Home Videogiochi Speciali Stop Killing Games sta trovando solo muri, ma noi ci chiediamo: il videogioco non è forse arte?

Stop Killing Games sta trovando solo muri, ma noi ci chiediamo: il videogioco non è forse arte?

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Che il settore videoludico sia in difficoltà è risaputo: tagli del personale, progetti cancellati prima ancora di vedere la luce e, in mezzo a questo polverone, si inserisce anche la complessa questione dei nostri diritti di consumatori. Una battaglia portata avanti dalla petizione “Stop Killing Games”, nata sul web e ormai diventata un movimento globale sostenuta dalla community, ma non ha trovato l’esito sperato, dopo le recenti decisioni della Commissione Europea, la nostra è davvero una battaglia persa? Le speranze sono arrivate al capolinea?

Ripercorriamo l’intera vicenda dall’inizio alla fine.

Il caso The Crew

Tutto ha avuto inizio nel 2024, quando il colosso francese Ubisoft ha “ucciso” The Crew (titolo del 2014) annunciando la fine del supporto, spegnendo definitivamente i server e rimuovendo il gioco dalle librerie digitali, fino a renderlo inaccessibile persino per chi lo aveva regolarmente acquistato. Spegnere i server è una pratica comune nel settore, ma di solito si lascia intatta la componente single-player offline, ma nel caso di The Crew, la mancanza di una modalità offline ha decretato la morte istantanea dell’intera opera.

Da questa scintilla, lo YouTuber statunitense Ross Scott ha dato vita al movimento Stop Killing Games, chiedendo l’obbligo per le aziende di garantire il funzionamento dei propri titoli anche in assenza di server. Il movimento ha raccolto enormi consensi, raggiungendo circa 1,5 milioni di firme tra Regno Unito ed Europa, e costringendo sia il Parlamento britannico che la Commissione Europea a discutere formalmente la questione.

Le risposte della politica

Nonostante le ottime premesse, le richieste dei consumatori sono state respinte al mittente. Prima negli Stati Uniti, dove le costanti pressioni dell’ESA (Entertainment Software Association) hanno fatto arenare il provvedimento in California. Per capire il clima teso che si respira oltreoceano, basti pensare a quanto emerso proprio ieri, 30 giugno, nel corso di una seduta sul Protect Our Games Act: Aubrey Gibbons, vicepresidente senior dell’ESA, ha attaccato frontalmente l’unica ancora di salvezza dei giocatori, definendo “illegali” i server privati creati dalla community per far sopravvivere titoli come Call of Duty o Minecraft (soluzioni, queste, già apertamente utilizzate dagli utenti come reale alternativa alla chiusura).

Una posizione molto dura, giustificata dall’associazione citando presunti rischi per la sicurezza e violazioni di copyright, una situazione al limite del comico se si considera che persino il contratto di licenza (EULA) di Minecraft permette esplicitamente agli utenti di ospitare server proprietari. Non a caso, subito dopo queste dichiarazioni, l’ESA ha dovuto fare un parziale passo indietro, “correggendo” il tiro: l’associazione ha precisato che la sua condanna riguarda esclusivamente i server privati che violano i diritti di proprietà degli editori e che operano senza la supervisione dei publisher o senza adeguati standard di sicurezza.

Poi, il 16 giugno, è arrivata la doccia fredda anche dalla Commissione Europea, la cui posizione è stata chiara:

La Commissione ritiene di non poter proporre l’obbligo giuridico di mantenere la possibilità di utilizzare i videogiochi quando ne viene interrotta la fornitura commerciale, a causa dei diritti di proprietà intellettuale. Secondo la normativa dell’UE sul diritto d’autore, i titolari godono di diritti esclusivi sulle loro creazioni.

In parole povere, per la Commissione, i publisher detengono i diritti esclusivi sulle loro IP, costringerli a rendere “pubblico” o modificabile il codice per far sopravvivere il gioco significherebbe violare queste normative.

L’UE, inoltre, ha sottolineato che le tutele per i consumatori esistono già, ma guardano al lato economico piuttosto che alla preservazione dell’opera: l’azienda deve comunicare chiaramente la durata del servizio e, in caso di chiusura anticipata, il consumatore può richiedere un rimborso proporzionale. Insomma, per le istituzioni l’importante è non essere truffati finanziariamente, non preservare il gioco in sé.

Per tentare di accontentare gli 1,4 milioni di firmatari, l’unica concessione della Commissione è stata la proposta di un tavolo tra grandi publisher e associazioni dei consumatori, con l’obiettivo di stilare un “codice di condotta” per gestire il fine vita dei giochi. Si tratterebbe, però, di semplici linee guida volontarie, prive di reale valore legale.

Una promessa di dialogo che perde molta della sua credibilità se consideriamo un recente retroscena: appena due settimane prima del verdetto, infatti, Ubisoft ha partecipato a una riunione “su invito” con la Commissione Europea, un confronto a porte chiuse dal quale i rappresentanti dei consumatori sono stati totalmente esclusi.

 

Il videogioco non è forse arte?

L’arte ha sempre spinto l’essere umano, fin dall’alba dei tempi: scultura, architettura, pittura, musica e cinema. Considerando queste ultime due, perché il videogioco dovrebbe essere considerato da meno? Un videogioco non emoziona? Non racchiude in sé pittura, scultura digitale, architettura e composizione musicale? È davvero solo un prodotto a scopo ludico?

Se lo chiediamo al 90% dei videogiocatori, la risposta è ovvia: la creazione di un videogioco è arte pura, è un’arte creata da gruppi di persone mosse dalla passione, capaci di plasmare mondi complessi in cui possiamo immergerci, stupendoci ogni volta.

Un medium che fa emozionare milioni di persone tutti i giorni non merita forse di essere preservato al pari di una pellicola cinematografica? D’un dipinto? Della musica?

Siamo forse noi giocatori a pensar male?

 

La speranza è l’ultima a morire

Stop Killing Games non si arrende. Lo sguardo è ora rivolto al Parlamento Europeo, con l’obiettivo di inserire la questione videoludica nel Digital Fairness Act, un’importante proposta legislativa che mira ad aggiornare la tutela dei consumatori, adeguandola alle complessità dell’odierno mercato digitale.

Se il Digital Fairness Act dovesse superare l’iter legislativo, le aziende operanti in Europa sarebbero costrette a rivedere i propri modelli di business, riprogettando interfacce, sistemi di abbonamento e contratti per garantire una reale libertà di scelta e un rapporto commerciale più equo. La presentazione ufficiale della legge è attesa per la fine del 2026 e fino ad allora, il movimento resta in panchina, in attesa di scoprire se i suoi obiettivi sono pura utopia o se potranno avere un peso legale.

La speranza è che, una volta per tutte, l'”arte” dei videogiochi venga tutelata, permettendoci di rigiocare i titoli che abbiamo amato senza il terrore che un publisher decida, dall’oggi al domani, di “uccidere” le opere in cui abbiamo investito migliaia di ore della nostra vita.

 

Scritto da
Daniele Madau

Quando avevo 7 anni mio padre mi ha fatto giocare con lui a Metal Gear e da allora con i videogiochi è stato solo amore. RPG, Survival Horror e, ovviamente, Stealth Game sono i miei preferiti.

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