Lezioni di Storia: Far Cry – Dalle stelle alle… pietre

Di Andrea "Geo" Peroni
15 marzo 2018

Nel 2012 la serie Far Cry, originariamente partorita da Crytek ma passata poi sotto l’ala protettiva di Ubisoft, poteva già vantare un discreto seguito. La serie FPS action aveva conquistato molti cuori grazie alle ambientazioni esagerate e al gameplay non particolarmente innovativo ma folle a tal punto da sposarsi alla perfezione con il concetto che gli sviluppatori avevano in mente. Due giochi più varie espansioni, un film (dimenticabilissimo) e una discreta gavetta sulle spalle, ma la serie doveva ancora fare il passo evolutivo che serviva per spostarsi sui binari giusti e toccare le corde adatte per sfondare sul mercato. Come abbiamo visto nella prima parte della nostra retrospettiva su Far Cry, la partenza fu incoraggiante ma anche traballante, con in particolare il secondo capitolo numerato che dovette fare i conti con un grande problema di fondo, la noia, cosa non rara da estirpare in un vasto open world come anche oggi capita. Eppure gli sviluppatori dovevano aver intuito qualcosa, percepito il problema e capito come sistemarlo. Perché proprio il 2012 riuscirà a consacrare il franchise con il capitolo ancora oggi definito il migliore tra tutti: Far Cry 3.

Lezioni di Storia: Far Cry – Una partenza traballante ma incoraggiante

SARÀ FOLLIA?

Il terzo capitolo principale del franchise riporta in scena un’isola tropicale, non la medesima del primo Far Cry con protagonista Jack Carver ma che condivide ovviamente l’ambientazione. In un mondo a metà tra la realtà e l’immaginario, contornato da misteriosi sciamani dotati di quelli che sembrano poteri magici e AK-47 che riportano subito al crudo e vero mondo, il povero Jason si ritroverà immischiato in faccende impensabili fino a poco prima per lui. Insieme ai suoi sfortunati compagni di viaggio, che stanno cercando un modo per andarsene da quest’isola dell’arcipelago delle Rook Island, l’uomo avrà a che fare con la più carismatica, pazza e iconica figura dell’intera serie, il folle Vaas la cui mente lo porta ad atti scellerati e a non preoccuparsi in alcun modo delle conseguenze, convinto di poter fare quello che vuole senza dove renderne conto a nessuno.

Ancora oggi, a quasi 6 anni dal lancio di Far Cry 3, abbiamo impresse nella mente non solo le immagini delle folli azioni di Vaas, ma anche i ricordi dell’isola esplorabile, un turbinio di fauna e flora di ogni tipo che risultano contestualizzati perfettamente nel gameplay ideato per l’occasione. Far Cry 3 venne sviluppato dagli ideatori della serie Assassin’s Creed, e difatti l’influenza della serie sugli Assassini si fa sentire particolarmente con elementi riciclati e situazioni riproposte, come gli ormai classici avamposti da liberare e le torri da attivare per avere una miglior visuale sul mondo circostante e scoprire punti di interesse. Vennero inoltre introdotte novità assolute per la serie quali il multiplayer PvP e cooperativo. Nel primo caso, operazione del tutto dimenticabile, mentre la storia cooperativa per 4 giocatori, per quanto semplificata nelle meccaniche e nella progressione, si rivelò un’esperienza interessante e perfetta per divertire. Trovare difetti in Far Cry 3 non è semplice, se tralasciamo aspetti come l’IA dei nemici che spesso vacilla, e difatti il gioco viene universalmente riconosciuto dai fan come il migliore del franchise. Sarà un caso che Ubisoft, in occasione del lancio di Far Cry 5, abbia deciso di rimasterizzarlo su PS4 e Xbox One e regalarlo ai possessori del Season Pass? Assolutamente no: un’operazione nostalgia pensata e ragionata che può lanciare ancor di più le vendite del quinto capitolo, puntando sulla passione della fanbase per l’indimenticabile Vaas. Ma non è ancora ora di parlare di Far Cry 5.

Prima però di passare al quarto capitolo numerato, occorre spendere due parole sull’espansione uscita nel 2013 chiamata Far Cry 3: Blood Dragon. Chi si aspettava un normale DLC come tanti altri, rimase letteralmente sorpreso per la stranezza e l’immensa bellezza di questo gioco “non canonico”. Blood Dragon era infatti caratterizzato da un’atmosfera cyberpunk, con elementi perfettamente in stile sci-fi e quasi trash come dinosauri, armi futuristiche, pimpanti colori, edifici ricolmi di scienziati pazzi e apparecchiature fuori dal mondo. Sarà per il suo tono estremamente leggero, per la non necessità di dover restare ancorato ad un mondo prettamente realistico, fatto sta che Far Cry 3: Blood Dragon si rivelò come una piacevolissima sorpresa, tra le più divertenti espansioni mai viste ancora oggi nel panorama videoludico.

PAGAN VAAS… EHM, PAGAN MIN

A due anni dal lancio del terzo capitolo, Far Cry torna sulle scene con un quarto, intenso videogioco che sfrutta (non pienamente, bisogna ammetterlo, vista la scelta di restare anche e ancora su old-gen) le potenzialità dei nuovi hardware console PS4 e Xbox One, terreno fertile sul quale la serie, dopo gli esordi PC, si è ormai spostata pur senza abbandonare i giocatori computer. Far Cry 4 abbandona nuovamente le soleggiate isole tropicali, già protagoniste in più occasioni delle vicende dell’antologica serie, e si sposta sulle alte vette dell’Himalaya, nella regione del Kyrat dove un perfido dittatore sta mettendo a ferro e fuoco le popolazioni locali per il proprio tornaconto. Il gioco si presentò come la naturale evoluzione del terzo capitolo, nel costante modus operandi di Ubisoft. Dopo aver trovato la formula vincente in una serie, il colosso francese è spesso restio a cercare nuovi modi per rinnovarsi, e più incline invece a restare fedele a ciò che è stato testato e che funziona. Successe con Assassin’s Creed dopo lo splendido secondo capitolo, ed è esattamente ciò che è accaduto con Far Cry 4 dopo le meraviglie del terzo capitolo numerato.

