Retrogaming, la rubrica di Uagna dedicata ai grandi classici del passato, cambia! Dal 2026 si trasforma infatti in una rubrica che andrà anche a dare un voto ai videogiochi del passato, contestualizzandolo al suo periodo storico ma valutandone anche l’impatto nel settore. Tra cult e classici passati in sordina, Retrogaming torna con una nuova missione: comprendere il passato, per guardare al futuro.
Correva l’anno 2006: il 31 ottobre faceva il suo debutto su PlayStation Portable (e qualche mese dopo su PlayStation 2) GTA: Vice City Stories, che proprio oggi compie vent’anni. Si tratta del secondo capitolo pubblicato da Rockstar Games su PSP dopo Liberty City Stories, nonché un graditissimo ritorno nella meravigliosa e soleggiata Vice City, scenario anche dell’ormai imminente GTA VI.
I due Stories, sviluppati entrambi da Rockstar Leeds e Rockstar North, rappresentano in realtà due spin-off per la serie, dove la casa produttrice ha ripreso le stesse mappe di GTA III e GTA: Vice City ma adattando il gameplay all’ottima impalcatura di GTA: San Andreas, più moderna e rifinita rispetto ai primi due capitoli dell’era 3D.
In vista della prossima grande opera in uscita il 19 novembre, abbiamo deciso di riassaggiare quella che, ad oggi, è l’ultima iterazione della Vice City videoludica. Abbiamo rigiocato il titolo proprio in versione PSP, anche per recuperare una storia di cui ricordavamo poco. E con nostro stupore abbiamo ritrovato un’opera con luci e ombre, in grado di esibire tanti indiscutibili pregi ma anche alcuni difetti che, sotto lo sguardo degli standard odierni, rendono il gioco piuttosto ostico.
Di nuovo a Vice City, due anni prima di Tommy Vercetti

GTA: Vice City Stories è ambientato nel 1984, due anni prima di GTA: Vice City, e mette il giocatore nei panni di Victor “Vic” Vance, un marine che ha deciso di arruolarsi nell’esercito americano per poter sostenere economicamente la propria famiglia, letteralmente a pezzi a causa di una madre tossicodipendente e due fratelli minori non facili da gestire. Il primo, Pete, soffre di una grave forma d’asma che lo costringe ad assumere cure costanti, mentre il secondo, Lance, lo si potrebbe descrivere come un pazzo arrivista, pronto a qualsiasi cosa pur di raggiungere il successo.
Dopo un inizio di carriera militare alquanto insolito per un marine – il suo sergente, Jerry Martinez, prova infatti a coinvolgerlo in affari loschi – Vic Vance viene sbattuto fuori dalla caserma e si ritrova costretto a doversi fare largo in una città che non ammette sconti. Verrà coinvolto in un giro di criminalità sempre più violento e sanguinoso, che lo porterà assieme al fratello Lance a dover combattere in un’autentica guerra tra gang per il dominio di Vice City.
Farà così la conoscenza di numerose personalità che, in un modo o nell’altro, incarnano parodie della società americana dell’epoca, a volte nemmeno troppo estremizzate. Alcuni esempi: Phil Cassidy, reduce di guerra del Vietnam presente anche in GTA: Vice City e Liberty City Stories, è il classico redneck americano senza peli sulla lingua: gran bevitore, patriottico fino al midollo, fanatico di armi e con un ego smisurato. Umberto Robina, doppiato dal mitico Danny Trejo, è il tipico maschilista auto-esaltato, incapace però di nascondere le sue vere fragilità. Ricardo Diaz è un signore della droga colombiano, re del narcotraffico con goffe manie di protagonismo e una spietatezza non troppo velata: tornerà negli eventi di GTA: Vice City, facendo però una brutta fine per mano di Tommy Vercetti e Lance Vance.
Per chi ha giocato l’originale GTA: Vice City, però, è il nome di Lance Vance che sicuramente non suonerà nuovo. L’istrionico e irriverente personaggio era già presente come figura chiave nel titolo pubblicato nel 2002, e ancora oggi rappresenta una delle personalità più importanti nell’intera saga, nonché una delle più amate e odiate al contempo. Al fianco di Tommy Vercetti aveva infatti preso parte a numerose scorribande, sempre presentandosi ai giocatori col suo carisma smisurato, salvo poi tradirlo sul finale – sentendosi svalutato e non considerato “all’altezza” da Tommy – per schierarsi con Sonny Forelli e tentare di far fuori il protagonista.

