[RECENSIONE] Alice in Borderland: il survival game di origine orientale approda su Netflix

Di Chiara Ferrè
23 Dicembre 2020

Se siete fan del Giappone e non siete deboli di cuore, Alice in Borderland è pane per i vostri denti. Netflix ha recentemente pubblicato sulla sua piattaforma le 8 puntate che costituiscono la prima serie del live action che adatta l’omonimo manga di Haro Aso, arrivato in Italia dieci anni fa grazie a Flashbook Edizioni e al momento non più reperibile nel nostro paese.

La dinamicità e lo stile accattivante che hanno caratterizzato la piattaforma Netflix nell’ultimo anno si uniscono alla cultura orientale e all’eccentricità che caratterizza gran parte dei suoi personaggi, creando una interessante commistione tra occidente ed oriente. Alice in Borderland è un “survival game” che non spicca per originalità ma che prende a piene mani da opere fondamentali del genere, da Battle Royale a Hunger Games, da Stay Alive a Maze Runner fino a Saw.

Scopriamo insieme qual è il risultato.

Da Shibuya con terrore

Arisu (Kento Yamazaki), Karube (Keita Machida) e Chota (Yuki Morinaga): tre ragazzi giapponesi ordinari, uno molto diverso dall’altro, si sono scelti per diventare amici per la pelle. Arisu (che è di fatto la pronuncia giapponese di “Alice”) è un ragazzo piuttosto svogliato e solitario. Non si prende molta cura di sé e non riesce a valorizzarsi, nonostante abbia una mente brillante che tiene costantemente allenata giocando ai videogames. Karube è il belloccio del gruppo, simpatico e dinamico fa da collante tra Arisu e Chota, dando brio e divertimento al terzetto: è un ragazzo semplice ma dai grandi ideali, deciso a fare la proposta di matrimonio alla sua attuale fidanzata. Infine c’è Chota, il più schivo e insicuro dei tre, che riesce a credere in sé stesso solo grazie alla presenza dei due amici e all’affetto che prova per loro.

Fin qui, niente di nuovo. In generale tutti i personaggi di Alice in Borderland risultano abbastanza stereotipati, macchiette già viste che però, nel concerto della narrazione, riescono a rendere l’atmosfera varia e accattivante.

Un giorno come un altro i tre, da bravi teppistelli, si trovano chiusi in un bagno nell’incrocio stradale più famoso del mondo: Shibuya Crossing. Una volta usciti dal bagno, intuiscono subito che qualcosa non va: tutto è stranamente silenzioso, immobile. Per una città così densamente popolata come Tokyo, una tale atmosfera è pura utopia. I tre ragazzi si rendono conto che l’intera popolazione della metropoli è scomparsa come per magia, lasciandosi dietro case, negozi, mezzi di trasporto. Si tratta di un avvio particolarmente intrigante, che porta i protagonisti e gli spettatori a porsi subito mille domande: come diavolo è possibile che Arisu, Karube e Chota siano gli unici rimasti in una Tokyo completamente deserta? Dov’è finito il resto della popolazione?

Ottenere risposte non sarà facile, ma è proprio così che Alice in Borderland dà inizio ai giochi: come in una macabra escape room, l’intera città di Tokyo è diventata l’area di gioco nella quale battersi per rimanere in vita. La realtà infatti è stata come spazzata via: dimenticate i giochi tra ragazzi, le serate al bar, i videogames nella cameretta, i dubbi, le preoccupazioni tipiche degli adolescenti… la priorità sarà soltanto sopravvivere.

Tra mazzi di carte e utopie, la legge di Darwin regna sovrana

La maggior parte degli abitanti di Tokyo sono scomparsi è vero, ma purtroppo non tutti: Arisu, Chota e Karube troveranno ben presto altre persone comuni che sono state catapultate nella realtà alternativa e che ne sono ora prigionieri. La costante sensazione di incertezza e di dubbio che permea l’intera serie è sicuramente un punto a favore, che contribuisce a mantenere col fiato sospeso e a incuriosire. I malcapitati sono tutti partecipanti ad un macabro gioco per la sopravvivenza dove la regola principale è una sola: il più forte vince.

Per avere la meglio sugli altri serve atletismo e determinazione, a volte astuzia: è chi ha la mente più brillante e capace di ragionare fuori dagli schemi a salvarsi. In varie zone di Tokyo illuminate per l’occasione (possono essere palazzi o determinate aree metropolitane) si svolgono dei particolari giochi nei quali i partecipanti devono uscire vivi da situazioni mortali: a volte bisogna collaborare per giungere alla soluzione entro il tempo limite, altre volte l’istinto di sopravvivenza porta i poveri malcapitati a ingannarsi e uccidersi l’un l’altro, in una lotta disperata per uscire dall’incubo senza fine. Vincendo una sfida, si viene ricompensati con la carta da gioco corrispondente: a seconda della carta infatti, è possibile intuire la difficoltà e il tipo di gioco al quale si sta partecipando.

