La serie di avventure narrative Opus ha avuto il suo inizio ormai undici anni fa, quando nel 2015 fu prodotto dallo sviluppatore Sigono il primo capitolo della saga, The Day We Found Earth. Le caratteristiche della serie sono una forte componente emozionale e malinconica, alla quale contribuisce una colonna sonora atmosferica. Con Opus: Prism Peak siamo giunti al quarto episodio della saga, che è composta da capitoli autoconclusivi e assolutamente scollegati fra loro, permettendo ai giocatori un approccio indipendente alle avventure.
E Opus: Prism Peak non fa che confermare come ogni episodio della serie sia un titolo di altissimo livello. Ma andiamo con ordine e permetteteci di raccontarvi qualcosa di più nella nostra recensione.
Trovare un senso

Nel gioco vestiamo i panni di Eugene, un ex fotoreporter quarantenne che stava cercando di costruirsi la vita perfetta. Cresciuto in una famiglia un po’ eccentrica e dai caratteri forti, aveva trovato la sua felicità nella fotografia e nella famiglia che aveva creato: nel suo cafè non serviva solo bevande, ma anche storie di vita, senso di comunità e condivisione.
Tutto questo, però, è andato lentamente in frantumi a causa di circostanze sfortunate. Ridotto a un’esistenza insoddisfacente, decide di tornare nella sua città natale dopo una lunga assenza in seguito alla notizia della morte del nonno.
Come se non bastasse, lungo la via per il funerale ha un incidente che lo catapulta in una cupa realtà parallela. Qui il mondo reale si mescola a una dimensione mistica e spirituale abitata da spiriti. Eugene si trova costretto ad affrontare i suoi ricordi, le sue perdite e la domanda più difficile: è in grado di lasciar andare i suoi sogni falliti? E come andare avanti senza un vero obiettivo nella vita?
Da cosa fuggiamo?

Nella realtà parallela vivono molti spiriti, spesso animali legati a un passato in cui il cosiddetto Veggente era loro amico. Anche lui era un grande fotografo: le sue immagini riuscivano a ridare forma agli spiriti sbiaditi, a donar loro un nome e una nuova volontà di vivere. Un giorno, però, il Veggente è scomparso su una montagna, lasciando gli spiriti a svanire lentamente, soli in un mondo in cui misteriose ombre possono annientarli in qualsiasi momento.
In questo scenario desolato Eugene incontra, alla fine del tunnel dove ha distrutto l’auto, una ragazzina sfacciata. Anche lei sta svanendo e teme le ombre che sembrano divorare ogni cosa. Eugene è emotivamente smarrito, ma non è privo di umanità.
Decide così di prenderla per mano e guidarla fuori dal tunnel, verso il bosco. Dopo poche ore i due iniziano ad aprirsi l’uno all’altra. La ragazza si è persa: la sua casa è la montagna in lontananza. Intraprendiamo quindi insieme un viaggio emotivo, anche perché al momento non abbiamo una meta più importante.
Simboli e metafore

Durante il viaggio incontriamo numerosi animali, estranei ma al tempo stesso familiari. Uno spirito di cervo gentile ci restituisce la nostra vecchia macchina fotografica, venduta solo pochi giorni prima. E pensare che un amico nel mondo reale ci aveva rimproverato duramente per aver venduto un oggetto così carico di ricordi e sogni…
Forse, però, è proprio per questo che volevamo liberarcene. Ma ora è tornata: semi-distrutta, proprio come la nostra vita, ma dotata di abilità speciali nel mondo degli spiriti.
Queste capacità sono utili per esplorare, catturare momenti speciali e aiutare gli spiriti. Le fotografie diventano una guida nel nostro taccuino, dove annotiamo il viaggio e riscopriamo, passo dopo passo, ciò che conta davvero.
Senza entrare troppo nei dettagli della trama, ogni incontro con un animale in via di dissoluzione è misterioso ma significativo. Un cinghiale, ad esempio, ha litigato con un amico e vorrebbe dirgli quanto gli dispiace: una situazione in cui Eugene si riconosce profondamente.
Alla stazione, una cagnolina aspetta qualcuno da tempo: Eugene ha forse trascurato qualcuno durante la sua ricerca della felicità? E così il viaggio prosegue. Persino la ragazza che accompagniamo porta un nome legato a ricordi dolorosi. E quella montagna dove è scomparso il Veggente… potrebbe essere… no, impossibile.
Sulle spalle dei giganti

