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Clive Barker’s Hellraiser: Revival | Recensione

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Poche saghe horror possono vantare un immaginario tanto riconoscibile quanto quello di Hellraiser. Nato dalla mente di Clive Barker con The Hellbound Heart e approdato al cinema nel 1987, il franchise ha costruito la propria identità attorno a un orrore profondamente fisico, fatto di carne, dolore, desiderio e perversione. Un universo in cui sofferenza e piacere finiscono spesso per confondersi e nel quale i Cenobiti, guidati dall’iconico Hell Priest, meglio conosciuto come Pinhead, sono diventati alcune delle creature più memorabili del genere. Revival guarda soprattutto alla novella originale e ai primi due film, collocando la propria storia vent’anni dopo gli eventi della prima pellicola.

Sorprende, quindi, che un immaginario tanto adatto al videogioco non avesse ancora ricevuto una produzione realmente costruita attorno alle sue regole. A colmare questo vuoto ci ha pensato Saber Interactive con Clive Barker’s Hellraiser: Revival, survival horror d’azione in prima persona e interamente single player. Un progetto che non prova a rendere Hellraiser più accomodante, ma ne abbraccia fin da subito la natura più brutale, esplicita e disturbante.

Sarà riuscito il compito? Scopriamolo insieme all’interno della nostra recensione.

Versione provata: PlayStation 5 Pro

Una discesa nel Labirinto

Come ogni storia di Hellraiser che si rispetti, anche Revival comincia con una scatola che sarebbe stato decisamente meglio lasciare chiusa. Protagonista della vicenda è Aidan Lynch, coinvolto in un incubo dopo l’apertura della Configurazione della Genesi, artefatto capace di richiamare i Cenobiti. La sua compagna, Sunny, viene trascinata nell’orrore del Labirinto e, per cercare di salvarla, Aidan è costretto a sfruttare i poteri della scatola e a stringere un patto con l’iconico Pinhead.

La ricerca della fidanzata diventa così il motore di una storia originale che non si limita a riproporre gli eventi dei film, ma cerca di ampliare il loro universo. Nel corso dell’avventura entrano in scena la Chiesa Scarlatta e naturalmente i Cenobiti, mentre la vicenda si sposta continuamente tra luoghi reali e dimensioni infernali come il Labirinto e il Campo delle Anime.

È proprio il mondo di Hellraiser a rappresentare uno degli elementi più riusciti della narrazione. La contaminazione tra realtà e dimensione infernale funziona, così come l’utilizzo degli ambienti per raccontare parte della storia: stanze apparentemente normali possono deformarsi e lasciare spazio a geometrie malsane, corridoi impossibili e scenari che sembrano usciti direttamente dall’immaginario di Barker. La presenza di figure familiari come Pinhead, Chatterer e Cabalist rafforza inoltre il legame con l’opera originale, evitando che Revival sembri semplicemente un horror generico rivestito con una licenza famosa.

Resta però qualche riserva sul fronte dei personaggi. Aidan funziona come motore della vicenda, ma la sua scrittura non riesce a renderlo particolarmente memorabile, affidandosi soprattutto alla determinazione nel voler salvare Sunny più che a una caratterizzazione realmente incisiva. Anche la ragazza, pur rappresentando il fulcro emotivo dell’intera storia, finisce spesso per essere percepita più come l’obiettivo da raggiungere che come un personaggio capace di lasciare un segno concreto. Ne deriva che a rimanere maggiormente impressi sono il mondo di Hellraiser, i Cenobiti e la Chiesa Scarlatta, piuttosto che la coppia attorno a cui ruota l’intera vicenda.

Tra realtà e Labirinto

Sul fronte del gameplay, Hellraiser: Revival è un survival horror in prima persona costruito attorno all’alternanza tra due piani differenti: quello reale e il Labirinto dei Cenobiti. Due dimensioni che modificano sensibilmente il modo in cui il giocatore viene chiamato ad affrontare le diverse situazioni.

Nel mondo reale, Revival segue una struttura piuttosto vicina a quella delle più recenti incarnazioni di Resident Evil. Aidan può utilizzare armi da fuoco e da mischia, recuperare munizioni e risorse, raccogliere materiali destinati alla creazione di oggetti e scandagliare gli ambienti alla ricerca di elementi necessari alla progressione.

