Lezioni di Storia: Kingdom Hearts – Parte II

Di Andrea "Geo" Peroni
27 Dicembre 2016

Ricapitoliamo, per chi non ha avuto modo (cosa gravissima) di leggere la nostra prima parte di questa retrospettiva sulla serie Kingdom Hearts (la trovate qui): Sora, ragazzo delle Isole del Destino, viene prescelto per diventare un custode del Keyblade, leggendaria arma in grado di proteggere i cuori dei mondi e delle persone. Il suo mondo viene però distrutto dagli Heartless, esseri di pura oscurità nati dai cuori delle persone finite nelle tenebre, guidati dalla potente Malefica in cerca delle 7 Principesse del Cuore, 7 principesse di altrettanti mondi il cui cuore è costituito solamente di Luce e che sarebbero in grado di aprire il misterioso Kingdom Hearts. Tra queste principesse c’è anche Kairi, amica del cuore di Sora, il quale sarà contrastato nella sua ricerca (che comprende anche ritrovare Re Topolino per conto di Paperino e Pippo, mago e capo delle guardie di corte che viaggiano insieme a lui) non solo dal vecchio compagno di giochi Riku, preda dell’influsso malefico dell’oscurità, ma anche da Ansem, una enigmatica figura un tempo studioso dei cuori e che è finito col precipitare completamente nelle tenebre con lo scopo di conquistare il Kingdom Hearts. Sora, Paperino e Pippo riescono a sconfiggere Ansem, i mondi distrutti dal suo operato tornano in “vita” e Kairi può tornare a casa. Non Sora, però, che decide di fermarsi per ritrovare Riku e Topolino, rimasti rinchiusi nel Regno Oscuro per chiudere le porte del Regno dei Cuori. Peccato però che il custode del Keyblade venga contattato da una figura incappucciata che lo trasporta nel Castello dell’Oblio, una fortezza fuori dallo spazio e dal tempo che succhia i ricordi degli ignari che vi mettono piede. A capo del Castello c’è un ramo dissidente dell’Organizzazione XIII, con a capo Marluxia, che vuole sfruttare Sora e il Keyblade per i suoi loschi scopi. Il doppiogioco di Axel e la volontà della misteriosa Naminé saranno però fondamentali per riuscire a sconfiggere i membri dell’Organizzazione, prima che Sora venga incatenato in un lungo sonno per ricostruire completamente la sua memoria dopo ciò che il castello aveva fatto su di lui. Nel frattempo, Riku, fuggito dal regno oscuro, si ritrova nel castello, e decide di collaborare con un certo DiZ e con Ansem (o meglio, una sua proiezione mentale, diciamo) per riuscire non solo a fuggire dalla prigione dei ricordi ma anche ad aiutare il suo amico Sora, in grosso pericolo.

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Questo, in soldoni, era il riassunto dei primi due capitoli della serie Kingdom Hearts, ossia il primo e Chain of Memories, che abbiamo raccontato nella prima parte del nostro speciale dedicato alla serie in vista dell’uscita della collection HD 2.8 – Final Chapter Prologue, fissata per gennaio. Anche oggi continuiamo nel nostro lungo racconto, alla scoperta stavolta di un trio di titoli che hanno riscritto in grossa parte tutte le nostre convinzioni e teorie dell’epoca, e che hanno progressivamente (non sempre, però) evoluto la serie.

UN ANNO DOPO

L’azione di Kingdom Hearts II, debuttato sul mercato nipponico nel dicembre 2005 ma che arriverà in Occidente solamente quasi un anno dopo, inizia non solo in una nuova location, ma anche con un personaggio mai visto prima: Roxas. In compagnia dei suoi amici Hayner, Olette e Pence (altri personaggi di Final Fantasy), il giovane ragazzo sta vivendo le ultime giornate delle sue vacanze estive a Crepuscopoli, che risulteranno particolarmente movimentate a causa dell’apparizione in città di mostri di colore biancastro e di una vecchia conoscenza dei fan, Axel, oltre che della scoperta che anche lui è capace di utilizzare il Keyblade. La città nella quale si trova Roxas non è altro che un gigantesco inganno, orchestrato dal misterioso DiZ per permettere a Naminé di estrapolare gli ultimi ricordi di Sora e risvegliare il custode del Keyblade. Nel corso delle ore successive, il giocatore sarà infatti frastornato e colpito dai numerosi colpi di scena che il gioco gli porrà di fronte. Roxas altri non era che il Nessuno di Sora, un vuoto involucro senza cuore nato quando Sora, alla Fortezza oscura, si trasformò in un Heartless per salvare la vita di Kairi. Un Nessuno è in grado di formarsi solamente quando il suo “progenitore” era una persona estremamente forte, e Yen Sid, ex maestro Keyblade che addestrò Topolino anni prima, informa Sora del fatto che un gruppo di potentissimi Nessuno si era riunito per portare a conclusione i suoi oscuri piani: l’Organizzazione XIII, capitanata da Xemnas.