A questo punto, i riferimenti ai grandi capolavori dell’animazione giapponese diventano evidenti. Lo stile grafico richiama i film dello Studio Ghibli, mentre la narrazione di storie spirituali attraverso animali parlanti in un mondo minacciato da un’ombra onnivora ricorda Principessa Mononoke.
Si notano anche influenze delle opere moderne di Makoto Shinkai. Per chi ha familiarità con la lingua originale, consigliamo vivamente il doppiaggio giapponese con sottotitoli.
Nonostante le numerose ispirazioni, OPUS: Prism Peak mantiene una propria identità, funzionando allo stesso tempo come videogioco, opera artistica e viaggio spirituale multimediale.
Spiritualità e incubi

Un braciere magico funge da punto di riferimento durante il viaggio: offre indizi sugli obiettivi, suggerimenti e oggetti importanti in cambio di offerte, soprattutto fotografie. Permette anche di accedere ai totem degli animali incontrati, sbloccando ricordi chiave e chiarendo la storia.
Le fotografie giocano un ruolo fondamentale anche negli incubi notturni che accompagnano il giocatore per tutta l’avventura. Qui le esperienze vissute si rielaborano, e gli scatti recenti aiutano a interpretarle. Sbloccano sequenze narrative sotto forma di brevi video, fondamentali per comprendere appieno il contesto.
Per cogliere tutta la profondità della storia è necessario affrontare una seconda partita.
Più storia che tecnica

In un’opera così fortemente narrativa, l’aspetto tecnico passa in secondo piano. Lo stile in cel-shading, con ambientazioni stilizzate ma leggermente più realistiche, richiama chiaramente lo Studio Ghibli senza compromettere l’immersione.
La colonna sonora è discreta ma sempre appropriata, accompagnando il viaggio con la giusta intensità. I personaggi sono completamente doppiati in più lingue: noi abbiamo scelto il giapponese, ma è disponibile anche l’inglese.
Graficamente, il gioco è funzionale: non stupisce certo per la tecnica. Tuttavia, gli appassionati di titoli come Life is Strange o delle produzioni Telltale sa che non è questo l’aspetto centrale di un titolo prettamente narrativo.
Un’avventura degna di un film Ghibli

Prism Peak è una vera sorpresa. La serie OPUS non è del tutto sconosciuta, ma finora non aveva mai raggiunto un grande pubblico. OPUS: Prism Peak potrebbe cambiare le cose: lo stile visivo è straordinario, e la forza narrativa, ispirata ai migliori anime degli ultimi trent’anni, è notevole.
Il viaggio di crescita spirituale è tra i migliori del genere e conquista grazie a un gameplay accessibile. I difetti? Bisogna cercarli: la componente tecnica è semplicemente adeguata allo scopo, e qualcuno potrebbe trovare l’esperienza troppo semplice o ripetitiva.
Ma per chi saprà lasciarsi coinvolgere da questa storia toccante, tutto il resto passerà in secondo piano. È un titolo consigliato a chi ama le narrazioni spirituali in stile anime, anche a chi normalmente non gioca spesso.
Il codice per la recensione è stato fornito dal publisher.

Riassunto
Riassunto
OPUS: Prism Peak è un'avventura narrativa sorprendente, che indaga sul senso dei ricordi e sul voler trovare una nuova ragione dopo le dure prove alle quali ci sottopone la vita. Il lavoro di Sigono è stimolante, e di una forza tale da renderlo paragonabile ad alcuni tra i migliori anime degli ultimi vent'anni. Prism Peak è consigliato non solo agli appassionati di visual novel, ma anche chi gioca di consueto con i videogiochi potrebbe scoprire una trama intrigante.
Pro
Eccellente componente narrativa Meccaniche di gioco ben implementate Ottima colonna sonoraContro
L'aspetto grafico non è di certo stupefacente Necessita di due partite per vedere tutti i contenuti- Giudizio complessivo9
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