L’ascesa di Skywalker, un anno dopo, è ancora il film sbagliato al momento giusto

Di Andrea "Geo" Peroni
18 Dicembre 2020

Un anno fa, esattamente il 18 dicembre 2019, Star Wars – Episodio IX: L’ascesa di Skywalker usciva nelle sale italiane, con un carico di aspettative che definire monumentale sarebbe certamente riduttivo. In primis, per il nome che porta, Star Wars, ancora oggi capace di attirare a sé milioni e milioni di persone in tutto il mondo; la pellicola, poi, era la conclusione non solo della Trilogia Sequel dell’era Disney, ma anche della lunga storia della famiglia Skywalker che per la prima volta fece sognare gli spettatori nel 1977. Una pellicola che, come ben ricorderete, non fu altro che un duro colpo per gli appassionati, solitamente divisi tra due o più opinioni ma che, nel caso di Episodio IX, concordavano sostanzialmente su tutto: il film era la prova definitiva del fallimento di questa trilogia.

Un fallimento che, e lo dice qualcuno che ama Star Wars e che riconosce comunque dei pregi a quest’ultima tornata di film sugli Skywalker – ne parleremo tra poco – parte in realtà da molto lontano, sin dal momento in cui Lucasfilm, entrata a far parte di Disney che intende sfruttare com’è giusto che sia un marchio così potente, decide di avviare un progetto colossale che prevedeva una prima serie di 6 film che avrebbero poi aperto le porte a un futuro ancor più grande per la Galassia Lontana Lontana. Un progetto che avrebbe visto non solo la Trilogia Sequel, comprensiva degli episodi VII, VIII e IX che avrebbero concluso l’epopea di Anakin, Luke e Leia Skywalker, ma anche l’arrivo di una serie di spin-off strategicamente posizionati tra i film principali, con l’intento di esplorare più a fondo alcune figure o eventi da sempre noti. Ci riferiamo ovviamente alla serie Star Wars Anthology, che poi sarà identificata con il sottotitolo A Star Wars Story in Rogue One (2016) e Solo (2018).

L’idea di una Trilogia Sequel, a dire il vero, serpeggiava all’interno di Lucasfilm già da prima che Topolino mettesse i suoi bianchi guanti sulla casa di produzione creata da George Lucas nel 1971. Il regista, fiutando l’idea che Hollywood avrebbe accarezzato sempre di più da quel momento in poi, quella dei franchise, aveva già in mente una storia molto più ampia e da esplorare anche in futuro dopo Una nuova speranza, L’Impero colpisce ancora e Il ritorno dello Jedi, che sancirono la consacrazione di una delle saghe fantascientifiche più famose di tutti i tempi. Il primo step di questa storia arriverà solamente negli anni ’90, nel 1995 per essere più precisi, quando Lucasfilm e 20th Century Fox diedero ufficialmente il via alla produzione di Episodio I e della Trilogia Prequel. In quel momento, il progetto di dar forma un giorno anche agli episodi VII, VIII e IX del gigantesco mosaico di Star Wars era ancora ben radicato nella mente di Lucas, che però, dopo ben 10 anni passati a sviluppare i tre amati/odiati prequel, decise di “appendere Star Wars al chiodo”. Ne ha parlato lo stesso regista pochi giorni fa, spiegando che una delle strade possibili per vedere questi sequel era dare in mano Star Wars a qualcuno senza però vendere Lucasfilm e andare in pensione. Le cose, come sappiamo, sono andate diversamente.

Dopo l’acquisizione da parte della Disney avvenuta nell’ottobre 2012, nel 2013 si passa rapidamente dalle parole ai fatti: J.J. Abrams, l’uomo dietro alla rinascita cinematografica di Star Trek e a serie di successo come Alias, Lost e Fringe, viene chiamato per scrivere e dirigere Episodio VII, previsto per il 2015; nel frattempo, la Lucasfilm, e in particolare la nuova figura di riferimento della compagnia, Kathleen Kennedy, è in continuo fermento per trovare gli altri registi del nuovo corso di Star Wars. La scelta, infine, ricadrà su Gareth Edwards (Godzilla,  per Rogue One, Rian Johnson per Episodio VIII (poi conosciuto come Gli ultimi Jedi), Phil Lord e Chris Miller per Solo, e Colin Trevorrow (Jurassic World) per Episodio IX. In tutto questo, nelle segrete della Lucasfilm si discuteva per i futuri film, che, stando alle più quotate indiscrezioni emerse in quegli anni, avrebbero esplorato le figure di Boba Fett, Obi-Wan Kenobi e altri famosi personaggi della saga.