Non stiamo certamente dicendo che Far Cry 4 sia un brutto gioco, attenzione. Lo spirito della serie viene mantenuto pienamente, garantendo ore e ore di intenso divertimento e intrattenimento ad alti livelli. Come però successo nei vari anni di progressione di Assassin’s Creed, anche Far Cry 4 risente dell’effetto di già visto, poiché risulta essere sostanzialmente un Far Cry 3 al quale è stata modificata l’ambientazione e poco altro. Stesse medesime meccaniche di progressione del personaggio, una storia nuovamente ben scritta ma con temi che si ripetono, addirittura un villain, Pagan Min, che cerca di scimmiottare senza troppo successo il grande Vaas, rimanendo schiacciato nell’impietoso confronto. Al contempo, Ubisoft affina alcune modalità come il PvP, ma il cuore pulsante dell’esperienza rimane ovviamente il single player e come detto la tradizione vince su tutta la voglia di innovare ridotta praticamente ad un nonnulla. L’impressione, che più che impressione è un dato di fatto, è che Ubisoft abbia voluto rischiare il meno possibile in quel novembre del 2014, concedendosi un riposo adagiandosi sugli allori e senza riuscire a ridare quella magia a Far Cry che ci aveva fatto innamorare del terzo capitolo. E la follia di Pagan Min, come detto, non riuscì a scalfire la memoria di Vaas, facendo piombare il perfido dittatore nell’anonimato di tanti cattivoni visti nei videogiochi. La libertà d’azione però che offrirà Far Cry 4, ancor maggiore rispetto al suo predecessore, è nuovamente degna di nota e farà storia nel campo degli open world, in quel momento in grande espansione e proliferazione.

UN PASSATO LONTANO

E quando tutti si aspettavano un quinto capitolo nel 2016, pronosticando Far Cry come una serie a cadenza biennale che si sarebbe alternata a Watch Dogs, ecco che Ubisoft sorprende tutti. Il 2016 porta sì con sé un nuovo titolo della serie, ma facendolo debuttare nella prima parte dell’anno (una novità, per il franchise) e scegliendo come setting un periodo storico clamorosamente imprevedibile. Far Cry: Primal abbandona il presente fatto di sanguinose esplosioni e armi da fuoco per abbracciare il Mesolitico, periodo dell’età della pietra intorno all’anno 10.000 a.C. dove ovviamente le cose sono molto differenti. Il gioco è basato su un sistema di tribù, i gruppi nei quali l’uomo aveva imparato a raggrupparsi nel suo lontano passato, e proprio lo scontro tra tribù sarà il cuore pulsante della storia. Purtroppo l’intero apparato di Far Cry: Primal dovette fare i conti con vari difetti che minarono la buona riuscita del prodotto.

In primis, per quanto la storia non sia mai stata il pezzo forte della serie, avere a che fare e dover raccontare qualcosa con personaggi non in grado di parlare (per il contesto storico, ovvio), dove risulta difficile riuscire a portare avanti una storia. C’è poi un game design che non lascia grande spazio alle innovazioni, e quelle poche che arrivano sanno di scelte non proprio adatte ad una serie come Far Cry. Primal è infatti dominato da un’atmosfera mistica, quasi magica, che permette ad esempio di addomesticare gli animali, parlare con loro e utilizzarli come fedeli compagni di battaglia. Se la deriva fantasy di Assassin’s Creed con alcuni elementi di Origins non ci ha soddisfatto, possiamo dire la stessa cosa di ciò che è accaduto con Primal. Inoltre, il progetto non venne accolto granché positivamente nel momento in cui molti utenti fecero notare che la mappa di gioco era la stessa di Far Cry 4. Un omaggio al precedente capitolo? Un collegamento per far capire che è tutto parte dello stesso universo? Difficile da credere, ma non vogliamo puntare sulla malafede degli sviluppatori. Certo è che il messaggio passato era esattamente quello: un ulteriore riciclo, prima della formula di game design affinata in precedenza e ora addirittura di un’ambientazione di gioco, seppur ridefinita in termini di dettagli e texture.

Siamo così arrivati al fatidico marzo 2018, quando Ubisoft porterà nelle case dei giocatori Far Cry 5. Ambientato nella fittizia Hope County in America, ancora una volta ci ritroveremo di fronte ad un folle fanatico religioso, Joseph Seed, che con la sua setta guidata dal volere di Dio sta compiendo atti atroci verso i poveri abitanti del luogo. Chi ha già avuto modo di provare Far Cry 5 assicura che il gioco ha avuto finalmente un’evoluzione dai cardini fondamentali del terzo capitolo, e che l’ambientazione merita davvero grandi elogi. Non ci resta quindi che attendere ancora pochi giorni, per verificare di persona.



Entra a contatto con uno strano oggetto chiamato "videogioco" alla tenera età di 5 anni, e da lì in poi la sua mente sarà focalizzata per sempre sul mondo videoludico. Fan sfegatato della serie Kingdom Hearts e della Marvel Comics, che mi divertono fin da bambino. Cacciatore di Trofei DOP.