Recensione Uncharted 4 – La Storia la fa Naughty Dog

recensione uncharted 4
Di Andrea "Geo" Peroni
21 maggio 2016

Sotto la sapiente regia di Steven Spielberg, Indiana Jones e i Predatori dell’Arca perduta, nel 1981, ridefinì completamente i canoni del genere avventura, grazie inoltre ad un ispiratissimo George Lucas (nel suo curriculum figura anche un’altra piccola produzione, un certo Star Wars) e lo straordinario Harrison Ford. Nel 2007 la software house Naughty Dog riesce in toto nella sua missione: cercare di portare lo spirito del vecchio Indiana Jones sul piccolo schermo facendo vivere al giocatore stesso le splendide avventure di questo nuovo e carismatico protagonista, Nathan Drake. Così come I predatori dell’Arca perduta ridefinì le regole per il cinema, Uncharted: Drakes’ Fortune si pose come nuovo punto d’arrivo per tutti quei giochi che aspiravano ad essere il top, superato addirittura qualche anno dopo da Uncharted 2: Il covo dei ladri. Qualunque software house si sarebbe fermata lì, di fronte a tale successo, a crogiolarsi di fronte ai propri meriti. Un gioco (o per meglio dire, una trilogia di titoli) capace di restare per sempre nell’immaginario collettivo, al pari di altre serie videoludiche tra le più famose di sempre, avrebbe potuto far vivere di rendita per anni e anni. Non Naughty Dog. I cagnacci di Sony, dopo aver deliziato ogni persona sul pianeta con quel capolavoro di The Last of Us, tornano a scorrazzare per il mondo con Nathan, in Uncharted 4: Fine di un ladro. Un gioco che sa di addio, ma che non per questo non dovrà essere ricordato. Drake è tornato, e lo fa con un titolo tra i migliori in assoluto per la storia videoludica. Il perché ve lo spieghiamo in questa esaustiva recensione.

SONO UN UOMO DI VENTURA

unchatyed 4 nathan drake samAvevamo lasciato uno stanco Nathan Drake alla fine di Uncharted 3: L’inganno di Drake, che dopo aver trovato l’Atlantide del deserto decideva di ritirarsi a vita privata con la bella Elena Fisher, compagna ormai di tante avventure e giusto coronamento del sogno amoroso del protagonista. Ed è così che ritroveremo Drake in Uncharted 4, dopo un prologo a dir poco criptico e straordinario che ci anticipa la parte finale del gioco, intento a portare avanti una vita che non gli si addice: recuperare relitti e carichi finiti sott’acqua, impresa pericolosa certo, anche avvincente, sempre se non sei una persona che ha scoperto in 4 anni El Dorado, Shambala e un’altra leggendaria città nel deserto. L’abitazione di Drake, che condivide naturalmente con l’amata Elena, è praticamente un museo, una raccolta di tutti i cimeli e di tutti i ricordi che hanno fatto di Drake la persona che abbiamo imparato a conoscere nel corso degli anni. Il richiamo dell’avventura è fortissimo, e l’annoiato Nate non potrà fare altro che rimettersi in gioco quando un uomo, da un passato vecchio di 15 anni, tornerà a fargli visita: Sam, il fratello di Nate, con il quale ha condiviso buona parte della sua vita, compresa una permanenza in orfanotrofio che ci da un approfondimento sempre maggiore sulla giovinezza del protagonista, cosa che era già accaduta in Uncharted 3.

