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Studi più piccoli e meno live service: così il Giappone evita i maxi-licenziamenti

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Negli ultimi anni, quasi tutti i principali publisher occidentali hanno affrontato ondate di licenziamenti che hanno coinvolto migliaia di sviluppatori e professionisti del settore. Secondo uno studio, soltanto negli ultimi quattro anni oltre 57.000 lavoratori dell’industria videoludica sarebbero stati interessati da tagli al personale.

In questo scenario particolarmente difficile, gli studi giapponesi sembrano però rappresentare un’eccezione. I dati raccolti dall’ASGC Games Industry Layoffs Tracker indicano infatti che le aziende nipponiche sono rimaste in larga parte al riparo dalle grandi campagne di riduzione dell’organico che hanno colpito numerose società occidentali.

Alcuni gruppi, come Capcom, continuano inoltre a registrare risultati positivi da diversi anni, mostrando una maggiore stabilità rispetto a molte realtà AAA occidentali.

La differenza sarebbe legata anche alle strategie industriali adottate dalle due aree del mercato. Negli ultimi anni molti grandi publisher occidentali hanno puntato su produzioni sempre più costose, spesso costruite attorno a formule considerate relativamente sicure ma caratterizzate da budget estremamente elevati. In alcuni casi, persino risultati commerciali importanti possono non essere sufficienti a compensare completamente i costi di sviluppo.

La combinazione tra investimenti crescenti e frequenti ristrutturazioni ha così contribuito ad aumentare la volatilità del settore occidentale, mentre numerosi studi giapponesi hanno mantenuto strutture più contenute e strategie produttive differenti.

Secondo Amir Satvat, analista dell’industria e responsabile dell’ASGC Games Industry Layoffs Tracker, aziende come Konami e Capcom presentano un tasso di permanenza dei dipendenti superiore al 97%.

In un’intervista pubblicata da Edge e ripresa dalla newsletter Knowledge, Satvat attribuisce parte di questa differenza alla maggiore prudenza con cui i publisher giapponesi hanno gestito dimensioni dei team e budget produttivi.

I team giapponesi tendono a essere molto più piccoli e snelli. Non si sono lasciati trascinare dalla tendenza dei live service o da mega-produzioni con squadre da 500 persone.

Secondo l’analista, la minore esposizione al modello live service avrebbe contribuito alla stabilità delle aziende giapponesi. Capcom, per esempio, ha continuato a investire su proprietà intellettuali consolidate e su nuove iniziative, ottenendo negli ultimi anni una crescente attenzione anche da parte del pubblico occidentale.

Un altro elemento riguarda le retribuzioni dei vertici aziendali.

Anche i dirigenti guadagnano molto, ma parliamo di due o tre milioni di dollari, non di 30 milioni.

Il tema dei compensi dirigenziali è diventato particolarmente discusso nell’industria occidentale. L’amministratore delegato di Electronic Arts, Andrew Wilson, avrebbe ricevuto nell’ultimo anno un compenso complessivo di circa 38,6 milioni di dollari, nello stesso periodo in cui la società ha effettuato centinaia di licenziamenti.

Nel modello giapponese, secondo Satvat, i compensi dei dirigenti tendono invece a essere più contenuti, mentre i dipendenti possono beneficiare maggiormente di bonus e sistemi di incentivazione.

Anche nel 2026 il settore videoludico internazionale ha continuato a registrare nuove riduzioni del personale. Le principali aziende giapponesi, tuttavia, sembrano finora aver mantenuto una maggiore stabilità occupazionale, confermando un modello industriale caratterizzato da team più contenuti, costi maggiormente controllati e una minore dipendenza dalle produzioni live service su larga scala.

Scritto da
Lorenzo Bologna

Appassionato di tutto ciò che concerne il mondo videoludico, sono un inguaribile amante dei titoli horror e un accumulatore compulsivo di trofei (meglio se di platino). Avvicinato al medium grazie a mamma Nintendo e papà Crash Bandicoot.

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