[Recensione] Jojo Rabbit

Di Andrea "Geo" Peroni
8 Gennaio 2020

Cosa è giusto? Cosa è sbagliato? Il giovane Jojo di 10 anni, bambino nato e cresciuto sotto l’ingombrante figura di un dittatore che voleva tutto e tutti, lo sa perfettamente. La Germania, l’amore incondizionato per la propria nazione, il brillante Hitler, questo è bello. Il male assume invece la forma di demoni cornuti controllati dal Diavolo, divoratori di soldi capaci di controllare la mente: gli ebrei. Gli ebrei sono il male stesso incarnato. O forse no?

In occasione del periodo della Giornata della memoria 2020 arriva finalmente anche nei cinema italiani, dopo aver fatto faville al Torino Film Festival e puntando ora dritto verso gli Oscar, Jojo Rabbit, il nuovo film diretto dal sempre più lanciato Taika Waititi che, dopo le prove di Thor: Ragnarok e The Mandalorian, si sta dimostrando sempre più parte fondamentale di questa generazione di cineasti. Il suo tocco è ormai inconfondibile, capace qui di rielaborare temi ormai già visti e rivisti più volte in tutte le salse ma mantenendo sempre la sua sana vena di follia e comicità che non prevarica mai il tema principale del film.

Jojo Rabbit è una commedia straordinariamente (sur)reale, un percorso di crescita per il giovanissimo protagonista che si ritrova a dover fare i conti con una realtà sempre più dura. Ciò che credevo è davvero giusto come penso? Oppure c’è sotto qualcosa? Il suo sogno è quello di diventare un giorno un valoroso soldato al servizio del Reich e di aiutare la causa del “buon” Hitler, una figura che lo accompagna per tutto il corso della sua vita. E come potrebbe essere altrimenti: Jojo è talmente ossessionato dal servire la propria patria che il suo amico immaginario assume le sembianze di un Adolf Hitler sopra le righe, bambinone, pronto a richiamare all’ordine il ragazzino nel momento in cui la sua fede vacilla. Ma chi vince? Il buffo dittatore immaginario, o la realtà con la quale Jojo si scontra?

Ricco di sottili risate ma anche di momenti tragicamente straordinari, Jojo Rabbit è un film dall’identità unica, il possibile cammino di un qualsiasi giovane virgulto nell’era nazista che viene trascinato in qualcosa che non può comprendere fino a quando non ci sbatte la faccia contro. Jojo il Coniglio (Roman Griffin Davis, e per inciso anche il miglior attore del film), soprannominato così per un fatto tanto traumatico quanto fondamentale per lui, prova a farlo, prima aiutato da una amorevole madre – Scarlett Johansson è a dir poco perfetta – e poi da un incontro con il nemico, una giovane ebrea di nome Elsa (Thomasin McKenzie) che finirà col cambiare la sua vita. In positivo, sicuramente, ma non solo. C’è pur sempre dolore in questa commedia fuori dagli schemi e dal normale. Jojo Rabbit non cerca spesso di drammatizzare, ma nei pochi momenti in cui lo fa, uno in particolare, risulta struggente, dannatamente vero, tanto da riuscire a farci empatizzare con un semplice bambino nel pieno della Seconda Guerra Mondiale che non conoscevamo fino a pochi minuti prima.

Sareste spaesati forse, almeno inizialmente. Non riuscirete ad abituarvi subito a questa bizzarra rappresentazione del nazismo e di una Germania spinta da quell’Hitler che Waititi stesso interpreta esaltandone completamente i difetti – del resto, era un pazzo – ma senza rubare la scena al vero protagonista. All’inizio, almeno. Nel momento in cui poi rifletterete e penserete agli intenti dell’opera e al suo bellissimo e profondo significato, rivedrete Jojo Rabbit sotto un’altra luce. Perché questo film, per quello che vuole dire ed essere, per il messaggio che vuole comunicare, è promosso a pieni voti.



Entra a contatto con uno strano oggetto chiamato "videogioco" alla tenera età di 5 anni, e da lì in poi la sua mente sarà focalizzata per sempre sul mondo videoludico. Fan sfegatato della serie Kingdom Hearts e della Marvel Comics, che mi divertono fin da bambino. Cacciatore di Trofei DOP.