta un’idea differente su come abbattere il gigante, perché ognuno di essi riserva sempre uno scontro differente dagli altri. E così, a sorpresa, la componente action viene inaspettatamente poco implementata a favore di fasi maggiormente platform e puzzle, perché tocca a noi cercare un modo di abbattere queste bestie per le quali un colpo di spada o di freccia, altra arma fondamentale per alcuni scontri, non è abbastanza.

E nel momento in cui avvieremo la boss fight, con il risveglio del Colosso, inizierà la fusione di tutti questi elementi. Tra nemici più o meno colossali che replicano le fattezze di lucertole, giganti con la barba, minotauri, serpenti o anguille, dobbiamo ogni volta pianificare una strategia per abbatterli, in boss fight che rappresentano il cuore vero e proprio del gampelay del gioco e che possono durare da pochi minuti a interminabili sequenze se non riusciremo a venirne a capo. In questo gioco di strategia e azione, conteranno moltissimo i riflessi, da dosare al punto giusto per evitare spiacevoli inconvenienti, e l’attenzione alla nostra salute. Questa è rappresentata, oltre che dalla classica barra della vita, anche da un cerchio di colore giallo che indica il nostro livello di stamina o stanchezza. Perché per scalare i grandi colossi, o semplicemente per restare adesi ad essi, dovremo aggrapparci al loro pelo, e questo consumerà la nostra stamina in maniera variabile a seconda del livello di agitazione del Colosso. Se nelle prime boss fight ce ne accorgeremo poco, questo aspetto sarà da tenere maggiormente in considerazione mano a mano che andiamo avanti, perché i mostri saranno sempre più irruenti e vogliosi di buttarci a terra e schiacciarci. È anche grazie a questa intuizione che le boss fight risultano sempre esaltanti, epiche e imprevedibili, perché ogni bestione ha le sue debolezze, il suo habitat e le sue movenze, da studiare minuziosamente per non trasformare la sessione di caccia in un vicolo senza uscita.

RESTAURO TOTALE

L’intento di Bluepoint Games era realizzare un remake vero e proprio di Shadow of the Colossus, un’operazione non supervisionata da Fumito Ueda ma che si è premurata di ricostruire da zero lo stesso identico gioco del 2006 modernizzandolo totalmente. Non una semplice rimasterizzazione, che peraltro aveva già fatto Bluepoint nel 2011 con ICO e il suo successore spirituale su PS3, ma qualcosa di più vicino a quanto già fatto negli ultimi tempi con Crash Bandicoot: N. Sane Trilogy e Wipeout Omega Collection. Si prende il videogioco, lo si decostruisce e con le tecnologie attuali lo si ricrea pezzo per pezzo con un motore di gioco che renda giustizia, senza tralasciare alcun aspetto e senza variare la formula ma migliorando solamente il feeling rendendolo più attuale. È così che è stata ad esempio decisa la rimappatura dei comandi, anacronistica ai giorni nostri se riproposta nella stessa formula vista su PS2 ma che ora sfrutta in maniera egregia i tasti dorsali prima inefficaci. I più masochisti, comunque, possono decidere di adottare la mappatura classica, presente nelle opzioni. Ed e sempre così che l’interfaccia di gioco, già in origine molto minimale, è stata ridotta ancor di più, lasciando al giocatore la totalità della visuale senza troppe distrazioni.

Il comparto artistico è rimasto completamente invariato, ma grazie ai prodigi del nuovo motore grafico Shadow of the Colossus è in grado di vivere una seconda giovinezza. I 30fps granitici (che possono essere aumentati ino a 60 su PS4 Pro) contribuiscono a fornire un’esperienza suggestiva ed emozionante, grazie ad un mondo ricostruito da zero con la stessa minuziosità di un progetto attuale e con la consapevolezza di avere a che fare con un capolavoro al quale occorreva dare giustizia, grazie ad un cambio di strategia della direzione artistica che ha voluto mettere l’accento su aspetti come la cura ai dettagli. Percorrere le lande proibite è uno spettacolo per gli occhi e la mente, con i fili d’erba che vengono mossi dal vento, la sabbia che si squaglia al nostro passaggio lasciando le impronte, i fitti boschi con creature quasi incantate che li popolano, i tenebrosi laghi dei quali non riusciamo a scorgere il fondo e che li rendono ancora più inquietanti, come se non bastassero le atmosfere sbiadite e nebbiose che li contraddistinguono. Senza dimenticare naturalmente il pelo dinamico dei Colossi e anche di Agro, qualcosa che già ci aveva sbalordito ai tempi di The Last Guardian e che qui ci viene riproposto in maniera egregia, con la peluria dei mostri dolcemente cullata dal vento o che si adatta ai movimenti compiuti, dando sempre quella sensazione di movimento e naturalezza che vengono aiutate da un nuovo sistema di animazioni dei personaggi che oggi appaiono molto più realistici pur mantenendo la surrealità in parecchi aspetti, come i salti da cavallo. Momenti di rara bellezza, che viene spesso voglia di immortalare grazie alla nuova Photo Mode ben implementata e della quale vi daremo un esempio nei prossimi giorni, con un tour fotografico di alto livello per mostrarvi la qualità del remake. L’operazione di restauro del gioco è stata grandiosa, ci troviamo di fronte ad un remake tecnicamente e artisticamente magistrale, in cui forse l’unico neo deriva da una gestione della telecamera che, esattamente come accadeva nel gioco originale, soffre in alcuni momenti e impedisce di godere piacevolmente della visione, rovinando ad esempio un intenso momento a pochi passi dal termine del gioco. La colonna sonora, però, sistema tutto. Azzeccata, non invasiva ma che irrompe solo quando deve e che si adatta dannatamente bene al contesto, stimolando l’orecchio umano con melodie che fa piacere ascoltare e riascoltare più volte ma lasciando spesso spazio ai soli rumori degli zoccoli di Agro e del vento sinuoso che ci accompagna.