L’esplorazione assume inoltre un ruolo importante sul piano narrativo, grazie alla presenza di documenti e collezionabili che consentono di ricostruire quanto accaduto e approfondire le intenzioni della Chiesa Scarlatta e delle altre fazioni coinvolte.  Il discorso cambia sensibilmente quando Aidan entra nel Labirinto. Queste sezioni abbandonano in parte la struttura più classica del survival horror per concentrarsi maggiormente sull’attraversamento degli scenari, alternando piccoli enigmi ambientali a sezioni platform.

Proprio queste ultime rappresentano però uno degli aspetti meno immediati dell’esperienza. La visuale in prima persona limita inevitabilmente la percezione dello spazio circostante e, in alcuni passaggi, calcolare correttamente distanze e punti d’appoggio non è sempre facilissimo. Non si tratta di sequenze particolarmente elaborate, ma la prospettiva scelta tende talvolta a complicarle più del necessario.

La Configurazione della Genesi

A distinguere realmente Revival da molti altri survival horror è però la Configurazione della Genesi, che rappresenta uno degli strumenti principali a disposizione di Aidan. Attraverso il cubo, il protagonista può accedere a differenti capacità paranormali, il cui utilizzo consuma una risorsa chiamata Sofferenza.

Tra queste troviamo innanzitutto la telecinesi, che permette di manipolare determinati elementi dello scenario e soprattutto di trasformare ciò che circonda Aidan in una potenziale arma. Seghe, coltelli e altri oggetti possono così essere sollevati e scagliati direttamente contro i nemici, introducendo una componente più dinamica negli scontri e spingendo il giocatore a osservare l’ambiente non soltanto alla ricerca di munizioni e risorse, ma anche di possibili strumenti offensivi.

Con il procedere dell’avventura vengono introdotte ulteriori capacità, come la pirocinesi, con cui investire gli avversari con il fuoco, e le Catene Infernali, abilità particolarmente spettacolare capace di evocare catene uncinate da più direzioni. La Configurazione consente infine di bandire un nemico ormai prossimo alla morte, ripristinando parte della vitalità del protagonista e rispedendo all’Inferno l’aberrante creatura di turno.

È proprio nell’incontro tra queste capacità paranormali e le meccaniche più tradizionali del survival horror che Revival riesce a trovare una propria identità. Il sistema non rivoluziona il genere, ma dona agli scontri quel pizzico di personalità necessario a evitare la sensazione di trovarsi davanti a una semplice imitazione di formule già viste altrove.

Combattere con poche risorse

Il feedback delle armi da fuoco è complessivamente buono e riesce a restituire una discreta sensazione d’impatto, soprattutto quando i colpi raggiungono gli avversari nei punti più vulnerabili. Meno immediata è invece la mira, che richiede un minimo di adattamento e, durante le situazioni più concitate, può rendere difficile piazzare rapidamente colpi precisi.

Il vero elemento da tenere sotto controllo è però la gestione delle risorse. Revival è particolarmente avaro di munizioni e materiali, spingendo il giocatore a controllare ogni stanza e a valutare con attenzione quando sia realmente necessario utilizzare un’arma da fuoco. Una scelta perfettamente coerente con la natura survival horror del titolo e capace di mantenere alta la tensione, ma che mostra qualche criticità soprattutto durante gli scontri con i boss.

Questi ultimi richiedono infatti una quantità notevole di colpi prima di andare al tappeto e possono trasformarsi in vere e proprie spugne per proiettili. Considerata la scarsità generale di munizioni, arrivare a uno scontro importante senza essersi preparati adeguatamente può rendere alcune battaglie decisamente più faticose del previsto. Il rischio è che la tensione derivante dalla gestione delle risorse finisca talvolta per lasciare spazio a una certa frustrazione, soprattutto quando ci si rende conto di aver consumato gran parte dell’inventario senza che il nemico sembri vicino alla resa.

Aidan dispone inoltre di un tasto dedicato alla schivata, fondamentale quando gli scontri diventano più affollati. Revival fatica però nelle situazioni in cui numerosi avversari si concentrano all’interno di ambienti molto stretti. In questi frangenti diventa difficile mantenere il controllo della scena, capire da dove stiano arrivando gli attacchi, individuare rapidamente una via di fuga e scegliere il momento corretto per colpire o evitare un assalto.