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Come se non bastasse questa infarcitura di colpi di scena, ce ne saranno molti altri nel corso del gioco, che dimostrano come la narrazione stesse diventando il punto sempre più focale della serie. I restanti membri dell’Organizzazione, vale a dire Xaldin, Demyx, Xigbar, Saix, Luxord e ovviamente Xemnas, hanno creato nel loro mondo un Kingdom Hearts artificiale, per donare ai Nessuno l’unica cosa che non possiedono per renderli completi: un cuore. A contrastarli non solo Sora, ma anche Topolino (che resterà spesso nell’ombra dell’azione), Malefica, tornata in vita dopo i fatti del primo gioco, e anche DiZ, l’immancabile DiZ. Ma chi è DiZ? La figura misteriosa non è altri che Ansem il Saggio, e qui occorre nuovamente cimentarsi in uno “spiegone”. Ansem, il villain del primo titolo, si scoprirà essere in realtà l’Heartless di Xehanort, uno degli assistenti di Ansem il Saggio, glorioso studioso del Giardino Radioso (in seguito rinominato Fortezza oscura) che venne tradito dai suoi discepoli e che venne esiliato, finendo col perdersi tra il regno della Luce e quello dell’Oscurità. Neanche a dirlo, Xemnas, il leader dell’Organizzazione XIII, è il Nessuno di Xehanort. La trama di Kingdom Hearts, come avrete capito, iniziava a farsi davvero complicata, anche se possiamo assicurarvi che, come vedremo nel proseguo della storia della serie, la confusione mentale è solamente iniziata.

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Kingdom Hearts II, dopo la netta deviazione rappresentata da Chain of Memories, torna al gameplay classico del primo capitolo, al quale vennero aggiunte nuove meccaniche e possibilità. Le abilità di Sora nel brandire il Keyblade vennero diversificate e notevolmente potenziate, tanto che uno dei più grandi difetti del gioco risiede proprio nella bassa difficoltà a causa di fin troppe componenti che lo semplificano. Vengono aggiunti i Comandi Limite, che in particolari circostanze permettono di avviare un potente contrattacco, viene rivoluzionata la barra degli MP, e arriva anche l’introduzione delle Fusioni, tra Sora e i comprimari. Il gioco mantiene comunque il suo colorato e spensierato aspetto, con alcuni apprezzati mondi che tornano a far capolino e altri, la maggior parte, completamente nuovi. Tra questi, due grosse sorprese, Port Royal (dalla serie Pirati dei Caraibi) e Space Paranoids (da TRON). I cartoni animati Disney continuavano ad essere al centro della progettazione di Kingdom Hearts, ma i nuovi mondi ispirati a film con attori in carne ed ossa rappresentarono una forte apertura mentale di Nomura e del suo team anche verso altri lidi, tra cui ad esempio i lungometraggi Pixar come Toy Story. Pixar che fino ad oggi non ha mai fatto la sua comparsa ufficiale nella serie Kingdom Hearts, ma l’intenzione del team è, come ha sempre affermato Nomura, ampliare sempre di più il già grande universo condiviso Disney-Square. Terminare il gioco, tra attività secondarie e trama principale, richiedeva molto più tempo rispetto a quello da spendere sul primo capitolo, e i colpi di scena, come avrete capito anche da quello che vi abbiamo raccontato poco fa, erano all’ordine del giorno. Sora si ricongiunge con Roxas, Kairi con Naminé (che era il suo Nessuno), l’Organizzazione XIII viene sterminata e il Kingdom Hearts artificiale distrutto da Ansem il Saggio (autodistruttosi insieme ad esso), questo poco dopo che Axel, in realtà mai convinto fino in fondo ad aiutare l’Organizzazione, si sacrifichi per permettere a Sora di proseguire nel suo cammino. Torna, nel finale, anche Riku. Inizialmente con le sembianze di Ansem (l’Heartless di Xehanort), Riku stava ancora sfruttando pienamente il potere dell’oscurità per aiutare DiZ, ma il suo ricongiungimento con Sora e Kairi gli permette di sconfiggere i suoi demoni e di aiutare il vecchio amico ad abbattere una volta per tutte Xemnas. Tutti possono finalmente tornare sulle Isole del Destino, dopo aver salutato Paperino, Pippo e Topolino. Ma non è finita qui…