uagna.it star wars

Quando Il Risveglio della Forza, nel 2015, sancì il ritorno di Star Wars al cinema, il pubblico era naturalmente in fermento e la risposta fu a dir poco clamorosa al botteghino, con il film che superò i 2 miliardi di dollari raccolti. La “terza volta” degli Skywalker, insomma, non poteva partire in un modo migliore, e l’anno dopo anche Rogue One di Gareth Edwards, nonostante alcuni intoppi nella produzione, ebbe una notevole risposta positiva. Una pellicola apprezzata sia per il tono che per la storia, che lasciava volutamente in secondo piano elementi cardine dell’universo di Star Wars come la Forza per concentrarsi sui personaggi e sul sacrificio, qualcosa che in effetti non si era mai visto prima in un film della saga. Forse è anche per questo se ancora oggi Rogue One è considerato il film più riuscito dell’era Disney di Star Wars.

Poi, a un tratto, la macchina produttiva si inceppa, e Lucasfilm entra nella fase “non-so-cosa-sto-facendo”. Nel bel mezzo della produzione di Solo: A Star Wars Story, secondo spin-off dedicato questa volta al leggendario personaggio che era stato interpretato da Harrison Ford nella trilogia classica, accade qualcosa tra i nomi in gioco, e Phil Lord e Chris Miller vengono licenziati e rimpiazzati da Ron Howard che eredita un progetto in difficoltà e una pellicola da centinaia di milioni di dollari che deve essere finita e distribuita entro il maggio del 2018. Rian Johnson, se non altro, non ha avuto grossi pensieri oltre a quelli che già balenavano nella sua mente per la stesura e realizzazione di Episodio VIII: Gli ultimi Jedi, ma il regista di Knives Out e Looper dovette fare i conti con un altro problema, successivo all’uscita del film: la netta divisione del pubblico.

Gli ultimi Jedi, con il trattamento di Rey, Kylo Ren ma soprattutto con la “nuova versione” di un Luke Skywalker ormai disilluso e ben diverso da quello che avevamo lasciato in Il ritorno dello Jedi, unitamente ad alcuni personaggi e scelte narrative a dir poco controversi, avevano tracciato un netto solco nella fanbase di Star Wars, tra chi considerava Episodio VIII un notevole ma pregiato punto di rottura con il passato e che poteva condurre a un’epica conclusione – la morte di Snoke così repentina e imprevedibile avrebbe certamente scombinato le carte in tavola – e chi invece si sentiva tradito da una pellicola che metteva in dubbio le grandi icone e le grandi certezze della serie. Critiche che, in un certo senso, fanno sorridere se pensiamo che nel 1980 anche uno dei più grandi film di tutti i tempi, Episodio V: L’Impero colpisce ancora, generò moltissime critiche negli appassionati di Star Wars, che con gli anni si convinsero però di aver visto una pellicola semplicemente incredibile. Ed è ancor più curioso pensare che, negli ultimi 12 mesi, abbiamo assistito a una, almeno parziale, riabilitazione proprio di un altro film molto criticato, appunto Gli ultimi Jedi.

In tutto questo, se in sala il pubblico rumoreggiava e scalpitava per capire se il futuro della saga avrebbe restituito brillantezza al franchise, in Lucasfilm le cose peggioravano di giorno in giorno. La tragica dipartita di Carrie Fisher, che nei piani iniziali di Lucasfilm doveva essere una delle figure di riferimento dell’ultimo capitolo della Trilogia Sequel – ogni film doveva esplorare le nuove versioni dei personaggi, in particolare Episodio VII era dedicato ad Han Solo ed Episodio VIII a Luke – fu solo una delle tante problematiche. Colin Trevorrow, regista scelto nel 2015 era stato scelto per scrivere e dirigere Episodio IX, propose numerose bozze e idee per la sceneggiatura del grande capitolo finale, che nella sua testa si intitolava Duel of the Fates e che avrebbe spinto la guerra tra il Primo Ordine e la Resistenza fino a uno dei pianeti simbolo della galassia, Coruscant, quasi a chiudere il cerchio della storia tra gli episodi I e IX. Nessuna delle sue idee, a quanto pare, soddisfaceva Kathleen Kennedy, che alla fine del 2017, con la produzione del film che doveva necessariamente iniziare di lì a poco per rispettare il rigido calendario delle uscite pianificato, decise per la via più drastica possibile: l’allontanamento di Trevorrow dalla pellicola, l’abbandono totale della sua sceneggiatura, e il ritorno a sorpresa di JJ Abrams, chiamato a scrivere (velocemente) il film e a dirigerlo (altrettanto velocemente).

