[Recensione] The Persistence – Orrore in VR

Di Andrea "Geo" Peroni
24 luglio 2018

Quando, all’inizio dello scorso anno, siamo entrati per la prima volta in contatto con The Persistence, il gioco sviluppato da Firesprite seppe toccare le corde giuste per attirare la nostra attenzione. La nuova esclusiva PlayStation VR, un campo in grande espansione soprattutto in casa Sony che sta finanziando decine e decine di titoli per spingere la nuova tecnologia, sembrava recuperare tante meccaniche e temi da altri affermati titoli aggiungendo alcune chicche extra di non poco conto, che donavano nuova verve e un livello di attenzione importante. Oggi, giorno di lancio di The Persistence per PlayStation VR, siamo pronti a parlarvi del gioco nella nostra recensione dopo averlo testato per diverse ore, felici inoltre di riabbracciare il visore di realtà virtuale a mesi di distanza dall’ultima avventura (che nel nostro caso è datata addirittura marzo, con il non brillantissimo shooter Bravo Team).

Il gioco è stato giocato, tramite PS VR, su PS4 standard.

HOUSTON, ABBIAMO UN PROBLEMONE

Quale miglior modo per creare un’esperienza horror e carica di tensione se non quella di dare forma ad una delle più grandi paure dell’uomo, quella cioè di restare solo? Il concept narrativo di The Persistence gioca proprio su questa spiacevole sensazione, aggiungendoci mostri, pericoli, insidie, un abbozzo di intreccio narrativo a tratti interessante ma che si riduce, nonostante i tre differenti finali per la storia, a una storia molto tradizionale per il suo genere. Facciamo un po’ di contestualizzazione tanto per farvi capire con chi abbiamo a che fare e il tipo di missione.

La nave The Persistence, nell’anno 2521, aveva un semplice, per modo di dire, scopo: trovare un nuovo pianeta da colonizzare. Qualcosa però nel corso della missione è andato irrimediabilmente storto. L’influenza di un black hole ha infatti provocato anomalie all’interno della nave, l’equipaggio intero è stato trasformato in creature abominevoli e assetate di sangue, che seminano morte e distruzione all’interno della stazione spaziale. Solo pochi sono riusciti a fuggire, sebbene non convenzionalmente, alla spirale della mutazione: l’ufficiale Zimri Eder e la sua amica Serena, che ora però sono sotto forma di coscienze virtuali che cercheranno di riparare l’astronave per porre fine alla minaccia e tornare a casa. Ma mentre Serena viene relegata al ruolo di AI, come una voce che guida il protagonista lungo tutta l’esperienza a bordo della Persistence, Zimri è invece una coscienza operativa sul campo. La macchina che produce cloni sintetici è infatti in grado di creare nuovi corpi di continuo, e la coscienza dell’ufficiale Zimri viene inserita in uno di questi corpi per poter completare la missione. Purtroppo per noi, anche le altre macchine clonatrici sono sempre in funzione, e questo significa che pure i mutanti, per quanti ne abbattiamo, continuano ad essere rigenerati. Tra i corridoi della Persistence, quindi, inizierà una corsa contro il tempo per terminare questo ciclo infinito di morte e resurrezione, e riportare a casa quel poco che resta dello sfortunato equipaggio della nave che avrebbe dovuto rappresentare la nuova speranza dell’umanità.

Non c’è grande innovazione nel concept di The Persistence, né a livello di storia (tema della fantascienza già visto fin troppe volte) né di ambientazione (di astronavi così, ormai, ne abbiamo viste migliaia) né di gameplay puro, che si rifà al filone degli sparatutto spiccatamente orrorifica con quindi armi non facili da reperire e munizioni limitatissime, impedendo quindi al giocatore di entrare, anche avendo percepito il pericolo, in nuove aree sparando all’impazzata per anticipare i nemici. Proprio per questo, entra in gioco una feature davvero accattivante che già all’epoca del nostro primo approccio con il gioco ci fece sobbalzare, e di cui vi parleremo tra pochissimo. Il gioco centra però alla perfezione il suo intento, quello cioè di mantenere alta l’attenzione del giocatore in ogni momento. La tensione sarà palpabile mentre percorriamo i corridoi della nave, sempre in allerta per la possibile comparsa di qualche pericoloso mutante, perché perdere nel crudele The Persistence significa ritrovarsi a dover rifare tutto da capo.

