Recensione Tom Clancy’s Rainbow Six: Siege – L’antiterrorismo strategico

Rainbow Six: Siege
Di Diego "Lanzia" Savoia
5 dicembre 2015

Nel giugno 2014 abbiamo assistito alla prima presentazione mondiale di Rainbow Six: Siege, diciottesimo capitolo della saga Tom Clancy’s, che da sempre si è contraddistinta per la componente strategica inserita in ambientazioni urbane e non troppo estese. I primi trailer ci hanno davvero fatto rimanere a bocca aperta, ma in questo anno e mezzo qualcosa è cambiato: le scelte di Ubisoft Montreal e l’adattamento agli hardware di nuove generazione hanno trasformato il gioco, lasciandoci un po’ sorpresi sia durante le varie fasi di beta, ma anche al lancio definitivo lo scorso 1 Dicembre 2015. Ma come sempre, ci sono due facce della stessa medaglia, e vogliamo mostrarvele entrambe in questa nostra recensione di Rainbow Six: Siege.

“INTELLIGENZA ARTIFICIALE”

Il menù proposto dalla casa francese ci permette di scegliere tra tre modalità di gioco: Simulazioni, Multigiocatore e Caccia ai terroristi. La scelta di non inserire una campagna singleplayer rappresenta uno dei punti di distacco dai precedenti capitoli, facendo intendere che il cuore pulsante di Siege risiede nella modalità multigiocatore. Se siete però alle prime armi con la saga o preferite scaldarvi i pollici prima di intraprendere una partita online con gli amici, non disperate: oltre ai classici tutorial sulle azioni basilari, potete lanciarvi in Simulazioni, una sezione che comprende (al momento) dieci missioni in solitario nelle quali mettere a punto le tattiche di gioco e completare qualche sfida per ottenere punti Fama, utilizzabili per sbloccare Operatori nel multiplayer. Già dopo le prime missioni, avrete ben chiaro il funzionamento generale: eliminare dei terroristi nella loro base, portare in salvo un ostaggio, disinnescare una bomba e così via. Insomma, un gioco incentrato sull’antiterrorismo. Le assi però iniziano a scricchiolare, ed emergono ben presto le poche attenzioni dedicate all’intelligenza artificiale: basta morire in missione per capire come non ci sia una vera e propria “intelligenza” nei terroristi da combattere, ma ci siano dei ruoli e, soprattutto, delle postazioni fisse e ben precise. Rigiocando una missione, infatti, verrà a mancare quell’alone di suspense e l’effetto sorpresa originario, permettendoci di prevedere tutte le mosse del nemico. Per esempio, una volta piazzato il disinnescatore dovremo rimanere a difenderlo uccidendo i vari terroristi in arrivo: ottima cosa, non fosse per il fatto che ci troviamo in una casa, circondata dalla polizia, nella quale abbiamo appena fatto piazza pulita, e di nemici, almeno fino a poco prima, non ve n’era traccia.

Rainbow Six: Siege

GIOCO DI SQUADRA

L’esperienza terroristica lascia alquanto a desiderare anche nel comparto multiplayer, nel quale sono presenti venti operatori appartenenti a quattro tra i più noti gruppi antiterroristici mondiali, ma tra i quali non abbiamo la possibilità di scegliere i terroristi, bensì dobbiamo combattere altri “colleghi”, paradossalmente. La scelta potrebbe però derivare dai recenti fatti accaduti a livello mondiale, che portato Ubisoft a prendere le distanze da questo tema delicato. Muovendoci nelle partite online, possiamo comprendere le grandi limitazioni, che se da un lato permettono di garantire ampia varietà di gioco, dall’altro impediscono la totale libertà di scelta, anche di squadra. L’impossibilità di utilizzare due operatori uguali nello stesso team ci pone di fronte ad un muro, che può essere sicuramente abbattuto giocando in gruppo. Questa è forse l’unica strada percorribile se ci si trova in mano una copia di Rainbow Six: Siege.

Chiamate gli amici, create una chat vocale di gruppo, e lanciatevi nel multiplayer, ci sarà da divertirsi parecchio.

Il gioco in solitario, infatti, diventa a lungo andare frustrante, noioso e sostanzialmente inutile: molto spesso ci si trova costretti ad abbandonare una partita in corso per mancanza di organizzazione e di lavoro di squadra, sia quando il nostro compito è di difendere, ma soprattutto quando bisogna attaccare. Senza un piano ben costruito risulterà impossibile portare a termine la missione senza che la partita di demolizione si trasformi in un semplice deathmatch a squadre “stile Call of Duty”Rainbow Six: Siege è un gioco di simulazione, merita tutt’altro: l’ansia per l’esito della missione, la preoccupazione di rielaborare rapidamente il piano prefissato, l’incertezza nel momento dell’irruzione. Tutti fattori non che non possono nemmeno essere assaporati se non si organizza la propria squadra, spartendosi i ruoli come in una partita di pallavolo, creando classi ad hoc (anche se la scelta degli accessori mostra gravi mancanze), e immergendosi completamente in quella che è una vera e propria missione antiterrorismo.

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DISTRUGGO TUTTO!

L’entusiasmo dei primi trailer è andato scemando specialmente per il fattore grafico. L’annunciato sistema di distruzione procedurale realistico e non precalcolato appariva ben diverso nei primi video di presentazione rispetto a quello che è in realtà. Il fattore “distruzione totale” non riguarda in realtà la totalità dei materiali: certo, questi ultimi sono differenti tra di loro, alcune pareti richiedono più potenza per essere distrutte, altre meno, ma le zone davvero abbattibili in modo realistico sono limitate a qualche punto presegnalato. Interessante comunque come i muri delle stanze possano essere utilizzati come grandi scudi, facendo breccia quel tanto che basta per mirare e non essere visti dagli altri operatori.
Questi venti “protagonisti” potranno portare con loro alcuni accessori, tra cui troviamo scudi mobili, filo spinato, torrette, granate e quant’altro. L’equipaggiamento rimane però limitato a pochi elementi, sicuramente meno di quelli realmente utilizzati da squadre di questo calibro: gli accessori delle armi sono ridottissimi, e le armi a lungo raggio (come i fucili da cecchino) non soddisfano i combattimenti ravvicinati che predominano nel titolo. Le ambientazioni chiuse e ristrette portano però ad un camping estremo da parte della squadra di difesa, che, una volta piazzate mine, laser, barricate e via discorrendo, rimane immobile nelle stanze dove sono presenti le bombe, impossibilitata ad uscire a causa di una barriera invisibile di colore rosso intenso, che va ad peggiorare ulteriormente gli elementi grafici globali, spesso non curati a dovere.

In conclusione, possiamo ben dire che Rainbow Six: Siege è un titolo strategico non adatto ai giocatori solitari, e che non ha soddisfatto pienamente le aspettative che si erano create con l’annuncio nel 2014. Siamo fiduciosi che i bug grafici vengano risolti in futuro, così come verranno aggiunte nuove mappe e, magari, modalità inedite, così da non rischiare di far cadere un ottimo titolo nel dimenticatoio dopo poco tempo.

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Appassionato di tutto ciò che riguarda la tecnologia, il suo interesse spazia in particolare nel mondo dei videogiochi e dell'informatica. Ama ogni genere videoludico, ma predilige i giochi d'azione e le avventure grafiche.