Detroit: Become Human – Provata la nuova esclusiva PlayStation 4

Di Andrea "Geo" Peroni
23 aprile 2018

A questo mondo, esistono software house che amano esplorare fino in fondo (talvolta troppo) le IP che le hanno portate al successo, producendo una serie di sequel con l’intento di portare nell’Olimpo dei videogiochi queste opere. Pensiamo ad esempio a Naughty Dog, che ci ha provato e ci è riuscita per ben tre volte, con Crash Bandicoot prima, Jak & Daxter poi e Uncharted infine, e la cosa è pronta a ripetersi anche con The Last of Us naturalmente. Bungie, poi, è ancora legata indissolubilmente al marchio di Halo, la sua opera più grande e conosciuta. Insomniac Games, tra pochi mesi pronta al debutto dell’attesissimo Spider-Man, ha contribuito a rendere Spyro, Ratchet & Clank e la serie Resistance delle pietre miliari della storia videoludica. Eppure, esistono anche compagnie che non amano questo tipo di approccio, bensì, per la natura dei loro progetti, sogni e ambizioni, propendono per l’esplorazione di altri temi, altre ambientazioni, altri mondi, altre storie e altri nomi. Uno dei casi più eclatanti, se non IL caso più eclatante, è quello di Quantic Dream, la software house francese fondata da David Cage che nella sua relativamente breve storia è riuscita a catalizzare su di sé l’attenzione per tutte le sue produzioni, che stiamo ripercorrendo anche noi di Uagna.it nella nostra rubrica Quantic Dream Reloaded. Omikron: The Nomad Soul, Fahrenheit: Indigo Prophecy, Heavy Rain, Beyond: Two Souls. Tutti titoli (o quasi) collegati da un sottile filo conduttore, che termina con il gioco di cui parleremo oggi in anteprima.

Detroit: Become Human, l’ultima produzione di Quantic Dream, è la nuova esclusiva PlayStation 4 in uscita il 25 maggio. Dopo un’attesa di diversi anni, i vari trailer mostrati in occasione delle più svariate fiere e conferenze, le interviste ai diretti interessati, e un breve hands-on in occasione della PlayStation E3 Night del 2017, Sony Italia ci ha finalmente dato la possibilità di testare con mano le prime 2 ore di Detroit: Become Human, un progetto affascinante che porta con sé un livello di aspettativa davvero elevatissimo. Naturale, se pensiamo a tutto quello che ci è stato mostrato in questi mesi e anni, e per come David Cage e i suoi compagni di lavoro ci hanno presentato il tutto. Lo stesso lead writer di Quantic Dream, Adam Williams, che abbiamo avuto il piacere di intervistare in occasione della tappa milanese del tour di presentazione del gioco, ha utilizzato grandiose ed entusiastiche parole per descrivere l’ambizioso Detroit: Become Human, ennesima avventura grafica degli sviluppatori francesi che pone l’accento su una profonda e intricata narrazione che pare scritta dallo stesso giocatore. Le premesse per un altro titolo imperdibile di questo scoppiettante 2018, iniziato decisamente col piede giusto per PlayStation dopo Shadow of the Colossus e God of War, ci sono tutte.

SIAMO UOMINI O ANDROIDI?

La Detroit che avremo modo di visitare nella nuova produzione Quantic Dream è una città immersa in un futuro prossimo che sembra farsi sempre più probabile ogni giorno che passa. Ci troviamo nel 2023, e gli androidi hanno rivoluzionato il modo di fare e la vita dell’uomo, sia in bene che in male. Una parte della popolazione è soddisfatta, favorevole all’utilizzo degli androidi, ma il malcontento tra i ceti più bassi dilaga sempre più. Gli androidi, infatti, sono la causa di una grave crisi economica per molte persone, che hanno perso il loro lavoro proprio a causa del progresso tecnologico che sta permettendo la proliferazione e la rapida diffusione degli esseri robotici, in ogni campo. Medicina, istruzione, assistenza, polizia, gli androidi sono ormai parte della vita quotidiana di Detroit, e appunto non tutti sono contenti. Questo provoca contestazioni talvolta pericolose, che si intersecano con qualcosa di molto più grave che si sta verificando in città: gli androidi, in alcuni casi, stanno sviluppando una propria indipendenza non prevista, che li porta ad atteggiamenti prima impensabili. Un errore di programmazione? Un losco piano di qualcuno alla CyberLife, la società che gestisce gli androidi di Detroit? Ancora non ci è dato saperlo, ma forse non sarà questo il tema portante del gioco di David Cage, che vuole piuttosto confrontarsi sull’impatto etico (e non solo) che un avvenimento come questo può avere sulla società.

