[Recensione] Kingdom Hearts III – Resa dei conti

Di Andrea "Geo" Peroni
2 Febbraio 2019

Ci sono giorni, per noi videogiocatori, che sembrano non arrivare mai. Li sogniamo, li bramiamo, li desideriamo, eppure le crudeli tempistiche dell’industria videoludica moderna, specialmente quando parliamo di determinate case, sviluppatori e personalità implicate, ci fanno presto tornare con i piedi per terra. L’attesa si fa snervante, fino a che parte della community, decide di abbandonare le speranze e spostarsi su altri lidi, che possano dare più sicurezza in fatto di regolarità. Eppure, Kingdom Hearts, una serie che sulle proprie spalle ha la bellezza di 17 anni, ha ancora la sua grossa fetta di appassionati, fanatici e interessati, che non vedevano l’ora, da anni e anni, di giungere a quel fatidico 29 gennaio 2019. Il giorno dell’uscita sul mercato internazionale di Kingdom Hearts III.

Chi scrive questa recensione, in particolare, è un grandissimo fan della serie. Sin dagli albori, dall’uscita del primissimo capitolo su PlayStation 2, il desiderio di assistere una volta per tutte alla chiusura di tutta la storia che è stata narrata da quel momento è stato fortissimo. L’epopea è andata a toccare numerosi hardware nel corso di tutti questi anni, la mitologia si è allargata, il tempo trascorso è tantissimo, ma l’amore per questa serie, nel mio cuore così come in quello di molti altri, non si è mai affievolito, nonostante una gestione certamente poco comprensibile e alcune scelte mai digerite. Il solo inserire la copia di Kingdom Hearts III nel lettore della mia PlayStation 4 è stata un’emozione, ma quello che mi aspetta oggi è un arduo compito: raccontarvi TUTTO di questo gioco nella nostra recensione, e spiegarvi se questi 7 anni, tanti quanti ne sono passati dall’uscita di Dream Drop Distance, sono valsi la pena. Allacciate le cinture, si accendono i motori della Gummiship: è il momento di partire per la resa dei conti.

Versione provata: PS4.

TUTTI I PEZZI AL LORO POSTO

Era già da diversi titoli della serie che si intuiva tutto questo: una grande battaglia, forse la più grande mai vista, tra luce e oscurità sta per esplodere, tutto grazie alle macchinazioni di un uomo chiamato Xehanort. Accennato in Kingdom Hearts II, spiegato in Birth by Sleep, pronto a esplodere già all’epoca di Dream Drop Distance. La lunga attesa di Xehanort, il grande studioso della Guerra dei Keyblade e ossessionato dal comprenderne i segreti, è giunta al termine, tutti i pezzi sono al loro posto, i guardiani della luce da una parte e i suoi tredici contenitori dall’altra per dare vita al leggendario χ-blade e aprire le porte del Kingdom Hearts.

Non è tutto rose e fiori, però, per la fazione dei cavalieri del Keyblade. Mentre Riku e Topolino faticano nel reame oscuro per recuperare la perduta maestra Aqua, Sora deve fare i conti con ciò che è accaduto nel Regno del Sonno, quando Xehanort si è quasi impossessato del suo corpo privandolo di moltissimi poteri. Spronato dal maestro Yen Sid, Sora decide quindi di andare alla ricerca di quel potere perduto, quel “potere del risveglio” del quale necessita per battersi con Xehanort, e decide di partire alla volta del Monte Olimpo, dove Hercules, l’uomo che è diventato un dio, potrà forse aiutarlo. In tutto questo, poi, non dobbiamo dimenticare Kairi e Lea, “rinchiusi” in un mondo magico da Merlino per permettere loro di addestrarsi per la battaglia finale, e dei numerosi alleati scomparsi nel tempo e nella memoria che devono assolutamente essere ritrovati. Xehanort ha ormai fatto tutte le sue mosse, tocca al nostro fidato gruppo rimettere in sesto le forze della Luce e partire, ancora una volta, per fronteggiare l’oscurità.

Se le ultime avventure di Sora preparavano il terreno per questo attesissimo atto conclusivo del piano di Xehanort, l’intera storia di Kingdom Hearts III è il racconto di un nuovo viaggio, un lungo peregrinare da parte di tutti i personaggi in gioco che cooperano come mai prima d’ora nella serie per lo scopo comune. In effetti, questo cambio di tendenza narrativa, il racconto di un racconto più globale e collettivo, si fa sentire subito e contribuisce a rendere la trama diversificata su più livelli e più temi, pur continuando spedita verso il suo obiettivo finale senza troppe divagazioni. Queste sono già state fatte, forse eccessivamente, in passato: questo nuovo capitolo funge da collante di tutte le storie narrate fino ad oggi, il suo scopo è quello di raccontare e accompagnare Sora & co. verso la grande battaglia finale, e l’obiettivo viene centrato in pieno.