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La criptica sequenza post-crediti di Kingdom Hearts II non fece altro che portare nuovi interrogativi. Chi erano i tre personaggi in armatura, ognuno dei quali brandiva non uno ma due Keyblade, cosa che peraltro era in grado di fare anche Sora tramite alcune fusioni? Una domanda che non ebbe una risposta nemmeno su Kingdom Hearts II Final Mix +, uscito nel 2007 e che comprendeva, oltre ad un remake completo di Chain of Memories (riproposto in tre dimensioni, ma mantenendone il gameplay), anche la consueta versione aggiustata del capitolo principale, al quale vennero aggiunti un boss e una nuova cutscene finale, chiamata Birth by Sleep. Che avevano in comune appunto un personaggio, in una particolare armatura e dotato di un potentissimo Keyblade. Le ipotesi fatte con la prima cutscene vennero demolite: il nuovo filmato mostrava tre custodi Keyblade mai visti prima (anche se uno era in tutto e per tutto identico a Roxas) scontrarsi con un ragazzo mascherato e un anziano, vestito praticamente nello stesso modo di Ansem nel primo Kingdom Hearts, che puntava ad un nuovo Regno dei Cuori. A questo, si aggiunge una nuova inquietante coincidenza (ma come abbiamo ben capito nel corso degli anni, in questa serie non esistono coincidenze): il cavaliere Keyblade più alto, quello che rappresenta anche il boss segreto del gioco, era identico fisicamente a Xehanort. Cosa stava succedendo? La risposta, purtroppo, arrivò solo nel 2010.

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DIGISORA

Il 18 novembre del 2008 fa il suo esordio, in Giappone, quello che è all’unanimità considerato il titolo più inutile dell’intera serie, Kingdom Hearts coded. Un gioco che sarà costretto a restare confinato sul territorio nipponico, per una precisa scelta di Square-Enix che, col senno di poi, si è dimostrata poco lungimirante. Kingdom Hearts coded è infatti un titolo episodico, composto di 8 parti, che venne pubblicato per telefoni cellulari, la terza piattaforma dunque a godere della presenza di un gioco della serie. Peccato solo che i cellulari che supportavano il titolo non uscirono mai dal Giappone, e questo costrinse Nomura e Square-Enix a pensare ad una nuova via per far conoscere il gioco anche al di fuori dai confini del Sol Levante. In ogni caso, l’ottavo e ultimo episodio venne rilasciato il 28 gennaio del 2010, oltre un anno dopo l’uscita del primo, e il pubblico si divise e perse più volte nel corso del tempo, probabilmente anche a causa del fatto che nel bel mezzo della pubblicazione degli episodi arrivò anche un nuovo spin-off, del quale parleremo tra poco.

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Kingdom Hearts coded ripropone un gameplay simile concettualmente a quello dei capitoli principali ma rendendolo più semplificato (ovviamente per la natura delle piattaforme che avrebbero ospitato il gioco) e concentrandolo su combinazioni di tasti e combo, e con una maggiore componente platform, fatta di minigiochi e sezioni in 2D. Non finisce qui, però, perché per ogni episodio gli sviluppatori cercarono di dare una connotazione particolare, cercando di non far cadere il giocatore nella solita spirale del fare sempre la stessa cosa. Nel mondo del Monte Olimpo, ad esempio, per la prima volta la serie passa da action a combattimenti a turni, una sorta di omaggio ai grandi JRPG del passato legati al colosso dei videogiochi. Premesso che il comparto tecnico fosse ovviamente limitato enormemente dall’hardware, il gioco ebbe qualche buona intuizione, ma il senso della sua trama e la sua reale utilità nell’universo di Kingdom Hearts lo pongono inevitabilmente all’ultimo posto dell’ipotetica classifica dei migliori titoli della serie. L’aspetto più importante del gioco è legato semplicemente alle ultime sequenze dell’ottavo episodio, l’ultimo, e tutto quello che accade in precedenza non avrà la benché minima ripercussione sul proseguo delle vicende della serie, a ragion veduta.