In Detroit: Become Human seguiremo da vicino tre protagonisti, tre androidi che rispecchiano perfettamente il problematico momento di questa città. Connor, Kara e Marcus, questi i loro nomi, ognuno immerso nel suo ambiente ma che, presumiamo, finiranno infine con l’incontrarsi, intrecciare le loro storie visti i temi in gioco, i Devianti. Questi Devianti non sono altro che Androidi che si sono “ribellati” alla loro programmazione, che stanno fuoriuscendo dai binari prestabiliti dai loro creatori e scegliendo un cammino tutto loro, in alcuni casi con conseguenze mortali. La nascita dei Devianti ha portato alla formazione, ad esempio, di particolari corpi di polizia che si occupano dei loro casi, corpi ai quali appartiene ad esempio Connor. Le storie di Kara e Marcus, invece, sono più simili di quanto si possa pensare. Anch’essi androidi nati per servire l’uomo, ma con scopi differenti da Connor: entrambi sono androidi legati ai loro padroni che li hanno acquistati, ma già sappiamo che alcuni importanti stravolgimenti nel corso della narrazione porteranno ad un netto cambio di rotta per entrambi. Kara si ritrova ad avere a che fare con una situazione famigliare a dir poco problematica, con un padre alcolizzato e disoccupato che spesso tratta con violenza la figlia. Marcus, invece, fortemente legato all’uomo che lo possiede, resterà vittima degli eventi e verrà portato a divenire addirittura un leader della rivoluzione dei Devianti (lo abbiamo chiaramente visto in occasione del trailer dell’E3 2017, che vi lascio qui sotto per rinfrescarvi la memoria). È chiaro come il sole che le tre storie, seppur legati a contesti narrativi e di setting ben differenti, finiranno con l’intrecciarsi, e possiamo solo immaginarne le conseguenze.

DIFFERENZA DI STILE

Quelle che abbiamo potuto provare a Milano sono le prime 2 ore di gioco di Detroit: Become Human, che ci hanno permesso di saggiare le potenzialità del gioco e verificare meglio l’incipit alle storie di Connor, Kara e Marcus, il tutto su una PS4 Pro con tanto di TV 4K che ha messo in mostra un gigantesco comparto tecnico. Ai tre protagonisti sembrano legarsi, almeno in questi primi capitoli della storia, stili di gioco differenti, che si adattano ovviamente al contesto nel quale ci troviamo.

La missione introduttiva, e che funge da prologo all’intero gioco, è la stessa mostrata nel reveal trailer dell’E3 2016 e che abbiamo avuto modo di provare nel giugno scorso, quando però il gioco era ancora molto lontano dalla release. Connor viene chiamato ad un’impresa disperata: il salvataggio di una bambina, preda di un furioso Deviante che ha ucciso alcuni agenti e che ora è in bilico sul cornicione di un grattacielo con in ostaggio la sua piccola padroncina. Senza troppi giri di parole e senza bisogno di esagerati tutorial, il gioco già immerge pienamente il giocatore in quella che è la sua dimensione che lo seguirà da lì per le successive ore, fornendogli gli strumenti per comprendere il sistema di “progressione della trama” in pochi passi e partendo decisamente con ritmi alti e sostenuti. Nella caccia agli indizi e all’analisi di quella che è stata la scena del delitto, con lo studio approfondito dell’appartamento nel quale è avvenuto il tragico fatto, sembra quasi che il tempo sia un pericoloso nemico, proprio come ci aspetteremmo in una situazione di questo tipo. Il Deviante trattiene l’ostaggio sul cornicione del palazzo, la bambina rischia grosso, e la sensazione che ci viene comunicata è che Connor debba essere rapido e veloce.