Al netto di qualche passaggio inevitabilmente confuso, specialmente per i neofiti o per chi comunque non ha avuto la possibilità di esplorare a fondo ognuno dei 9 giochi sparsi su innumerevoli piattaforme (almeno in origine, attualmente sono tutti fortunatamente recuperabili su PS4 con le due collection Kingdom Hearts 1.5+2.5 HD ReMIX e Kingdom Hearts 2.8 HD Final Chapter Prologue), la trama di Kingdom Hearts III funziona, e non funziona solamente perché si rivela essere tutto quello che i fan storici del franchise si aspettavano. La trama funziona perché, nel suo lento incedere con l’immancabile esplorazione dei mondi targati Disney che rappresentano come sempre la parte più corposa dell’esperienza e che vengono comunque tangenzialmente toccati dalla storyline principale, questa riesce a risolvere i quesiti irrisolti, a far riflettere nuovamente il giocatore, a farlo emozionare come mai prima d’ora, quello stesso giocatore cresciuto insieme ad un Sora ormai giovane adulto ma non per questo invincibile né infallibile. L’intero arco narrativo conclusivo, che orchestra e bilancia alla perfezione combattimenti epocali e i grandi e necessari spiegoni (in senso positivo),

Le ultime circa 5 ore di gioco (per completare la storia ve ne serviranno tra le 25 e le 30, a seconda della difficoltà) sono un continuo crescendo di colpi di scena, ribaltamenti di fronte, rivelazioni, in un intreccio narrativo che sbroglia l’intricatissima matassa che si era andata a creare in tutti questi 17 anni e consegna nelle mani del giocatore la soddisfazione che cercava, ambiva e meritava da questa serie. Non sarà facile, non sarà per tutti vista appunta la grande mitologia in gioco, ma, al netto di un paio di storyline purtroppo poco esplorate ma che vanno a influenzare lievemente il risultato conclusivo, l’epopea di Tetsuya Nomura centra il suo obiettivo sperato, non senza spargere qua e là indizi su quello che sarà il futuro della serie (che chissà quando vedremo). Lo spauracchio chiamato Final Fantasy XV, che sulla storia aveva dato il suo peggio, è evitato alla grande.

Certo, qualche assenza, soprattutto per i grandi appassionati della serie, si fa sentire. Nato inizialmente come franchise che fondava universi Disney e di FF, la serie col tempo dimostrava di voler progressivamente diminuire l’apporto e il legame con le proprietà intellettuali originali di Square-Enix, e questo atto conclusivo ne è l’ulteriore e definitiva prova. Forse per la loro poca importanza nell’economia globale della storia, forse per mancanza di un reale bisogno per la loro presenza, fatto sta che i personaggi tratti da Final Fantasy sono stati completamente epurati, il che potrebbe far insospettire qualcuno. Certo, come già detto non è una novità, ma la loro assenza, così come quella di un paio di glorioso mondi originali visionabili solamente nei filmati, potrebbe indispettire qualcuno.

UN UNIVERSO DA SALVARE

La struttura di base di Kingdom Hearts III è completamente invariata rispetto al passato. Il gioco si divide infatti fra ambientazioni originali e ormai note ai fan come Twilight Town, scenari completamente inediti, e gli immancabili mondi ispirati a grandi film Disney di successo, che si rivelano essere come sempre pezzi di un puzzle molto più grande che rappresenta il complesso universo di Kingdom Hearts e che non hanno sostanziali legami gli uni tra gli altri. Uno dei concetti su cui si basa l’epopea dei cavalieri del Keyblade, che Paperino e Pippo ricordano sempre a Sora, è quello del mantenere l’ordine dei mondi, la necessità cioè di non svelare ai vari abitanti l’esistenza di altri mondi oltre al loro. È così che, ad esempio ad Arendelle di Frozen, il trio non può far menzione delle loro vere origini ai vari Anna, Elsa, Kristoff e Olaf, non senza però doversi confrontare con i problemi che la vera Organizzazione XIII sta scatenando in ogni scenario. I mondi Disney, difatti, non sono stati scelti casualmente in molti casi, e il loro legame con la storia, seppur flebile, è tangibile e contestualizzato con gli intenti di Xehanort e degli altri villain.

Affiancati ad essi, come ricordato ci sono ambientazioni originali e in alcuni casi inedite, come il a dir poco strabiliante Scala ad Caelum intravisto in uno degli ultimi trailer del gioco e che dal punto di vista del design e della realizzazione si rivela essere un gioiellino in tutto e per tutto. Dispiace quasi, nonostante la sensazione di soddisfazione sia piena, che i mondi originali siano stati quasi minimizzati nelle loro possibilità. I mondi Disney, infatti, sono molto più corposi rispetto ai vari Twilight Town e compagnia (non ne citerò altri per non incorrere in possibili spoiler, nonostante i trailer abbiano svelati praticamente tutte le ambientazioni), mentre i mondi originali sono stati trattati da semplici collanti per i momenti di intermezzo o da ambientazioni per la battaglia finale, un momento in cui l’attenzione viene, come è giusto che sia, posta molto di più sui combattimenti e sui climax di grande spessore.