Strutturalmente, The Persistence si pone come un’esperienza sì horror e shooter, ma che basa l’intera sua esistenza su una costruzione del gioco di tipo roguelike. L’espediente di rendere il protagonista un corpo sintetico nel quale viene immessa la coscienza di Zimri serve infatti a giustificare il continuo riproporsi di ambienti familiari e nemici, rimescolandoli però in giusta maniera per evitare di dare punti di riferimento al giocatore e lasciandolo spesso smarrito come è giusto che sia e in balia degli eventi. Ad ogni nuova rigenerazione di Zimri in un nuovo corpo, possiamo dire che si assiste alla nascita di una nuova esperienza, con una mappa che cambia forma, spawn dei nemici cambiati, porte e ostacoli generati differentemente. La natura procedurale di The Persistence si sposa alla perfezione con quello che gli sviluppatori hanno voluto creare, aiutando inoltre il gioco a sopperire ad uno dei grandi difetti di queste prime produzioni AAA (o quasi) destinate alla realtà virtuale: la longevità. Il nuovo titolo di Firesprite riesce ad occupare almeno una decina di ore con la sua storia, elevandolo ad uno dei giochi più duraturi dedicati a PS VR, ma naturalmente dovrete mettere in conto qualche sensazione di ripetitività, inevitabile per giochi di questo tipo.

HAI UN AMICO IN ME (OPPURE NO?)

Pad alla mano (il gioco funziona esclusivamente con Dualshock 4, non sono supportati Move o AIM Controller) e visore in testa, il gioco è, oltre che graficamente davvero esaltante se non forse per gli oggetti in lontananza un po’ troppo sgranati, molto immersivo e riesce a sfruttare pienamente la feature della realtà virtuale. Una delle sfide più grandi di chi si cimenta nello sviluppo di un titolo per la VR è proprio quello di riuscire a giustificare tale scelta con un apparato che doni completa immersione nel titolo, e Firesprite è riuscita nel suo intento, aiutata dall’esperienza accumulata negli ultimi anni in campo di realtà virtuale. L’intera sessione di gioco è fluida e senza problemi, non si avvertono sensazioni spiacevoli di motion sickness, e i movimenti che compiamo con il corpo sono replicati alla perfezione dal nostro alter ego digitale. Per spostarsi in avanti, gli sviluppatori hanno adottato una via che definiremmo atipica per la VR, ma che è tradizionale per tutto il resto: nessun sistema di teletrasporto a là DOOM VFR per intenderci (o meglio, è presente ma in maniera molto meno invasiva rispetto agli altri titoli), ma un sistema di spostamento tradizionale, la cui velocità può essere decisa dalle impostazioni di gioco in qualsiasi momento. Tanta personalizzazione e attenzione anche sotto questo punto di vista, per un pubblico, quello della realtà virtuale, che si sta sì espandendo ma che che non è ancora pienamente entrata nel mood dei visori e delle loro potenzialità, oltre che limiti.

I problemi, semmai, entrano in gioco quando ci ritroviamo a dover sopravvivere contro mille insidie. I mutanti, di varia natura e via via più pericolosi nel mondo generato proceduralmente, si fanno più spietati, le risorse scarseggiano, e il senso di terrore può far vacillare anche il più forte cuor di leone. E qui, come accennato pocanzi, entra in gioco la feature davvero innovativa di questo The Persistence, che finalmente lo differenzia da altre similari produzioni. Su Google Play e App Store è infatti stata resa disponibile la companion app Solex (la potete trovare scrivendo semplicemente il nome del gioco nel motore di ricerca dei due store), che si connette direttamente alla sessione che state vivendo e modifica in maniera interessante e talvolta imprevedibile la vostra esperienza di gioco.