La missione non si compone però solamente di una caccia agli indizi, che possono considerevolmente aumentare la percentuale di successo della missione di Connor, ma anche di una serie di conseguenze che ci basano su come ci interfacciamo direttamente con il Deviante nel momento in cui inizia lo scontro faccia a faccia. Ogni nostra parola, ogni nostro gesto e decisione sembra avere un grande peso nell’economia della narrazione, esattamente come era lecito aspettarsi. L’incipit della storia di Connor ha vari risvolti, 6 in totale, e sbirciando qua e là tra i gameplay di altri giornalisti e colleghi presenti all’evento sono quasi sicuro che nessuno sia riuscito a centrare tutti i finali possibili, segno che in Detroit: Become Human, evidentemente, dovremo iniziare a pensare in maniera differente dalla logica che utilizziamo solitamente.

EVOLUZIONE

È una sensazione che si percepisce notevolmente nelle missioni successive, dove l’istinto dell’uomo si fa più vivo. Pensateci: i protagonisti sono tre androidi, programmati per rispondere agli ordini dell’uomo, ma chi guida i tre protagonisti (noi, per inciso) è un essere umano, che ragiona di testa propria e che risponde a istinti e sentimenti differenti. Quali saranno gli effetti su quella che sarà la storia di Detroit: Become Human? Solo quando avremo tra le mani il gioco completo potremo dare una risposta, ma la speranza è che il nuovo titolo di Cage e Quantic Dream non finisca col perdersi in se stesso col passare della narrazione, come già accaduto in altre precedenti opere della software house. A prescindere da questo, le prime ore di gioco fanno ben sperare. Anche da Marcus e Kara, i successivi due androidi protagonisti che ci vengono presentati e dei quali assistiamo agli incipit narrativi, le sensazioni di un prodotto incredibilmente ben costruito e ramificato sono molto positive. Entrambi sono legati agli umani, in maniera molto differente rispetto a Connor, ma le cose finiranno inevitabilmente col precipitare a seguito di importanti eventi che segnano la vita degli androidi. I ritmi di gioco, a differenza di Connor, si fanno molto più blandi, riflessivi, proprio come se ci trovassimo di fronte alle prime fasi di un film che sta preparando lo spettatore a ciò che avverrà dopo, costringendoci a compiere azioni come rassettare il letto, sistemare la cucina, preparare la colazione. Momenti che cozzano ogni volta che riprendiamo tra le mani la run di Connor, sicuramente la più interessante dopo queste prime fasi per intensità e drammaticità, e che speriamo spariscano lentamente col passare delle ore.

La struttura di gioco, comunque, rimane sempre la stessa anche nelle sezioni con Marcus e Kara, anche se in questo caso dobbiamo introdurre un piccolo concetto finale: la differenza tra le varie missioni. Quello che abbiamo visto di Connor, ad esempio, porta sempre a vari finali possibili, ma le cose cambiano per gli altri due protagonisti. Esistono alcune missioni, sia con Kara che con Marcus, in cui il finale possibile è uno solo, e nelle quali gli sviluppatori si sono limitati a dare al giocatore l’illusione della libertà narrativa, saggiamente considerando che, per come la vediamo noi, devono esserci necessariamente dei percorsi da seguire nella narrazione per evitare paradossi o che certe situazioni si incaglino senza spiragli di continuazione. Una scelta che appunto convince, poiché le missioni a “finale aperto” rimangono tante e tutte da esplorare, aiutati anche dalle mappe concettuali di fine livello che mostrano tutte le azioni svolte e lasciano intuire come scoprire gli altri stravolgimenti narrativi.

Che dire, se non che Detroit: Become Human sembra davvero pronto per riportare alla ribalta Quantic Dream. Il gioco è probabilmente in fase di completamento in queste settimane, dato che la versione a nostra disposizione era già dotata di un doppiaggio italiano completo – e molto ben realizzato, specialmente per i protagonisti e i comprimari. Gli unici dubbi che persistono, dopo queste 2 ore di prova, riguardano la solidità della narrazione e l’efficacia della sceneggiatura, alla quale David Cage e i suoi compagni di viaggio hanno lavorato duramente per anni. Detroit: Become Human è l’evoluzione di Heavy Rain e Beyond, ma è qualcosa di molto, molto più complesso. Se le premesse (e le promesse) saranno mantenute, Sony si ritroverà tra le mani una nuova esclusiva dal potenziale esagerato.



Entra a contatto con uno strano oggetto chiamato "videogioco" alla tenera età di 5 anni, e da lì in poi la sua mente sarà focalizzata per sempre sul mondo videoludico. Fan sfegatato della serie Kingdom Hearts e della Marvel Comics, che mi divertono fin da bambino. Cacciatore di Trofei DOP.