Chissà quali e quanti segreti i ragazzi di Bluepoint si sono premurati di inserire in questo “nuovo” Shadow of the Colossus. Qualcuno, ad esempio, ha già trovato caverne inesplorate e inedite con riferimenti a The Last Guardian insieme a delle strane monete che nella versione PS2 non erano presenti, cosa che posso testimoniare anche io in quanto ne ho rinvenute almeno un paio nel corso della mia prima run. Hanno forse un significato particolare, che ci aiuterà a far luce sul collegamento tra ICO e le altre due opere di Ueda, cosa ancora oggi indefinita? Il desiderio di scoprire di più è stato acceso, e noi stessi siamo già ripartiti per la terza volta a caccia di Colossi. Perché non fate l’errore di pensare che l’esperienza di Shadow of the Colossus si riduca alle 3/4 ore che vi occuperà la prima run. Il gioco nasconde infatti molto di più, come collezionabili misteriosi, location inesplorate che viste in lontananza vi faranno venire voglia di divergere dal percorso anche solamente per lo sfizio di visitare qualsiasi dettaglio della landa proibita, ma anche modalità aggiuntive come time attack che mette alla prova la vostra bravura e vi permette di misurarvi contro il nemico più temibile di tutti, il tempo inarrestabile, portando l’esperienza a durare almeno 20/25 ore anche a seconda della dimestichezza che avete conquistato con i Colossi e il mondo di gioco. Lo stesso e semplice scorgere all’orizzonte un piccolo tempio, o una roccia dalla forma strana, o anche solamente una regione che prima non abbiamo visitato trasmette un fascino magnetico, facendo breccia nella nostra mente e nel nostro cuore voglioso di spendere altri minuti od ore a caccia di risposte.

PUNTI DI FORZA

  • Un remake tecnicamente e artisticamente magistrale
  • Comandi modernizzati e perfettamente funzionali
  • Un’esperienza poetica da rigiocare più volte
  • Concept che continua a strabiliare

PUNTI DEBOLI

  • La gestione della telecamera rovina alcuni momenti di tensione

Shadow of the Colossus era, è e rimarrà sempre più, grazie a questo remake, un’opera imprescindibile per un appassionato di videogiochi. Un titolo silenzioso, riflessivo, misterioso, ma che riesce a dare a chi lo fruisce tutti gli strumenti per cercare di carpirne un significato nascosto, che forse sarà differente da quello concepito da un altro giocatore o dallo stesso Ueda ma che implica un’esperienza che difficilmente altri prodotti ludici sanno offrire. Il concept, ancora originalissimo e riuscito, stupisce per la sua semplicità e genialità, ma queste sono tutte cose che già sapevamo. La cosa più importante da giudicare, oggi, era il lavoro di restauro dei ragazzi di Bluepoint Games, che hanno realizzato un signor remake perfettamente adeso all’opera originale con un comparto tecnico di primo livello e una mappatura dei comandi perfettamente modernizzata. Una fase di minuziosa ricerca di qualità, per preservare l’opera di Ueda. Così come nell’originale, però, dobbiamo segnalare una telecamera che, nel tentativo di replicare alla perfezione le movenze decise dalla regia di Ueda, finisce col funestare alcuni piccoli momenti e con l’essere inefficace nei momenti topici degli scontri più colossali. Al netto di questo, però, è impossibile non definire il remake di Shadow of the Colossus come un capolavoro, oggi come in passato. Un’esperienza irrinunciabile contornata da ambientazioni estasianti, in ogni piccolo aspetto, che è impossibile non apprezzare.

L’assenza di Ueda, ma al contempo la perfetta riuscita di questo remake, instilla però dei dubbi. Fino a che punto un videogioco, o un’opera se parliamo di una produzione di Ueda, può essere riprogrammato da capo se ha in sé dei caratteri così fortemente derivanti dalla natura del creatore? La nostra impressione è che Bluepoint, mossa dall’amore estremo per Shadow of the Colossus, sia riuscita a replicare in toto le sensazioni e le emozioni del mondo di Wander, e di questo non si può che esserne contenti.

Un ringraziamento a Sony Interactive Entertainment Italia per il codice review di Shadow of the Colossus.



Entra a contatto con uno strano oggetto chiamato "videogioco" alla tenera età di 5 anni, e da lì in poi la sua mente sarà focalizzata per sempre sul mondo videoludico. Fan sfegatato della serie Kingdom Hearts e della Marvel Comics, che mi divertono fin da bambino. Cacciatore di Trofei DOP.