Piccolo dettaglio che forse non tutti conoscono: anche Vic Vance era già comparso in GTA: Vice City, ma la sua apparizione è così fugace che probabilmente è passata in secondo piano per molti. Vic infatti è visibile solo nella scena introduttiva alla storia: nei panni di un corriere della droga viene subito ucciso da alcuni sicari che gli sottraggono il carico di cocaina per poi svanire nel nulla, mettendo Tommy e il suo socio Ken Rosenberg nei guai avendo disatteso le aspettative della famiglia Forelli.
Sorprendente su PSP, nato vecchio su PS2, ma con dei grandi pregi in comune
GTA: Vice City Stories ricevette un’accoglienza mista all’epoca, ma prima di addentrarci nei dettagli dobbiamo ricordare la struttura tecnica con cui è stato realizzato il gioco. Il gameplay, esattamente come il precedente GTA: Liberty City Stories, prende spunto nei suoi elementi essenziali da GTA: San Andreas, che nel 2o04 aveva ormai settato un nuovo standard per la serie. Questo lo si percepisce soprattutto dalle animazioni dei personaggi, dal sistema di guida e dalla veste grafica in generale.
Su PSP venne elogiato come un piccolo capolavoro di tecnologia: Rockstar fu in grado di spremere fino all’ultimo centesimo l’hardware della prima console portatile di Sony, riuscendo effettivamente a portare sul piccolo schermo un titolo molto vasto, con un impianto tecnico di tutto rispetto. Nonostante non fosse esente da problematiche (su tutte i pop-up e rallentamenti nelle fasi più concitate) l’esperienza risulta ancora oggi sorprendente e godibile, limitata soltanto dall’assenza del secondo stick analogico, un problema di cui parleremo più avanti.
Diverse furono invece le reazioni al porting su PS2. La versione per la “sorella maggiore” di PSP venne considerata ormai vecchia e superata dal punto di vista tecnico, con l’aggravante della rimozione del comparto multiplayer rispetto a PSP. Per capire il motivo delle critiche va però ricordato il contesto: il 23 marzo 2007, a sole due settimane dall’uscita del gioco, venne lanciata sul mercato PlayStation 3 e appena un anno dopo Rockstar pubblicò GTA IV sulla nuova ammiraglia di Sony e su Xbox 360, un salto generazionale enorme rispetto ai precedenti capitoli. E’ normale che nel segmento delle home console fosse in atto una transizione verso la nuova generazione, con la tecnologia di PS2 ormai considerata al tramonto, e che la ricezione del pubblico fosse influenzata dal momento.

In ogni caso entrambe le versioni riuscirono a convincere sul piano dei contenuti e soprattutto delle novità. Tra le più apprezzate dobbiamo citare in primis la modalità Impero, una nuova meccanica di gameplay che permetteva al giocatore di gestire business e attività criminali entrando in guerra con le gang rivali. In modo simile a quanto accadeva in GTA: San Andreas nella lotta per i quartieri, Vic Vance poteva scatenare guerriglie contro i proprietari di palazzi, negozi o magazzini, per poi conquistarli e decidere a piacimento l’attività criminale da avviare scegliendo tra lo spaccio, la prostituzione, il racket di protezione, il contrabbando, la rapina e lo strozzinaggio. Per rendere ancora più profonda la meccanica Rockstar aggiunse anche la possibilità di scegliere quanto denaro investire (“Roba da poco”, “Media impresa” oppure “Macina-soldi”) e di conseguenza quanti introiti aspettarsi, oltre che di cambiare in corso d’opera il tipo di attività e il livello di investimento.
Anche la possibilità di nuotare fu un gradito ritorno dopo la sua prima comparsa in GTA: San Andreas, così come il parco veicoli e un catalogo di armi più vasti rispetto all’originale Vice City o al precedente Liberty City Stories. Rockstar aggiunse tra i veicoli il quad, l’hovercraft, diversi tipi di barche, elicotteri, auto speciali e le iconiche moto d’acqua la cui assenza fu criticata nel primo Vice City, essendo un mezzo che richiama fortemente l’immaginario della città di Miami.
Inutile poi spendere troppe parole per la soundtrack, semplicemente da urlo: Rockstar Games è riuscita a confezionare una selezione di radio e brani di qualità elevatissima, con generi che coprono tutte le sonorità in voga nei mitici anni ’80. La ciliegina sulla torta fu la presenza di Phil Collins come personaggio nella storia, inserito come soggetto principale in alcune missioni. Rockstar si è spinta anche oltre: ha ricreato in-game un suo concerto (cui Vic Vance può partecipare acquistando un biglietto) con l’iconica performance di In The Air Tonight, dove l’artista inglese canta la prima metà del brano mentre cammina lentamente verso la batteria.
Un level design invecchiato male
GTA: Vice City Stories è un gioco senz’altro pieno di pregi, ma invecchiato male su alcune componenti: in particolare sul level design e per tale motivo è ancora oggi ricordato come uno dei Grand Theft Auto più ostici mai realizzati.
Per qualche oscuro motivo, nella progettazione delle missioni Rockstar intraprese una scelta discutibile che confina il titolo nel suo tempo, rendendolo di difficile rigiocabilità. Svariate missioni della storia presentano infatti un’innegabile difficoltà artificiale, amplificata ulteriormente dalla mancanza di un sistema di checkpoint e, peggio ancora, dai comandi pessimi per chi gioca su PSP.