Dal tablet, smartphone o altro hardware con questa app, un amico o più amici (fino a 4) possono interagire direttamente con il giocatore e il gioco stesso, perché qui risiede la grande intuizione di The Persistence. Sullo schermo possiamo infatti visualizzare la mappa di gioco insieme a vari indicatori che chi indossa il visore non può vedere: la presenza di un mutante, casse di munizioni, pericoli ambientali, e così via. Il possessore dell’app può non solo sfruttare questo suo “potere” per avvisare il giocatore dei pericoli in anticipo, ma anche interagire direttamente con l’intero mondo, andando ad esempio a bloccare i nemici per qualche istante dopo aver accumulato abbastanza punti per sbloccare il potere speciale, o anche semplicemente a distrarre il mutante che viene indirizzato verso un altro punto lontano dal giocatore. Insomma, gli amici che assistono il giocatore possono dare una grossa mano, azzarderei quasi fondamentale in alcuni frangenti di paura, ma possono anche diventare delle vere pezze al… insomma, avete capito. Sì perché proprio grazie alla possibilità di vedere tutto quello che succede intorno al giocatore e anche nelle altre stanze, gli amici possono scegliere di schierarsi a favore o contro il malcapitato, scatenandogli addosso i mutanti o attirandolo in trappola e guadagnando punti da ogni loro azione che va a buon fine. E poco importa se questo buon fine comporta l’addio ad un altro dei cloni di Zimri: il compito dell’amico, che si era identificato in un villain in tutto e per tutto, è stato completato, e questo è quello che importa.

Un’esperienza fuori dal normale per come avrete capito, un concept di fondo già visto ma che grazie a questa imprevedibile feature di Solex riserva sorprese e una ulteriore dose di intrattenimento, con il giocatore che non può fare a meno di chiedersi a chi credere e chi invece non ascoltare. La via più sicura, quindi, è quella di di affidarsi esclusivamente al proprio istinto, alle sensazioni che percepiamo a bordo della nave infestata, e alle nostre forze. Fortunatamente (o sfortunatamente, per come vedete la cosa), la proceduralità di The Persistence è limitata poiché le combinazioni di ambientazioni e respawn dei nemici hanno comunque parametri ben precisi da soddisfare, e dunque andando avanti con il gioco diventa più naturale fare attenzione ad un angolo piuttosto che ad un altro e decidere di irrompere in una stanza in un certo modo. Inoltre, acquisendo i gettoni Erebus e le cellule staminali rubate ai nemici, possiamo procedere ad un upgrade rapido delle nostre statistiche e al miglioramento dell’equipaggiamento. Insomma, le prime ore potrebbero essere problematiche, ma una volta ingranata la marcia la difficoltà cala grazie all’esperienza acquisita.

PUNTI DI FORZA

  • Graficamente ottimo
  • Gameplay efficace
  • Capace di creare tensione al punto giusto
  • La feature della companion app è accattivante

PUNTI DEBOLI

  • Nessuna novità di rilievo
  • La natura roguelike provoca inevitabilmente senso di ripetitività

The Persistence si pone come un titolo di valore, un classico more-of-the-same ma capace di intrattenere e di non lasciarsi andare in sbavature che abbasserebbero la valutazione. Intendiamoci, come avrete capito dalla recensione e come abbiamo ripetuto più volte, c’è ben poco di originale in questo nuovo shooter horror per PS VR, dall’ambientazione al gameplay. Nonostante questo, The Persistence soddisfa il palato di chi è a caccia di una nuova avventura dominata dalla tensione per il visore di realtà virtuale di casa Sony, la cui offerta continua ad ampliarsi (e vi ricordiamo che presto uscirà anche l’interessantissimo Firewall Zero Hour, per restare in tema di shooter) con interessanti aggiunte.

Un ringraziamento a Sony Interactive Entertainment Italia per il codice review di The Persistence.



Entra a contatto con uno strano oggetto chiamato "videogioco" alla tenera età di 5 anni, e da lì in poi la sua mente sarà focalizzata per sempre sul mondo videoludico. Fan sfegatato della serie Kingdom Hearts e della Marvel Comics, che mi divertono fin da bambino. Cacciatore di Trofei DOP.