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Clayface | Recensione

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Nessuno, a ben vedere, aveva chiesto un film su Clayface, eppure il nuovo DC Universe guidato da James Gunn e Peter Safran ha deciso di affidare il suo terzo lungometraggio proprio a uno dei villain meno celebrati della galleria di Batman, comparso per la prima volta nel 1940 e da allora rimasto quasi sempre ai margini, lontano dai riflettori riservati a Joker, Pinguino ed Enigmista.

La scommessa arriva in un momento tutt’altro che semplice per lo studio, che dopo il successo di Superman ha dovuto incassare la delusione di Supergirl, tanto al botteghino quanto presso la critica e che con Clayface sceglie una strada opposta: un budget contenuto e nessun supereroe, puntando su un body horror vietato ai minori diretto da James Watkins, già autore di Eden Lake, The Woman in Black e il remake Speak No Evil.

Faccia d’Argilla sarà riuscito a convincerci?

Una stella che si scioglie

Matt Hagen è un attore cresciuto a Gotham che sembra finalmente aver toccato il cielo con un dito, con una candidatura all’Oscar fresca di annuncio e un ritorno trionfale nella città natale fatto di talk show, locali esclusivi e folle adoranti, almeno fino a quando un boss della malavita non decidono di sfregiargli il volto, vendicandosi di un torto subito dall’attore, cancellando in una sola notte l’unica cosa su cui aveva costruito carriera e identità.

Pur di riavere il proprio aspetto, Matt accetta di sottoporsi alla terapia sperimentale della dottoressa Caitlin, un trattamento che rende la sua carne malleabile come argilla e gli permette di rimodellarsi a piacimento, ma che allo stesso tempo amplifica i suoi impulsi più oscuri e lo trascina, passo dopo passo, in una spirale di vendetta sempre più violenta, nella quale il confine tra la vittima e il mostro diventa ogni minuto più sottile.

Se c’è un elemento che convince è la prova di Tom Rhys Harries, l’attore gallese si carica l’intero film sulle spalle e riesce a far convivere nello stesso personaggio il fascino della star di Hollywood, la fragilità dell’uomo che ha perso tutto e una minaccia crescente, rendendo credibile l’idea di un villain che diventa tale più per necessità che per scelta; lo spettatore fa il tifo per Matt anche se lui non è il buono della storia.

Al suo fianco Naomi Ackie offre il contrappeso ideale, costruendo una Caitlin Corr che resta ambigua fino all’ultimo e il cui rapporto di dipendenza reciproca con Matt finisce per diventare il vero motore emotivo della vicenda, mentre il resto del cast è anonimo fino alla fine e del tutto secondari.

Non l’horror sperato

Clayface è prima di tutto una critica a Hollywood e al culto dell’apparenza, in cui l’industria dello spettacolo e Gotham finiscono per somigliarsi più di quanto ci si aspetterebbe. Il film parte a bomba, con un incipit che aggancia subito lo spettatore, ma nella parte centrale si perde parecchio nei meccanismi della classica origin story, tra snodi prevedibili e qualche dialogo un po’ rigido che la bravura di Harries riesce comunque a rendere credibile, per poi ritrovarsi in una seconda metà che è un crescendo continuo di tensione e che culmina in una scena finale riuscita sia sul piano estetico sia su quello registico, bella da vedere e di grande impatto.

Chi si aspetta un horror in senso stretto rischia però di rimanere spiazzato, perché Clayface non fa paura e, a onor del vero, non abusa nemmeno dei jumpscare per far sobbalzare lo spettatore dalla poltrona o per alimentare il marketing, limitandosi a una violenza esplicita concentrata in alcune scene più che a costruire un’atmosfera davvero terrificante.

Proprio sulla violenza e sulle trasformazioni si concentra il lavoro di James Watkins, che porta con sé l’esperienza di un cinema dell’orrore fondato più sul disagio che sullo spavento e che qui, invece di inseguire la paura, sceglie di spingere il cinecomic dalle parti di David Cronenberg, facendo delle mutazioni di Matt il vero cuore visivo del film, tra volti che si sciolgono, si rimodellano e si svuotano di ogni espressione, in sequenze che colpiscono più per la loro crudezza che per la tensione che generano e che trovano la loro sintesi migliore proprio nel finale, dove estetica e regia raggiungono il punto più alto dell’intera pellicola.

Se la fotografia si mantiene su toni piuttosto semplici e senza particolari guizzi, limitandosi a restituire una Gotham funzionale al racconto più che memorabile, gli effetti speciali si rivelano invece uno dei punti di forza della produzione, con trasformazioni ben realizzate e convincenti che rendono credibile ogni deformazione del corpo di Matt senza mai stonare accanto alle interpretazioni del cast.

Clayface vale il prezzo del biglietto?

Tirando le somme, Clayface è un’opera che vive di contrasti, capace di regalare allo spettatore una delle interpretazioni più intense viste finora nel nuovo universo DC e un’estetica body horror che nel panorama dei cinecomic ha pochi precedenti, ma frenata da una scrittura che raramente trova lo stesso coraggio delle immagini e che preferisce rifugiarsi nella sicurezza di una struttura già rodata piuttosto che spingersi fino in fondo nella follia del suo protagonista.

Per chi ama l’horror e da tempo chiede ai cinecomic di uscire dalla propria comfort zone, Clayface offre qualcosa di realmente diverso rispetto alla consueta formula supereroistica e trasforma un cattivo di seconda fila in una tragedia di carne e ossessione che resta addosso anche dopo i titoli di coda, mentre chi cerca un tassello fondamentale per il futuro del DC Universe o un horror davvero estremo potrebbe uscire dalla sala con la sensazione di aver assistito a un esperimento riuscito solo a metà.

Sperando possiamo rivedere questo sfortunato attore in futuro, magari anche con una sua serie TV assestante, bisogna solo avere la pazienza di attendere fino aa quando non vedremo Gotham di nuovo, magari con il nuovo Batman della DCU.

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Review Overview
Riassunto

Clayface è una critica a Hollywood travestita da cinecomic, che parte a bomba, si smarrisce nella parte centrale tra i cliché della origin story e si riscatta con una seconda metà in costante crescendo, chiusa da un finale di grande impatto visivo; sorretto da un Tom Rhys Harries magnetico, il film di James Watkins non fa paura e non cerca mai lo spavento facile, preferendo una violenza cruda ma circoscritta a qualche scena, e per questo convince più come tragedia sull'identità che come horror vero e proprio.

Pro
Tom Rhys Harries magnetico e credibile... Il rapporto tra Matt e Caitlin regge il cuore emotivo... Un body horror esplicito come raramente si è visto in un cinecomic... Una storia autoconclusiva?
Contro
...ma i personaggi secondari sono troppo anonimi ...ma il film è troppo prevedibile ...ma l'orrore è meno estremo di quanto promesso Nella prima metà il film tende molto a frenare
  • Giudizio Complessivo4
Scritto da
Daniele Madau

Quando avevo 7 anni mio padre mi ha fatto giocare con lui a Metal Gear e da allora con i videogiochi è stato solo amore. RPG, Survival Horror e, ovviamente, Stealth Game sono i miei preferiti.

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