Intendiamoci: siamo sempre favorevoli a tassi di sfida elevati, soprattutto quando rendono il gioco avvincente, e per certi versi alcune delle missioni di Vice City Stories sono avvincenti per davvero. Il problema nasce in due precisi istanti. Per prima cosa, inspiegabilmente molte missioni sono strutturate con countdown/timer, una scelta bizzarra che non si è mai vista nella serie (o per lo meno non in maniera così spinta). Di per sé non sarebbe un problema, non fosse per il fatto che spesso i timer sono così veloci a scadere da rendere un incubo il completamento delle attività richieste, quasi non lasciando spazio all’errore.
In secondo luogo, come già detto su PSP i controlli peggiorano ancora di più la situazione. L’assenza del secondo analogico rende la gestione della telecamera scomodissima e controintuitiva. Peggio ancora: a piedi la mira con le armi è automatica e aggancia da sola i bersagli più vicini, così che in determinate missioni caotiche – ad esempio dove ci si spara in mezzo alla strada nelle guerre tra gang – il puntamento si focalizza involontariamente anche sui pedoni anziché sui nemici, comportando la perdita di tempo e salute di Vic esposto al fuoco avversario mentre si cerca di agganciare i bersagli giusti.
Sono svariate le missioni passate alla storia per la loro difficoltà estrema. In Cecchina il cecchino bisogna eliminare alcuni sicari appostati sopra a dei tetti, prima dell’arrivo della DEA: qui il timer è così veloce che, se aggiungiamo i controlli della telecamera scabrosi, sembra quasi non sia stato previsto il tempo materiale per sbagliare la mira. In Imposta pacchi Vic deve guidare un elicottero con un grande magnete, per recuperare due container e un’auto sotto attacco di motociclisti: anche in questo caso il countdown è troppo veloce e a questo si aggiunge l’elicottero troppo lento, portando spesso al fallimento.
Potremmo fare molti altri esempi, ma confrontando pareri su vari forum siamo giunti alla conclusione che la missione più odiata è la 57esima, Light My Pyre, una delle ultime nell’endgame, da molti considerata un autentico ostacolo al completamento del gioco.

La prima parte prevede di salire su una moto e salvare Lance, partito anch’egli in motocicletta all’inseguimento dei sicari di Mendez (armati e muniti di automobili molto resistenti). Oltre al fatto che sparare dalla moto su PSP è un incubo, nel frattempo la vita di Lance scende ad un ritmo esagerato. Ma qui c’è anche un chiaro esempio di pessimo script. Durante l’inseguimento con i sicari Lance continua nella propria corsa sul chopper in maniera imperterrita, quasi su binari prefissati: non solo si frappone tra noi e le auto nemiche – beccandosi i nostri proiettili e perdendo vita – ma molto spesso intralcia la strada facendoci cadere, con conseguente perdita di tempo per noi e danni aggiuntivi alla vita per lui.
Come già accennato, una parte del problema derivava anche dall’assenza di checkpoint che riportassero il giocatore a metà della missione senza dover ripetere tutto da capo. Su questo aspetto Rockstar ricevette numerose critiche dai fan anche nel successivo GTA IV, ritenuto frustrante per lo stesso motivo, e aggiunse la tanto richiesta caratteristica prima nel DLC Episodes from Liberty City e in seguito estensivamente su GTA V.
L’ultima volta a Vice City prima di GTA VI
Nonostante i difetti, di sicuro GTA: Vice City Stories resta un capitolo importante per la saga. Superato lo scoglio della difficoltà artificiale, dinanzi ai giocatori si apre comunque una Vice City più ricca e vibrante rispetto alla sua prima iterazione del 2002, per quanto pressoché identica, ma soprattutto una storia ben scritta anche se a tratti un po’ dispersiva, con personaggi caratterizzati alla grande come da classico Rockstar.
GTA: Vice City Stories rappresenta anche l’ultima comparsa della città di Vice City per come la conosciamo prima di GTA VI, dove verrà stravolta totalmente grazie alle tecnologie che oggi lo rendono possibile. Per gli appassionati di retrogaming, o semplicemente per chi vuole recuperare i vecchi titoli della serie di Grand Theft Auto, non possiamo che consigliare di giocarlo al netto della sua struttura non più attuale: siamo sicuri che la città del peccato in chiave old gen saprà comunque coinvolgervi coi suoi colori, la sua meravigliosa musica, le sue immortali vibes anni ’80 e le personalità stravaganti che ne popolano il racconto.
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