L’espediente narrativo del flashback (anzi, dei flashback) permette a Naughty Dog di mostrare il profondo rapporto tra Nate e Samuel, così come lo spirito avventuroso dei due sin dalla giovinezza, quando forse fu lo stesso Sam a instillare la voglia di avventura nel piccolo Drake. Un’ottima prima parte di gioco aprirà le porte al presente, quando Sam si rifarà vivo e sarà in grave pericolo di vita. L’unico modo per aiutare il fratello sarà quello di rimettersi in viaggio, di nuovo, per un’ultima volta, per trovare uno dei tesori più leggendari della storia: quello del pirata Henry Avery (del quale abbiamo discusso ampiamente nell’anteprima dedicata al gioco, che trovate qui), che col proseguire delle vicende si scoprirà essere custode di qualcosa di ancora più grande. Il riferimento è naturalmente a Libertalia, leggendaria colonia e utopia dei pirati (qualcosa di simile alla Baia dei Relitti di Pirati dei Caraibi) che fungeva da punto sicuro e di raccolta per tutte le navi dei suoi associati, come Adam Baldrige, Christopher Condent, Anne Bonny, Richard Want, Yazid Al-Basra e Tariq Bin Malik. Una narrazione che procederà abbastanza linearmente, con il classico villain di turno, ancora una volta una vecchia conoscenza di Drake, che non farà altro che dare filo da torcere al gruppo di avventurieri, sulle tracce anch’egli del mitico tesoro di Avery. Un cattivo sicuramente meno carismatico rispetto alla Katherine Marlowe di Uncharted 3, e forse addirittura meno coinvolgente del suo (o della sua?) scagnozzo, ma a conti fatti la storia non poteva essere scritta in maniera migliore per dare giusto riconoscimento e spazio al nostro Nate, e che nelle sue circa 13 ore di gioco per terminare la run (che aumenteranno con l’aumentare della difficoltà e con la ricerca dei collezionabili) riesce a non stancare mai. Riuscirà Drake a salvare il fratello, trovare il tesoro e ricongiungersi con la bella Elena? La risposta, naturalmente, a fine gioco.

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DEVO SEGUIRE IL MIO DESTINO

È difficile scrivere questa recensione, è molto difficile, per un semplice motivo: non so decidere quale aspetto elogiare per primo di questo immenso titolo. Proviamoci, e cerchiamo di focalizzarci innanzitutto sulla storia. Se Uncharted: Drake’s Fortune aveva evoluto quella che era la storia dei classici Tomb Raider proponendo qualcosa di differente, i due sequel avevano improntato la loro narrazione su un modello molto più cinematografico, che si pensava avesse raggiunto ormai il suo apice. Uncharted 4 ci spiega, sin dai primi minuti di gioco, quanto fossimo impreparati a qualcosa di questo tipo. Complice l’immensa esperienza accumulata con gli anni e con i giochi, Uncharted 4 si avvale di una regia, una sceneggiatura ed una colonna sonora che rendono in tutto e per tutto questo titolo il primo reale film/videogioco, in grado di immergervi al 100% nell’azione e allo stesso tempo di farvi rilassare sulla vostra poltrona o divano o sedia nel momento in cui partiranno le cutscene. Belle, impossibili da non ammirare, splendide. La narrazione, dicevamo, procederà abbastanza linearmente, ma questo non significa che non ci saprà sorprendere con alcuni colpi di scena, e le scelte di regia (perché sì, in casi come questi bisogna per forza parlare di regia come se ci trovassimo di fronte ad un kolossal di Hollywood) contribuiscono ad approfondire ancor di più la storia, restando ad esempio ad ascoltare i dialoghi dei comprimari una volta che Nathan è impegnato in telefonate o altro, o sono perfettamente pianificate per mostrare al giocatore scorci di quello che gli sviluppatori hanno preparato. Proprio come in un film. Personaggi che vengono approfonditi, con una caratterizzazione sempre più netta ed un carisma davvero imponente, in un gioco in cui nulla è lasciato al caso: la storia scorrerà fluida e difficilmente avrete voglia di staccarvene, se non forse quando vi bloccherete di fronte a qualche enigma o a qualche sparatoria (a difficoltà elevata) dalla quale non riuscirete ad uscire vivi. Ma è anche questo il bello dei videogiochi: ci spingono a sfidare noi stessi e a superare i nostri limiti.

Continua…

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Entra a contatto con uno strano oggetto chiamato "videogioco" alla tenera età di 5 anni, e da lì in poi la sua mente sarà focalizzata per sempre sul mondo videoludico. Fan sfegatato della serie Kingdom Hearts e della Marvel Comics, che mi divertono fin da bambino. Cacciatore di Trofei DOP.