Il problema non riguarda soltanto la qualità delle storie raccontate, ma soprattutto il modo in cui queste vengono trasformate in esperienze giocabili. Le campagne più recenti hanno spesso dato l’impressione di essere costruite recuperando ambientazioni e meccaniche da altre modalità, privilegiando strutture aperte e attività ripetitive a discapito del ritmo, della regia e della spettacolarità. Black Ops 7, in particolare, ha rappresentato l’emblema di questa deriva, con una campagna frammentata, poco ispirata e incapace di ritrovare quella precisa identità cinematografica che aveva reso celebre il franchise. Un passo indietro ancora più difficile da accettare considerando che Black Ops 6 aveva dimostrato come fosse ancora possibile proporre un’esperienza narrativa convincente.
In questo contesto, Modern Warfare 4 aveva un compito tutt’altro che semplice: concludere una saga dalla qualità altalenante e, contemporaneamente, restituire credibilità a una componente della serie che sembrava aver perso importanza. Infinity Ward ha scelto di farlo tornando alle origini, senza rinunciare a qualche sperimentazione, ma mettendo nuovamente al centro missioni costruite con attenzione, personaggi riconoscibili e grandi sequenze d’azione. Il risultato è una campagna che, pur senza raggiungere le vette assolute del franchise, rappresenta il miglior Modern Warfare dai tempi del reboot del 2019.
Due storie destinate a incontrarsi
La narrazione riprende le vicende successive a Modern Warfare III, con il capitano John Price ormai profondamente segnato dalla morte di Soap e determinato a vendicarsi di Vladimir Makarov. Il suo comportamento sempre più incontrollabile lo ha trasformato in un fuggitivo, ricercato persino dagli uomini con cui ha condiviso innumerevoli operazioni. La sua caccia lo conduce sulle tracce de l’Arciere, enigmatico antagonista interpretato da Mads Mikkelsen, coinvolto in una cospirazione dalle conseguenze potenzialmente devastanti.
Parallelamente, il gioco introduce una seconda linea narrativa ambientata nella penisola coreana, dove un’invasione della Corea del Sud da parte delle forze nordcoreane trascina la regione in un conflitto su larga scala. Qui conosciamo Park Hyun Jun, giovane soldato interpretato da Young Mazino, che si ritrova improvvisamente coinvolto in una guerra per la quale non è preparato. La contrapposizione tra i due protagonisti funziona particolarmente bene: Price è un veterano consumato dalla vendetta, mentre Park rappresenta il punto di vista di chi affronta la brutalità della guerra con paura e incertezza.
Infinity Ward alterna continuamente le due storie, muovendosi anche tra momenti temporali differenti, fino a far convergere progressivamente gli eventi. Nonostante una sceneggiatura che deve fare i conti con le numerose sottotrame ereditate dai capitoli precedenti, il racconto mantiene un ritmo convincente. Sorprendentemente, sono proprio Park e i suoi compagni a regalare alcuni dei momenti più coinvolgenti, grazie a rapporti credibili e a una dimensione umana che la serie aveva spesso trascurato.
Uno spettacolo che non concede tregua
È soprattutto nella costruzione delle missioni che Modern Warfare 4 dimostra di aver ritrovato la propria identità. Le sedici operazioni che compongono la campagna, completabili in circa sette ore, accompagnano il giocatore attraverso ambientazioni estremamente variegate, dalle strade devastate di Seul ai locali notturni di New York, passando per Parigi e le regioni montuose della Corea del Nord.
Le prime ore sono un concentrato di azione cinematografica. Una missione ambientata in un nightclub newyorkese trasforma Price in una sorta di John Wick, tra combattimenti ravvicinati e sparatorie frenetiche, mentre un inseguimento automobilistico per le strade di Parigi mette in scena esplosioni e situazioni volutamente esagerate. Le sezioni coreane recuperano invece il carattere più strettamente militare della serie, con scontri su vasta scala, assalti anfibi e operazioni difensive particolarmente spettacolari.
Tra i momenti più riusciti troviamo uno sbarco che richiama apertamente il D-Day, valorizzato da un eccellente comparto sonoro, e una missione ambientata in un aeroporto nella quale possiamo passare dinamicamente da un soldato all’altro, sfruttandone equipaggiamenti e posizioni differenti. Sono sequenze che restituiscono perfettamente la sensazione di trovarsi al centro di un conflitto imponente, qualcosa che nelle campagne recenti era diventato sempre più raro.
