Abbiamo visto Dune in anteprima: ecco le nostre impressioni a caldo

Di Chiara Ferrè
15 Settembre 2021

Il rosso tiepido del tramonto, ma soprattutto l’ocra, in tutte le sue sfumature. E poi l’oro, un oro quasi liquido, che ricopre le cose e le persone, come una polvere. C’è del grigio, qualche sprazzo di nero, e poi all’improvviso arriva il bianco, come da un sogno, come da un altro tempo e da un’altra dimensione.

Il Dune di Denis Villeneuve (in uscita nelle sale il 16 settembre) è un film dove i colori sono molto importanti e aiutano a veicolare emozioni e sensazioni, aiutano a trasportare lo spettatore in una terra onirica, così da calarlo in una manciata di minuti in un mondo totalmente diverso. Lo scontro per il possesso della preziosissima Spezia sconvolge le razze. Se si trattasse di un videogioco saremmo in un survival game, perchè la costante sensazione di precarietà e di pericolo imminente è la stessa.

In questo vortice di buoni e cattivi, nel bel mezzo della battaglia, c’è un giglio speciale e fragile: il prescelto, che non doveva nemmeno nascere eppure è destinato a cambiare le sorti di tutti. Questa volta alla fisicità rigida e solenne di Kyle MacLachlan si sostituisce la grazia di Timothée Chalamet, che interpreta un Paul Atreides molto umano, un ragazzo che perde gli affetti, si trova in pericolo e con tanto peso sulle spalle, ed è dunque costretto a crescere in fretta.

Accanto a lui spicca sicuramente Oscar Isaac, che interpreta Leto Atreides dando spessore al personaggio, mettendo in scena un padre e un uomo forte e tragico, quasi Shakespeariano. Dall’altra parte invece Lady Jessica (Rebecca Ferguson), fa da spalla al figlio Paul rischiando di passare leggermente in secondo piano, nonostante l’ottima interpretazione.

Siamo rimasti piacevolmente sorpresi da Jason Momoa, azzeccatissimo nei panni del fedele Duncan Idaho: le dinamiche tra Idaho e il giovane principe Paul risultano davvero credibili e aiutano a rendere ancor più umano il protagonista. Il supercattivo Vladimir Harkonnen (Stellan Skarsgård) è da sempre un personaggio particolarmente inquietante e disgustoso, che ha poco screen time in questo Dune rispetto all’originale, ma che riesce comunque, ad ogni apparizione, a far nascere non pochi brividi sulle braccia. E poi abbiamo Liet-Kynes, un personaggio che il regista ha deciso di stravolgere nella sua fisicità e che qui è interpretato da Sharon Duncan Brewster: l’ecologa imperiale viene quindi in contro ai desideri di Denis Villeneuve che riteneva il cast originale troppo povero di figure femminili. Di certo questo personaggio non sfigura nelle sue nuove vesti, ma sa anche un po’ di già visto.

Infine, last but not least, c’è Zendaya nei panni di Chani, l’apparizione, la ragazza uscita dai sogni. Le visioni di Paul che la riguardano aiutano a interrompere il vertiginoso scorrere degli eventi, creando delle parentesi oniriche e dei cambi scena necessari a tenere lo spettatore ancor più sull’attenti.

Per chi ha familiarità con l’originale Dune di David Lynch del 1984, i parallelismi tra le due opere appariranno subito più che evidenti. Le due pellicole infatti hanno più tratti in comune del previsto. Questa nuova versione però si prende più i suoi tempi, mettendo in chiaro fin da subito che (nonostante la durata di due ore e mezza), si tratta solo di una “Parte uno”, al quale speriamo sinceramente che segua una seconda pellicola. Il maggior difetto infatti del film dell’84 era proprio la fretta, il taglio di alcuni elementi fondamentali dello sviluppo e della crescita del personaggio di Paul Atreides. Qui invece il possibile difetto risiede in un film che, di fatto, è senza finale, in quanto getta solo le basi di una vicenda che vedrà la conclusione solo in un ipotetico secondo capitolo.

Nonostante questo, Dune rimane una pellicola maestosa, pensata e realizzata per la visione su grande schermo. Come accade in altre opere affermate, ad esempio ne Il Signore degli Anelli (in particolare Le due Torri e Il Ritorno del Re), anche qui si alternano armonicamente primi piani strettissimi, che si concentrano sui silenzi e sull’espressività degli occhi dei protagonisti, e campi lunghissimi, che mostrano paesaggi lontani ed eserciti schierati. Il tutto con un gusto per la geometria davvero spiccato, tipico del regista.

Le musiche di Hans Zimmer infine diventano sporche, extraterrestri, incalzanti, rimbombanti, confondendosi con l’azione e diventandone parte integrante nei momenti più concitati.

Dune è un film che si prende molto sul serio, da vedere assolutamente in sala, più grande lo schermo e meglio sarà. Non preoccupatevi se vi sentirete frastornati una volta usciti dal cinema. Forse i meno avvezzi all’universo ideato da Frank Herbert avranno non poco di cui discutere e da approfondire, ma il Dune di Denis Villeneuve ha sicuramente una caratteristica magica: nonostante il finale decisamente in sospeso, è impossibile non volerne di più e non percepire la sensazione che, davvero, il meglio debba ancora arrivare.




Ciao, sono Chiara. Cresciuta a pane, Harry Potter e Final Fantasy, ho da sempre una grande passione per la narrazione in tutte le sue forme: vivo di cinema, libri, videogiochi e serie TV. Durante la settimana scrivo, osservo il mondo e vedo gente. Nel tempo libero scrivo (sì, di nuovo), disegno, videogioco.




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