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In Kingdom Hearts coded il protagonista è un Sora digitale, una copia creata da Cip e Ciop dopo che Re Topolino ha trovato una misteriosa frase sul primo Grillario (il diario di viaggio del Grillo Parlante): “Dobbiamo tornare indietro per curare i loro tormenti”. Per capire il significato di tale frase, il gruppo decide di digitalizzare il Grillario e creare un vero e proprio universo digitale, nel quale una copia del prescelto del Keyblade (Sora, appunto) sarà libero di ripercorrere gli avvenimenti vissuti nel primo titolo e in Chain of Memories e scoprire cosa si nasconde dietro ai problemi che stanno rovinando le pagine del libro. Gli stessi Heartless che incontreremo sul nostro percorso saranno abbastanza differenti da quelli che ricordavamo, corrotti da bug che ne modificano l’aspetto e la potenza. In coded ripercorreremo, come detto, buona parte delle vicende e dei mondi visitati anni prima in compagnia di Data Sora, ma elementi di disturbo come la coscienza del Grillario (che ci si parerà davanti sotto forma di Riku), un Pietro Gambadilegno e una Malefica intenzionati a conquistare il mondo digitale, e una ritrovata Naminé saranno quelli che effettivamente contribuiranno a portare avanti la trama. Proprio quest’ultima, che sarà incontrata da Data Sora e del vero Topolino, accorso in aiuto del ragazzo, al Castello dell’Oblio digitale, rivelerà il grande significato della frase. Dopo gli avvenimenti di Chain of Memories, infatti, il Nessuno aveva trovato parecchie anomalie e connessioni nel cuore di Sora. Il ragazzo, questo è il destino che lo attende, dovrà riuscire a curare i tormenti di tutte queste anime a lui legate, e risvegliarli in vista dell’oscurità incombente all’orizzonte. Chi sono questi importanti personaggi connessi al ragazzo? Quelli che impareremo a conoscere nei due titoli successivi, ovviamente.

MOBILE HEARTS

Kingdom Hearts Mobile è il nuovo e secondo approccio ai telefoni cellulari che la serie tenta nel 2008. Non si tratta di un vero e proprio gioco, quanto invece di un mondo in due dimensioni da esplorare con il proprio avatar. Direttamente connesso a Kingdom Hearts coded, il cui completamento degli episodi forniva dei contenuti extra per KH Mobile, nel community online game i giocatori sono liberi di esplorare uno spazio creato ad hoc, il Regno Avatar, con il proprio personaggio in formato Chibi. Struttura che Square-Enix riprenderà anche parecchi anni dopo con un altro titolo della serie, considerato invece canonico al 100% e disponibile al giorno d’oggi anche su Android e iOS. Kingdom Hearts Mobile, infatti, è considerato più uno svago che un vero capitolo della saga, un insieme di mini-giochi e di luoghi virtuali ove chattare e incontrare altri giocatori. Potremmo definirlo una sorta di social network dell’universo di Kingdom Hearts, ecco, che però così come il suo fratello maggiore Coded non è mai uscito dai confini del Giappone. Abbandoniamo dunque anche noi la divagazione e torniamo sui binari principali della serie, che nel 2009 torna su console portatili Nintendo dopo il già ottimo Chain of Memories.

ORGANIZZAZIONE XIV

Per la serie Kingdom Hearts, dopo aver toccato PlayStation 2, GameBoy Color e cellulari, arriva il momento di sfondare anche sulla nuova portatile di casa Nintendo, il DS, e per l’occasione Tetsuya Nomura decide non solo di raccontare ciò che è avvenuto nel buco temporale tra Chain of Memories e il secondo capitolo, ma anche di farci vivere le vicende nei panni del “nemico”. Protagonista di Kingdom Hearts: 358/2 Days è infatti Roxas, Nessuno di Sora che viene intercettato da Xemnas poco dopo la sua nascita e viene fatto entrare strategicamente nell’Organizzazione, non solo per il suo illustre “progenitore” Sora ma anche per l’innata abilità di poter utilizzare il Keyblade, inedita per tutti i Nessuno finora. La natura senza precedenti di Roxas sarà anche il motivo per il quale il ragazzo finirà con l’allontanarsi dall’Organizzazione, dopo che sentimenti apparentemente inesistenti per un Nessuno iniziavano ad affiorare in lui. Nel corso del quasi anno trascorso a far parte dell’Organizzazione (appunto, 358 giorni di narrazione), Roxas inizia infatti a sviluppare un profondo sentimento di amicizia con Axel e con la misteriosissima Xion, quattordicesimo membro dell’organizzazione e anch’ella in grado di utilizzare il Keyblade, come testimoniano i loro ricorrenti incontri a Twilight Town a mangiare un ghiacciolo durante il tramonto.