Come la storia ci insegna, però, la fretta è cattiva consigliera. Il capitolo conclusivo di Star Wars, L’ascesa di Skywalker, è un prodotto eccellente sotto il profilo tecnico, con effetti speciali di primissimo livello, scorci sempre magnifici, e alcune intuizioni in termini di lore della saga che avrebbero meritato molta più attenzione. Non si può però negare che questo stesso film, che si può lodare per il mero impatto sull’occhio e per alcune scelte stilistiche davvero riuscite – la sequenza del combattimento privo di musica tra Kylo Ren e Rey sui resti della Seconda Morte Nera e in mezzo al mare in tempesta, è puro godimento – sia, parlando della storia, un colabrodo. Un disastro su quasi tutta la linea, una linea nata però, e cresciuta sempre più negli anni, a causa della più volte ribadita indecisione all’interno di Lucasfilm per quanto riguarda la gestione del franchise, che si è riflessa in varie occasioni tra ripensamenti, ritorni, cambiamenti improvvisi di rotta, sceneggiature riscritte in fretta e furia, idee buttate sul tavolo con il solo scopo di far riaffiorare l’amore che molti fan dicevano di aver perso per la saga.

Chiariamoci, gli intenti di L’ascesa di Skywalker non sono pienamente sbagliati. L’idea di far tornare Palpatine, colui che in effetti è sempre stato dietro agli avvenimenti delle trilogie Classica e Prequel, poteva funzionare, così come la volontà di rendere sempre più unita una galassia ormai stanca di Imperi, Primi Ordini e Sith e nella quale le persone erano intenzionate a porre fine una volta per tutte alla minaccia del Lato Oscuro, anche a costo di trovare leggendari pianeti sui quali si diceva si nascondesse l’essenza stessa dei Sith. Tutto, o quasi, può funzionare in un film, specialmente se questo film si chiama Star Wars. Ma non così. Non nel modo in cui Episodio IX lo ha fatto, pensato, raccontato e messo in scena.

L’impressione che ho sempre avuto, e stavolta parlo in prima persona in quanto mi riferisco a sensazioni strettamente personali ma che forse qualcuno di voi condivide, e che torna ad ogni nuova visione del film, è che L’ascesa di Skywalker volesse in qualche modo rinnegare alcune delle coraggiose scelte fatte da Johnson in Gli ultimi Jedi. Snoke era morto e Kylo Ren era il nuovo Leader Supremo indiscusso del Primo Ordine? No: all’improvviso era tornato Palpatine – una cosa che il film ci comunica nella didascalia di apertura, scelta a dir poco terrificante – e stava pianificando la grandiosa rinascita dell’Impero, per sterminare completamente la Resistenza e porre fine all’esistenza dei Jedi. La Forza è un legame ancora ben presente ma poco conosciuto nella galassia? Ma quando mai: nel film i personaggi sembrano addirittura esperti assoluti della mitologia Sith, un controsenso se pensiamo che questi erano considerati estinti addirittura all’inizio della Trilogia Prequel e che non vengono mai nominati nei cinque episodi precedenti, quasi come se l’Imperatore, nei suoi 30 anni circa di dominio, avesse voluto far sparire tutte le tracce di una religione potenzialmente pericolosa per il suo ego – cosa che, almeno questa, ci viene confermata dal film e dal rituale di passaggio dei Sith su Exegol. In effetti, anche l’ideologia Jedi è praticamente sconosciuta ai più, proprio come Palpatine voleva.

E poi abbiamo montaggi frettolosi, personaggi sparsi qua e là alcuni dei quali completamente abbozzati, un utilizzo a dir poco abominevole della povera Fisher che appare in ogni inquadratura come un corpo estreneo al tutto – e in effetti, purtroppo, così era: Abrams utilizzò alcune scene tagliate dagli episodi VII e VIII per le sequenze con Leia – e alcune banali, stupide scelte di sceneggiatura. I problemi di L’ascesa di Skywalker sono davvero tanti: se da un lato, come detto, possiamo lodare il film per le tecniche impiegate e per la capacità di mettere in scena certe sequenze, come il frenetico inseguimento iniziale del Millennium Falcon, dall’altro non è possibile sorvolare su scelte incomprensibili di trama, sceneggiatura, coesione del racconto e dell’universo. Possibile che nessuno, tra Abrams e tutti gli altri supervisori del film, si sia reso conto che il combattimento finale tra Palpatine e Rey poteva e anzi aveva il dovere di essere enormemente più epocale e carico di significato di ciò che si è visto sul grande schermo? Possibile che Lucasfilm non abbia capito che una pellicola così problematica a livello di produzione, avesse bisogno di molto più minutaggio per esprimere tutto il suo potenziale, o che forse Abrams non fosse la scelta giusta ora che Gli ultimi Jedi aveva cambiato parte delle carte in tavola?

