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Supergirl, Kara Zor-El tra traumi e vendetta cosmica | Recensione

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Il nuovo corso dei DC Studios, il cosiddetto “Gunnverse”, compie un passo importante con l’arrivo di Supergirl. Dopo essere stata introdotta nel finale di Superman, ritroviamo la Kara Zor-El di Milly Alcock in una veste nettamente più umana e distante dai classici stereotipi eroici che caratterizzano i kryptoniani nei fumetti.

La pellicola sceglie di esplorare il lato più fragile della protagonista, colta nel pieno di una crisi depressiva durante il suo ventitreesimo compleanno; un momento di stasi in cui Kara cerca di affogare i traumi del passato nell’alcol, rifugiandosi su pianeti illuminati da soli rossi per annullare i propri poteri. Questa premessa funge da catalizzatore per un’avventura che decolla realmente quando la ragazza d’acciaio incrocia il cammino di Ruthye (Eve Ridley), un’altra anima tormentata che la spingerà ad affrontare i propri demoni in una “quest” di vendetta interstellare attraverso il cosmo DC.

Il viaggio delle due protagoniste alla ricerca degli spietati Briganti, condito da un’ottima chimica tra i personaggi, si dipana in circa un’ora e quarantacinque minuti caratterizzati da un ritmo incalzante e da un’atmosfera che ricorda da vicino la gestione corale e avventurosa dei Guardiani della Galassia (James Gunn, qualcuno?). Visivamente, il film è uno spettacolo di contrasti: la fotografia si distacca nettamente dai toni solari del Superman di David Corenswet, offrendo albe aliene mozzafiato e sequenze spaziali che raggiungono il loro picco qualitativo se ammirate in formato IMAX. La regia gestisce bene l’alternanza tra momenti puramente comedy e scavi psicologici, sebbene nelle scene d’azione si noti un uso forse eccessivo di zoom digitali per enfatizzare i colpi. Nonostante questa scelta stilistica, la fisicità degli scontri è palpabile e restituisce bene l’idea di una Kara potente ma ancora inesperta, una vulnerabilità che Milly Alcock riesce a trasmettere con grande convinzione.

Se la crescita emotiva di Kara è il cuore del film, non mancano elementi di puro fanservice ben integrati, come l’attesissimo esordio di Jason Momoa nei panni di Lobo. L’ultimo Czarniano appare saltuariamente, regalando però momenti iconici grazie al suo carattere sadico e autoironico che lo rende già una colonna portante di questo universo.

Tuttavia, è proprio nel confronto con le altre icone DC che emergono le criticità maggiori della sceneggiatura: la gestione dei poteri di Supergirl appare a tratti confusa, facendola sembrare ora superiore, ora drasticamente più debole del cugino senza una giustificazione narrativa solida; può però rappresentare un buon espediente per evitare quell’aura di “invincibilità” che naturalmente veniva associata a Superman e Supergirl fumettisticamente parlando, e che rende sempre complesso il cosiddetto “power scaling” in un contesto cinematografico, in cui avere un personaggio del genere renderebbe ogni situazione triviale (vedi “Justice League” di Zack Snyder).

Tasto dolente invece il duello finale, che pur inserito in un contesto tecnico di alto livello, fatica a trasmettere quella tensione necessaria a chiudere degnamente il cerchio, scelta però che potrebbe essere voluta anche a segnare la crescita in tutti i sensi di Supergirl a fine pellicola.

Nonostante queste sbavature e un comparto sonoro non sempre memorabile, Supergirl conferma la bontà della visione di James Gunn, offrendo un cinecomic solido e psicologicamente stratificato.

Riassumendo, Supergirl, terzo tassello del nuovo DCU, convince grazie a una protagonista vulnerabile e un’estetica spaziale ricercata. Milly Alcock regala una performance intensa, supportata da una fotografia spettacolare e da un Jason Momoa perfetto nel ruolo di Lobo. Nonostante qualche incertezza nella logica dei poteri e un finale meno incisivo del previsto, il film intrattiene e approfondisce l’universo DC con personalità.

3.75
Review Overview
Riassunto

Riassumendo, Supergirl, terzo tassello del nuovo DCU, convince grazie a una protagonista vulnerabile e un’estetica spaziale ricercata. Milly Alcock regala una performance intensa, supportata da una fotografia spettacolare e da un Jason Momoa perfetto nel ruolo di Lobo. Nonostante qualche incertezza nella logica dei poteri e un finale meno incisivo del previsto, il film intrattiene e approfondisce l'universo DC con personalità.

Pro
Milly Alcock eccellente nel mostrare la vulnerabilità di Kara Fotografia e resa visiva dei pianeti spettacolari, specie in IMAX Il Lobo di Jason Momoa è già un’icona perfetta
Contro
Gestione dei poteri rispetto a Superman a tratti incoerente Combattimento finale privo di reale tensione Temi musicali poco incisivi
  • Giudizio complessivo3.75
Scritto da
Daniele Madau

Quando avevo 7 anni mio padre mi ha fatto giocare con lui a Metal Gear e da allora con i videogiochi è stato solo amore. RPG, Survival Horror e, ovviamente, Stealth Game sono i miei preferiti.

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