Non mancano naturalmente infiltrazioni con visori notturni, incursioni negli edifici, fughe rocambolesche e scontri a bordo di mezzi militari. Situazioni già familiari agli appassionati, ma orchestrate con una cura che riesce a renderle ancora appaganti. Modern Warfare 4 non cerca necessariamente di reinventare Call of Duty, bensì preferisce ricordarci perché questa formula abbia funzionato così bene per oltre vent’anni.
Arenati: una libertà finalmente sensata
L’esperimento più interessante della campagna arriva con Arenati, una missione ambientata in un’ampia regione innevata della Corea del Nord, nella quale Park e la sua squadra devono sopravvivere dietro le linee nemiche. A differenza delle discutibili sezioni aperte di Modern Warfare III e Black Ops 7, questa volta Infinity Ward propone un livello progettato specificamente per il single player, integrando la maggiore libertà d’azione nelle esigenze della narrazione.
L’obiettivo consiste nel completare tre incarichi principali, affrontabili nell’ordine preferito. È possibile raggiungerli immediatamente attraverso il viaggio rapido, oppure esplorare liberamente la mappa, assaltando avamposti, recuperando risorse e risolvendo piccoli enigmi per ottenere equipaggiamenti migliori. I materiali raccolti possono essere utilizzati in un rifugio sotterraneo per preparare armi silenziate, strumenti tattici e supporti offensivi, personalizzando così l’approccio agli scontri.
Le meccaniche ricordano parzialmente la modalità DMZ, ma la differenza fondamentale è che l’esplorazione rimane facoltativa. Chi desidera concentrarsi sulla storia può proseguire senza perdere tempo, mentre i giocatori più curiosi trovano attività sufficienti per prolungare sensibilmente la missione. Non tutte le ricompense risultano indispensabili, ma Arenati rappresenta comunque uno degli esperimenti più riusciti della campagna, dimostrando che una struttura aperta può funzionare quando viene progettata con uno scopo preciso.
Guerra moderna
Sul piano delle meccaniche, Modern Warfare 4 conferma l’eccellente lavoro di Infinity Ward sul gunplay. Le armi restituiscono sensazioni convincenti, il movimento è fluido e gli scontri mantengono una buona intensità anche grazie alla necessità di sfruttare coperture, munizioni e piastre corazzate. L’intelligenza artificiale non brilla particolarmente, ma affrontare i nemici con eccessiva superficialità può comunque rivelarsi fatale.
Tra le novità troviamo un sistema di combattimento corpo a corpo basato su parate e contrattacchi, impiegato soprattutto durante alcuni confronti importanti per la storia. L’idea è interessante, ma l’esecuzione non sempre convince: la visuale in prima persona rende talvolta difficile leggere i movimenti degli avversari, mentre la necessità di ripetere determinati scontri finisce per indebolirne l’impatto emotivo.
Qualche limite emerge però nella scrittura. L’Arciere beneficia dell’ottima interpretazione di Mads Mikkelsen, ma non riceve uno sviluppo sufficiente per diventare un antagonista davvero memorabile. Anche Makarov continua a soffrire il confronto con la sua incarnazione originale, mentre alcuni personaggi vengono sacrificati per chiudere rapidamente le numerose questioni rimaste aperte. La conclusione resta comunque soddisfacente, nonostante alcuni combattimenti finali poco incisivi.
Missione completata?
Modern Warfare 4 rappresenta finalmente un’inversione di tendenza per le campagne di Call of Duty. Infinity Ward riesce a confezionare un’avventura spettacolare, ben ritmata e sostenuta da personaggi capaci di suscitare un coinvolgimento che mancava da tempo. Non mancano difetti, né una missione destinata a diventare iconica, ma la qualità complessiva rimane elevata dall’inizio alla fine.
Soprattutto, il gioco dimostra quanto le delusioni di Modern Warfare III e Black Ops 7 non dipendessero da una formula ormai superata, bensì da una progressiva perdita di attenzione nei confronti della componente narrativa, che qui per fortuna è tornata a palesarsi.





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