La risposta a tutte queste domande è probabilmente una sola, e cioè che Lucasfilm si sia ritrovata letteralmente con le spalle al muro dopo i danni autoinflittisi degli ultimi anni e che Abrams, una figura comunque rispettabile del panorama dell’intrattenimento, fosse il modo migliore (o l’unico) per chiudere un progetto che, in fin dei conti, si era rivelato essere un fallimento. L’ascesa di Skywalker ha finito con l’essere il film sbagliato al momento giusto, poiché con questa tiepida pellicola, unita all’insuccesso di Solo al botteghino, Disney e Lucasfilm hanno capito che il modello Marvel Studios con film a cadenza annuale, per Star Wars, non funzionava. O forse, ancor meglio, non poteva funzionare se le cose fossero proseguite in questo modo. Il fallimento della Trilogia Sequel, non tanto al botteghino quanto sul cuore degli appassionati, passava per la prematura dipartita creativa del progetto, che, in fondo, non aveva mai avuto un vero cuore pulsante. Si era partiti con la visione di Abrams de Il risveglio della Forza, dove Kylo Ren, Rey e Finn dovevano porre le basi di una nuova e importante storia e dove ognuno di loro aveva qualcosa da dire; la seconda tappa era stato un film, quel Gli ultimi Jedi, che aveva invece scombinato le carte in tavola, con Johnson che vedeva le cose da un’altra prospettiva e che immaginava un futuro ben diverso per la saga; il ritorno di Abrams, poi, a seguito dell’addio di Trevorrow, scombinò ancora una volta la già fragile struttura della serie, con il regista (o Lucasfilm?) evidentemente scontento di ciò che era stato Episodio VIII e voglioso, forse, di tornare in poco tempo sulla via che lui stesso aveva immaginato per la Trilogia Sequel, a discapito di ciò che era stato raccontato.

Una visione distorta, troppo distorta, di ciò che doveva essere la trilogia conclusiva della saga degli Skywalker, che peccava proprio laddove la trilogia classica era forte: una storia salda e perfetta così com’era. Nella Trilogia Sequel convivevano troppe personalità, che in Episodio IX sono collassate su se stesse. C’era quella ancora ingombrante di George Lucas, che, seppur allontanatosi da Lucasfilm, continuava a dare preziosi consigli più o meno ascoltati. C’era l’inflessibile Kathleen Kennedy, che sembrava impossibile da accontentare. C’erano poi le visioni di Abrams, Johnson, Trevorrow, Kasdan, Terrio e delle altre figure coinvolte nel progetto, le cui idee, in certi casi, sembravano inconciliabili. Eppure proprio da questo doveva partire la Trilogia Sequel, da un’idea comune che tutti coloro che avrebbero curato la realizzazione dei film avrebbero dovuto seguire. Idea che Jon Favreau e Dave Filoni, l’uomo dietro a The Clone Wars e Rebels, hanno plasmato e portato avanti nella clamorosa The Mandalorian, un concentrato di epicità e riferimenti all’universo espanso che nella seconda stagione, che si è conclusa proprio oggi su Disney+, si sta riconfermando un prodotto davvero eccezionale. E che, ancora una volta, dimostra che se l’idea che sta alla base di un progetto risulta valida, il tutto è già a un buon punto.

Un’idea che, evidentemente, non c’è mai stata nella Trilogia Sequel, se non forse la classica “e vissero tutti felici e contenti” al termine della trilogia. La tanto criticata (e giustamente) Trilogia Prequel, in tutti i suoi problemi, aveva chiari sin da subito i suoi intenti e la sua storia da raccontare, e, guardacaso, parliamo di una serie di film con dietro la medesima mente creativa. Forse, e dico forse, è proprio questo che è mancato a L’ascesa di Skywalker e ai suoi predecessori della recente trilogia…

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