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Addio, Sanzaru Games, e grazie per tutto (soprattutto per Sly 4)

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Diciamo addio a uno degli studi maggiormente impegnati, negli scorsi decenni, a preservare la tradizione nel mondo videoludico. Ed è un grande peccato.

L’industria dei videogiochi, spesso distratta dalla corsa frenetica verso il prossimo miracolo tecnologico, tende a dimenticare i custodi della sua stessa memoria. La notizia della chiusura di Sanzaru Games, formalizzata da Meta in questi giorni nell’ambito di una drastica ristrutturazione della divisione di sviluppo della realtà virtuale, non è solo il freddo resoconto di un taglio aziendale: è il tramonto di un’officina creativa che aveva fatto del “restauro” un’arte nobile, capace di restituire lucentezza a icone che sembravano destinate alla polvere degli scaffali.

Sanzaru Games forse non è mai stata celebrata a dovere. Se oggi una nuova generazione di giocatori può ancora apprezzare la fluidità di certi classici, lo deve in gran parte a questo team di Foster City che, con umiltà e precisione, ha saputo porsi al servizio di opere altrui prima di reclamare il proprio posto nell’olimpo degli sviluppatori – senza purtroppo riuscirci.

La storia di Sanzaru Games rimarrà per sempre intrecciata a un concetto di conservazione che va ben oltre il semplice porting tecnico. Quando il mercato delle rimasterizzazioni era ancora ai suoi albori, lo studio dimostrò una sensibilità fuori dal comune con la Sly Trilogy per PS3, uno dei suoi primissimi lavori. Non si trattava solo di aumentare la risoluzione o ripulire le texture dei capolavori originali di Sucker Punch; c’era una comprensione profonda del ritmo, del colore e dell’anima cartoonesca che rendeva Sly Cooper unico nel panorama PlayStation 2.

Sanzaru non si limitò a tradurre il codice per PlayStation 3 e Vita, ma si immerse nel materiale d’origine con ottimo rispetto, tanto che poi il suo rapporto son Sony si fece molto più stretto: a Sanzaru non solo vennero assegnate altre conversioni di grandi giochi, come l’approdo di God of War Collection su PS Vita, ma anche le chiavi dell’intero brand di Sly, nel tentativo di un rilancio totale.

Sly Cooper: Ladri nel Tempo, pubblicato nel 2013, resta ancora oggi il testamento più vivido della loro visione. Sviluppare il quarto capitolo di una saga storica dopo anni di silenzio è un’impresa che ha distrutto studi e mascotte ben più blasonati, schiacciati tra la necessità di innovare e il terrore di tradire i fan della prima ora. Giochi come Spyro: Enter the Dragonfly e Crash Bandicoot: L’ira di Cortex vengono universalmente ricordati per aver affossato gran parte della popolarità di questi personaggi, col cambio di studio al timone che non funzionò quasi in nulla.

Sanzaru Games, invece, scelse la via della continuità emotiva con grande precisione. Il gioco non era solo un eccellente platform stealth, ma un atto di devozione. Riuscirono a espandere l’universo dei Cooper introducendo il viaggio nel tempo come espediente narrativo e ludico, permettendo ai giocatori di controllare gli antenati di Sly, ognuno caratterizzato da uno stile di gioco peculiare che arricchiva la formula classica senza snaturarla.

In quel titolo si percepiva un entusiasmo contagioso. Le ambientazioni, dal Giappone feudale all’Inghilterra medievale, erano belle, ricche di dettagli e fedeli a quell’estetica noir-fumettistica che aveva reso celebre il procione ladro. Ladri nel Tempo riuscì nell’impresa quasi impossibile di riaccendere una fiammella che molti credevano spenta, dimostrando che il genere dei platform tridimensionali con una forte impronta narrativa aveva ancora molto da dire. Eppure, nonostante l’accoglienza calorosa della critica e lo zoccolo duro degli appassionati, il destino di quel franchise rimase sospeso su un cliffhanger narrativo che oggi, con la chiusura definitiva dello studio, assume un sapore amaro di incompiutezza.

Ovvio, nessuno ormai si aspettava più uno Sly 5 da parte di Sanzaru: nel febbraio 2020, dopo aver collaborato con altre aziende come Activision per Spyro Reignited Trilogy, il team venne acquisito da Meta, finendo nell’orbita degli Oculus Studios e della realtà virtuale. Così, Sanzaru si reinventa di nuovo, diventando uno dei pilastri della realtà virtuale. Titoli come Asgard’s Wrath hanno rappresentato per anni l’eccellenza tecnica dei visori Meta Quest, dimostrando come lo studio non avesse perso il vizio di voler alzare l’asticella della fedeltà visiva e dell’immersione.

Ma è impossibile non guardare alla loro fine senza un pizzico di nostalgia per quella capacità di guardare indietro per spingere l’industria in avanti. Nel panorama attuale, dove i grandi publisher preferiscono spesso abbandonare le proprie proprietà intellettuali storiche piuttosto che affidarle a mani esterne, Sanzaru Games rappresentava l’eccezione felice: uno studio che aveva dimostrato come, con il giusto rispetto e una competenza tecnica cristallina, fosse possibile ridare vita ai miti.

La chiusura di Sanzaru Games lascia un vuoto nel cuore di chi crede che il videogioco sia anche memoria storica, e che anche i grandi del passato, con le giuste precauzioni e il giusto tatto, possono ancora dire la loro. Se ne va un team che non ha mai cercato le luci della ribalta attraverso l’arroganza della novità a tutti i costi, ma che ha costruito la propria reputazione sulla solidità del fare e sulla passione del preservare.

Il suo testamento, a nostro avviso, resta proprio quello Sly 4 che cercò di far rinascere una serie, e di elevare uno studio. Non ci riuscì, purtroppo, ma sarebbe bello riscoprirlo per capire che sia il gioco che Sanzaru Games meritavano molto di più.

Scritto da
Andrea Peroni

Entra a contatto con uno strano oggetto chiamato "videogioco" alla tenera età di 5 anni, e da lì in poi la sua mente sarà focalizzata per sempre sul mondo videoludico. Fan sfegatato della serie Kingdom Hearts e della Marvel Comics, che mi divertono fin da bambino. Cacciatore di Trofei DOP.

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