Tutti i giocatori vivono costantemente minacciati da una spada di Damocle: non è possibile sottrarsi ai giochi, in quanto partecipare e vincere è fondamentale per guadagnare nuovi giorni di sopravvivenza. Chi non prende parte agli enigmi e infrange le regole, viene istantaneamente eliminato da dei misteriosi raggi laser piovuti dal cielo.

È su queste premesse che si basa l’intera trama di Alice in Borderland, una serie che si prende forse troppo sul serio per la forma di intrattenimento che in realtà offre: per gli amanti del genere è sicuramente interessante, ma potrebbe comunque risultare ridondante, ripetitiva e poco originale con il passare delle ore. Non mancano momenti decisamente trash che vanno un po’ a smorzare la generale qualità dell’intera produzione.

Alice in Borderland inizia con delle ottime premesse che rischiano però di diventare ripetitive mano a mano che si prosegue con i giochi: si sente il bisogno di una svolta, di una rivelazione. Un sostanziale cambiamento narrativo arriva superata la metà della stagione, quando i personaggi vengono trascinati in un’utopia nell’utopia: all’interno della Tokyo alternativa si è infatti costituita una comunità di giocatori che punta a collaborare per la sopravvivenza e a terminare tutte le sfide per riottenere la libertà. Si tratta della “Spiaggia”, istituita e governata dall’ambiguo Hatter (sì, il Cappellaio) interpretato da Nobuaki Kaneko. Tutti coloro che finiscono nella Spiaggia non possono uscirne e sono costretti a sottostare alle sue regole (tra cui quella di indossare costantemente costumi da bagno). Se l’arrivo nell’assurda comunità contribuisce a dare quel twist alla narrazione che era necessario, la serie rallenta nuovamente sul finale, offrendo due episodi conclusivi piuttosto noiosi e scontati, che tendono a prendere costantemente tempo anche quando l’esito della storia dei protagonisti è ormai evidentemente segnato. Il finale invece rappresenta un altro punto a favore di Alice in Borderland, perché riesce finalmente a dare allo spettatore abbastanza risposte per soddisfare la sua curiosità, gettando al contempo l’ottima base per un’ipotetica seconda stagione.

Amici amici, ma poi…

Alice in Borderland porta lo spettatore a incontrare un discreto numero di personaggi insoliti: l’eroina femminile è Usagi (Tao Tsuchiya), che in giapponese significa letteralmente “coniglio”. La ragazza è un’esperta di arrampicata e parkour, doti fondamentali per sopravvivere nelle pericolosissime arene dei giochi. Altri personaggi si alternano per dare sempre nuova linfa al racconto, da inquietanti spadaccini a ragazzini senza alcuna dote apparente, ma che hanno acquisito già un’ampia conoscenza delle dinamiche dei giochi e che sembrano avere non pochi segreti. Ci sono poi le fazioni militanti, giocatori che hanno preso possesso delle armi e che minacciano costantemente il delicato equilibrio venutosi a creare nella Spiaggia.

Questa fauna male assortita di personaggi è ciò che rende Alice in Borderland godibile dal punto di vista dell’intrattenimento, ma è al contempo anche il suo più grande punto debole. Accanto a una regia di tutto rispetto e ambientazioni davvero evocative, troviamo infatti dei protagonisti con cui è praticamente impossibile empatizzare: la maggior parte di loro esce di scena troppo presto, di altri non sappiamo assolutamente nulla fino agli ultimi due episodi. Non c’è quindi alcun “build-up” che ci porti a calarci nei loro panni o a temere per la loro triste sorte. In altri rari casi invece si preme fin troppo sulla leva sentimentale, rendendo ancor più scontati certi inevitabili esiti.

Il risultato è una serie interessante per gli amanti del genere, che però non brilla per nessun particolare aspetto narrativo.

 

Alice in Borderland è un thriller dalle tinte horror che prende a piene mani da tantissime altre opere famose (Battle Royale, Hunger Games, Maze Runner, Saw e chi più ne ha più ne metta). In una Tokyo trasformata in campo di battaglia, i partecipanti ai “giochi” si affrontano in prove di astuzia e abilità per salvarsi la vita, intrappolati in una inarrestabile spirale di morte che non lascia molto tempo per respirare. Nonostante l’idea alla base sia intrigante, la serie finisce per prendersi troppo sul serio e a risultare, a tratti, tragicomica. I personaggi sono diversi e interessanti, seppur un po’ stereotipati: si percepisce un costante senso di pericolo e di incertezza, fidarsi dei propri malcapitati compagni di gioco è la scelta più errata da fare. Tra precarie alleanze, utopie e cambi di scenario, Alice in Borderland risulta comunque un prodotto dall’alto intrattenimento, da guardare senza avere troppe pretese. Il divertimento è assicurato. 

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Ciao, sono Chiara. Cresciuta a pane, Harry Potter e Final Fantasy, ho da sempre una grande passione per la narrazione in tutte le sue forme: vivo di cinema, libri, videogiochi e serie TV. Durante la settimana scrivo, osservo il mondo e vedo gente. Nel tempo libero scrivo (sì, di nuovo), disegno, videogioco.




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