Anche la fisica dei corpi non si comporta sempre in maniera convincente, con reazioni agli impatti che possono apparire poco naturali. Sono piccole imperfezioni che emergono soprattutto nei combattimenti più caotici e che finiscono per ridurre leggermente la brutalità che il gioco cerca costantemente di trasmettere.

Nemmeno l’intelligenza artificiale dei nemici si dimostra sempre impeccabile. Il loro comportamento può risultare difficile da leggere: in alcune circostanze riescono a sentire i passi di Aidan da distanze sorprendentemente elevate, mentre in altre sembrano ignorarne completamente la presenza anche quando ci si trova praticamente accanto a loro. Una discontinuità che pesa soprattutto quando si prova ad avanzare con maggiore cautela, perché rende difficile stabilire con precisione quali siano realmente le regole legate alla percezione degli avversari.

Un inferno convincente da vedere

Se c’è un elemento in cui Hellraiser: Revival centra con convinzione il proprio obiettivo, è l’atmosfera. Tanto nel mondo reale quanto nel Labirinto dei Cenobiti, gli ambienti restituiscono efficacemente quella sensazione di degrado, sofferenza e perversione che da sempre rappresenta uno dei tratti distintivi della saga.

Il merito va anche a un buon comparto di illuminazione, particolarmente efficace negli interni, dove luci e ombre contribuiscono a costruire scenari opprimenti senza affidarsi continuamente all’oscurità totale. Corridoi, stanze e ambienti infernali trasudano sangue, interiora, corpi mutilati e qualsiasi altro elemento disturbante ci si potrebbe aspettare da Hellraiser.

Il livello di dettaglio si mantiene generalmente su valori medio-alti. Gli interni degli edifici fanno spesso una buona impressione, grazie alla quantità di elementi presenti e alla cura riservata agli scenari, mentre anche i volti dei personaggi risultano complessivamente convincenti e sostengono bene le sequenze narrative. Meno riuscita appare invece in alcune circostanze la resa del sangue, soprattutto quello che continua a fuoriuscire dai corpi dei nemici ormai a terra, non sempre naturale quanto il resto della scena.

Dal punto di vista tecnico non sono mancati alcuni piccoli acciacchi. Durante l’avventura ci è capitato di vedere corpi rimanere sospesi o addirittura sembrare lievitare, oltre a qualche altra imperfezione legata alla fisica. Nulla di realmente compromettente, ma considerando quanto Revival punti sull’immersione e sulla fisicità della propria violenza, sono problemi che in determinate circostanze riescono inevitabilmente a spezzare l’atmosfera.

Nel complesso, però, la direzione artistica rimane uno dei punti di forza più evidenti di Revival. Il gioco riesce a trasformare tanto la realtà quanto il Labirinto in luoghi costantemente sgradevoli e inquietanti, costruendo un immaginario coerente con la licenza e che, nei suoi momenti migliori, restituisce davvero la sensazione di trovarsi all’interno di un incubo partorito dalla mente di Clive Barker.

Il codice per la recensione è stato fornito dal publisher.

8
Verdetto
Riassunto

Clive Barker’s Hellraiser: Revival riesce soprattutto dove conta di più: atmosfera, identità visiva e fedeltà all’immaginario del franchise. La Configurazione della Genesi aggiunge personalità a una struttura survival horror piuttosto tradizionale, mentre alcuni limiti nel bilanciamento, nell’IA e nella scrittura dei protagonisti ne frenano il potenziale. Un adattamento riuscito, anche se non privo di asperità.

Pro
Atmosfera e direzione artistica molto convincenti Configurazione della Genesi ben integrata nel gameplay Buona fedeltà all’universo di Hellraiser
Contro
IA e fisica non sempre impeccabili Aidan e Sunny poco memorabili
  • Valutazione8
Scritto da
Lorenzo Bologna

Appassionato di tutto ciò che concerne il mondo videoludico, sono un inguaribile amante dei titoli horror e un accumulatore compulsivo di trofei (meglio se di platino). Avvicinato al medium grazie a mamma Nintendo e papà Crash Bandicoot.

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