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Anche in 358/2 Days i colpi di scena saranno all’ordine del giorno. Xion, ad esempio, ragazza capace di evocare il Keyblade ma che non possiede alcun ricordo, si scoprirà essere un segretissimo progetto dell’Organizzazione: Vexen, nel Castello dell’Oblio, aveva scansionato le memorie di Sora e aveva prodotto un vero e proprio clone con un aspetto differente, appunto Xion. La ragazza non è quindi un Nessuno, ma un semplice involucro dentro il quale alberga parte delle memorie del prescelto del Keyblade. La scoperta della sua natura destabilizzerà Xion, che si allontanerà progressivamente sia dall’Organizzazione che dai suoi due amici, Roxas e Axel, con quest’ultimo che viene incaricato di riportala indietro dal grande capo. Si intrometteranno inoltre DiZ, Riku e Naminé, impegnati nell’estenuante missione di ricostruire completamente i ricordi di Sora ora suddivisi non in due parti (lui e Roxas) ma addirittura in tre (ai quali si aggiungono anche i ricordi di Ven, ma ne parleremo più avanti). Insomma, invece di proporre una narrazione più tranquilla e di spiegarci qualcosa in più riguardo i Nessuno e l’Organizzazione, Kingdom Hearts 358/2 Days non fece altro che inserirsi tra titoli già pubblicati proponendo una trama inaspettata, riuscendo comunque a coprire alcuni punti oscuri fino a quel momento,  come l’inserimento di Roxas nella Crepuscopoli virtuale di KH2. Roxas infatti si sente completamente estraneo all’Organizzazione dopo quello che è stato costretto a fare (fermare Xion), e si ribella a Xemnas e compagnia abbandonando il gruppo. Riku, al Mondo che non Esiste, ne approfitta e lo sconfigge malamente, consegnandolo nelle sapienti mani di DiZ per ricominciare il processo di assimilazione dei ricordi di Sora. Guarda caso, questa battaglia già l’avevamo vista, molti anni prima: si trattava infatti del tema di Another Side, Another Story, il filmato segreto del primo Kingdom Hearts.

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Parliamo, dal punto di vista tecnico, di uno dei migliori titoli che si siano visti su Nintendo DS. Non eccezionale dal punto di vista narrativo, non originale dal punto di vista del gameplay che viene ripreso pari pari da quello della serie principale, ma comunque un titolo assolutamente  buono. I mondi in 3D vengono ripresi sostanzialmente dalle ambientazioni già viste in titoli precedenti, con meno dettagli e meno “vita” se così si può dire, ma non mancano anche scenari inediti. Fa storcere il naso, enormemente, il sistema di movimento, confinato dalle quattro freccette analogiche di NDS e che poco si addicono ad un mondo in tre dimensioni da esplorare fatto di combattimenti in tempo reale (e di questa cosa ne risente anche la telecamera). Con piccole novità, come un rinnovato sistema di abilità e un avanzamento “episodico” della trama, Kingdom Hearts 358/2 Days si presenta sul mercato anche con una enorme componente rivoluzionaria per l’intero brand: il primo, vero approccio al multiplayer cooperativo. Sfiorato su Chain of Memories, dove però si limitava ad un 1v1 tra due giocatori, il multigiocatore di 358/2 Days permette agli utenti di completare alcune missioni cooperando tra loro, rendendo il tutto più coinvolgente e soprattutto interessante. Nessuna possibilità, però, di completare la storia in co-op, nonostante spesso Roxas sia accompagnato  da altri membri dell’Organizzazione. Kingdom Hearts è sempre stato un gioco pensato principalmente per il single player, come Nomura ha sempre ricordato, e dunque il multigiocatore resterà una feature in secondo piano.  Ma apprezzata, come in questo caso.

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Con il 2009 si chiude una sorta di ideale primo ciclo della Saga Xehanort, il  blocco narrativo che si concluderà con Kingdom Hearts III. Sì, perché come ha sempre ribadito Tetsuya Nomura, KH3 non rappresenterà la fine del franchise, anche se non riusciamo a quantificare neppure con la mente quanto altro tempo potremmo dover aspettare per l’ipotetico Kingdom Hearts IV. Tornando a noi, stiamo arrivando alla conclusione delle Lezioni di Storia di questa serie e ci avviciniamo ad un anno, il 2010, che con un gioco rivoluzionò e ribaltò completamente convinzioni e percezioni che fino a quel momento avevamo sulla serie. Appuntamento al 10 gennaio, dove inizieremo parlando di Kingdom Hearts: Birth by Sleep.

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