Ci sono giochi che prendono il giocatore per mano, ma Pathologic 3 ti tende il palmo solo per vedere se davvero vuoi rialzarti. È un titolo che non si limita a raccontare un’epidemia, ma costringe a viverla come un continuo esame: di noi stessi, delle nostre decisioni e della nostra arroganza. Fin dai primi minuti è chiaro che non sarà una storia di eroismo. Piuttosto, un racconto su quanto sia facile confondere la competenza con la superbia e le buone intenzioni con il bisogno di controllo. Scopriamo qualcosa di più nella nostra recensione.
Quattro passi nel delirio

Torniamo a Gorkhon, una città così ostile che sembra progettata da Franz Kafka dopo una notte insonne e un mal di testa dovuto ad una notte di baldorie. Questo terzo capitolo della saga, ancora una volta, non è un vero seguito, ma un nuovo tentativo di affrontare la stessa idea, fondamentalmente scomoda. Questa volta osserviamo tutto attraverso gli occhi di Daniil Dankovsky: medico, razionalista e uomo che da tempo combatte più contro il concetto di morte che contro la malattia stessa. Pathologic 3 lo colloca molto rapidamente nel ruolo dell’imputato. La città è caduta. Le persone sono morte. E noi dobbiamo spiegare perché. Il ritorno indietro nel tempo non serve a correggere gli errori, ma ad analizzarli. Se volessimo fare un’analogia cinematografica, è più Memento che Ricomincio da Capo, più un’analisi che un riavvio.
Le prime ore sono volutamente disorientanti. I sistemi si sovrappongono, le informazioni sono frammentarie e per molto tempo il gioco non ci dice chiaramente se ce la stiamo cavando piuttosto bene o se stiamo mandando tutto clamorosamente in rovina. Ed è proprio questo il punto.
Pathologic 3 non gioca con l’horror psicologico in senso classico: è più vicino a un sandbox investigativo-medico, in cui ogni dialogo, ogni dettaglio e ogni silenzio possono tornare a galla dopo qualche giorno in un contesto completamente diverso. I Cainiti non vogliono parlarci il quinto giorno? Torna al secondo, cambia il tono della conversazione, smussa il conflitto e all’improvviso si aprono percorsi narrativi del tutto nuovi. Il mondo reagisce, e noi non sappiamo nemmeno se possiamo festeggiare.
La mente, l’ultimo fronte

Il cambiamento più importante rispetto ai capitoli precedenti riguarda ciò che in Pathologic 3 ci fa mantenere in vita. Non lo stomaco, non la barra della stamina, nemmeno il corpo. Qui si combatte per la mente. Il sistema di apatia e mania funziona come un implacabile elettrocardiogramma della psiche di una persona gettata in una situazione che la può sopraffare del tutto. Troppa rassegnazione porta a un colpo di pistola alla testa. Troppa eccitazione, all’esaurimento fisico.
È importante sottolineare che non si tratta di una barra astratta sull’HUD. Entrare in modalità “indagine” evidenzia elementi del mondo che possiamo sfruttare per aumentare consapevolmente la mania a costo della salute, ma con un chiaro beneficio in termini di maggiore mobilità. Quando il tempo stringe, è una scorciatoia rischiosa ma allettante. Sempre di trovare poi il modo di tirarci fuori da quello stato.
Perché Pathologic 3 è anche un gioco sulla gestione del tempo. Ogni giorno è incasellato in schemi rigidi e le informazioni chiave, come i risultati delle diagnosi dei pazienti, compaiono a un’ora precisa. Ci siamo persi un evento importante perché abbiamo vagato troppo a lungo per la città? Pazienza. L’occasione è andata. E lo stesso vale per gli spostamenti: viaggiare tra i quartieri “divora” letteralmente il tempo, costringendoci a pianificare i percorsi come in un’agenda degli impegni quotidiani. Non è un mondo da esplorare liberamente. È un calendario strettissimo che non perdona l’improvvisazione.
Dr. Dankovsky Medical Division

Gran parte del tempo la trascorriamo dentro e attorno all’ospedale: diagnosticando, interrogando i pazienti, analizzando i sintomi e cercando di distinguere una semplice bugia da una malattia che sta appena emergendo. Queste sequenze sono metodiche, a tratti noiose, e deliberatamente prive di effetti speciali. Non è investigazione con una checklist, ma il lavoro logorante di un medico in una città che gli mente anche quando non ne trarrebbe alcun vantaggio. Casi apparentemente banali possono rivelare, dopo qualche giorno, un volto completamente diverso e molto più oscuro, ed in questo senso il gioco premia la nostra pazienza più con un senso di comprensione che con una spettacolare rivelazione finale.
Funziona molto bene anche il livello “amministrativo-gestionale”. A un certo punto Dankovsky ottiene un potere reale sulla città: può emanare decreti, chiudere quartieri, decidere l’accesso alle risorse. Ed è uno di quei momenti in cui Pathologic 3 colpisce dolorosamente nel segno delle paure contemporanee. Crisi, intervento dell’esperto, misure straordinarie, limitazione delle libertà “per il bene comune”. Suona familiare? Il gioco non moralizza, non propone tesi roboanti. Mostra soltanto, con fredda precisione, quanto velocemente la responsabilità si trasformi in gestione delle macerie.
Il combattimento esiste, ma più come minaccia che come soluzione alle diatribe. Le armi servono più spesso a intimidire che a uccidere, e ogni goccia di sangue versata ci ritorna indietro come un boomerang sotto forma di conseguenze psicologiche. Col tempo si nota anche come alcuni sistemi possano essere aggirati in modo più furbo di quanto probabilmente avessero previsto gli sviluppatori. Sono piccole crepe nella costruzione della tensione, che però non riescono a incrinare l’esperienza complessiva.
L’estetica dell’epidemia

Dal punto di vista audiovisivo, Pathologic 3 rimane fedele alla sua estetica teatrale un po’ grezza. La città è brutta, opprimente e stranamente ipnotica. Musica e suono lavorano a un livello quasi subconscio: qui il silenzio può essere più assordante di qualsiasi tema musicale. Tecnicamente non è perfetto: capitano cali di frame e a volte i sistemi mostrano la loro artificiosità. Paradossalmente, però, queste imperfezioni si adattano bene a un mondo che di per sé è spezzato e diffidente verso le soluzioni semplicistiche.
Pathologic 3 è un gioco che non vuole essere amato. Vuole essere ricordato. È un titolo per chi nei videogiochi cerca non l’evasione, ma il confronto: con il proprio comfort, con il potere, con la responsabilità. E con l’idea che anche le migliori intenzioni, se messe in atto nel momento sbagliato, possano rivelarsi semplicemente un’altra forma di catastrofe.

Review Overview
Riassunto
Pathologic 3 segna l'arrivo del terzo capitolo di una saga unica, e che sarà ricordata non tanto per un gameplay raffinato, ma per un modo di raccontare e raccontarsi decisamente memorabile. Le sue atmosfere grandguignolesche ci mettono di fronte a dei dilemmi attuali, e ad un horror con il quale possiamo relazionarci.
Pro
Innovativo sistema di salute mentale Meccanica coinvolgente dei decreti e della gestione della città Processo di diagnosi dei pazienti soddisfacente Ottima atmosfera da horror teatrale Manipolazione del tempo come strumento narrativoContro
Qualche bug di troppo Alcuni aspetti del gameplay sono troppo grezzi ed artificiosi- Giudizio complessivo8
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