Non ci giriamo intorno, ve lo diciamo con tutta franchezza: l’assenza in particolare di una storica ambientazione, presente solamente nei filmati di gioco, è un duro colpo al cuore per un fan storico. Ma i mondi realizzati in Kingdom Hearts III, a prescindere da quello, sono davvero incredibili da vedere, e non parliamo solamente di un motore grafico, il sempre solidissimo Unreal Engine 4, che regala un colpo d’occhio ottimo e un comparto grafico sostanzialmente ineccepibile. La direzione artistica dell’ultima opera di Tetsuya Nomura è superlativa, la cura per i dettagli che caratterizzano ogni mondo è qualcosa di maniacale e stupefacente, ed esistono momenti, davvero molti momenti, nei quali faticherete a distinguere tra ciò che avete visto al cinema e ciò che state vivendo sulla vostra pelle. La Arendelle di Frozen, pur essendo un mondo non particolarmente ispirato e variegato, è qualcosa di visivamente straordinario, allo stesso modo l’Olimpo di Hercules che finalmente vediamo nella sua forma migliore e con la battaglia che tutti volevano, la Toy Box di Toy Story e la San Fransokyo di Big Hero 6 e tutte le restanti ambientazioni, da quelle più terrene a quelle più sognanti e oniriche.

Tra le novità più importanti di questo nuovo capitolo, che riflettono l’ormai netta evoluzione tecnologica alla quale la serie è andata incontro, c’è anche la forte identità che ogni mondo assume. Mentre alcune ambientazioni risultano molto canoniche e in linea con quanto visto fino ad oggi, e ci riferiamo ad esempio a Mostropoli e la già citata Arendelle che dalla loro non hanno certo una struttura innovativa o che stupisce, altre come i Caraibi di Pirati dei Caraibi offrono una varietà di attività, ambientazioni e risvolti del gameplay che davvero era difficile immaginarsi fino a pochi giorni fa, anche da chi vive a pane e Kingdom Hearts.

La “nuova” struttura dei mondi non poteva che essere figlia di questa nuova filosofia, quella di cercare di dare una mascherata libertà al giocatore che però ha a disposizione spazi enormemente più ampi rispetto al passato. Le aree di gioco sono infatti estese notevolmente, con la conseguente assenza dei continui intermezzi e tempi di caricamento tra una zona e un’altra. Pur mantenendo nella maggior parte dei casi la loro struttura lineare, quasi a corridoio, queste sono ora molto ampie e dispendiose di tempo per essere esplorate a fondo, tempo che aumenta notevolmente nel caso di macrozone sviluppate non solo in lunghezza ma anche in larghezza e in altezza. Altra novità sulla quale poggia Kingdom Hearts III, e sulla quale poggia anche il gameplay come vedremo fra poco, è infatti la verticalità esplorabile delle mappe, cosa che sviluppa ulteriormente l’ambiente di gioco e lo porta ad un nuovo livello. Non un open world, questo no: Kingdom Hearts non ha mai voluto esserlo, perlomeno in questa fase della sua esistenza. Chissà che in futuro il franchise non si evolva ulteriormente, ma per il momento il terzo capitolo si è limitato a riprendere la sua struttura tipica, ad espanderla e a migliorarla, sotto ogni punto di vista. Visitare i mondi, in tutta la loro interezza, è un’esperienza davvero eccitante.

LA FORZA NASCOSTA

Pur rimanendo nell’ambito degli action GDR, è difficile trovare una spiccata componente di gioco di ruolo in Kingdom Hearts III, che comunque si era già persa da anni nel corso della serie. Nonostante la presenza di numerose abilità, che però possono essere attivate all’unisono e che non hanno effetti negativi su altre caratteristiche del personaggio a parte rarissimi casi, la componente dell’azione è nettamente la più importante e quella prevalente, qui portata ad un livello di varietà incredibile e ben bilanciata. La serie, specialmente in passato, è stata bersaglio di critiche per l’eccessiva facilità, o per il button mashing sfrenato che contraddistingueva i combattimenti. Le cose, a onor del vero, non sono così cambiate in occasione di questo nuovo capitolo, ma l’arsenale a disposizione di Sora si è allargato a dismisura, prendendo spunto dagli altri titoli del franchise e introducendo nuove graditissime novità. I comandi di reazione di KH II, ad esempio, sono stati ripiazzati dai Comandi Situazionali già visti in Birth by Sleep 0.2: si tratta di un determinato attacco, che si può scatenare premendo il tasto triangolo quando questi diventa disponibile, che viene determinato dalle azioni che abbiamo appena compiuto sul terreno di battaglia. Lo scatenare di una serie di attacchi di tipo fulmine potrebbe darci la possibilità di lanciare un potentissimo Thundaza e spazzare i nemici in un sol colpo, oppure la cooperazione con i nostri alleati potrebbe rendere disponibile qualche attacco speciale come il Pippo Bombardiere o la pioggia di meteore di Paperino.

Per un ragazzo che sta sviluppando sempre più la propria forza, però, c’è bisogno di ben altro, ed ecco che entrano in gioco ulteriori introduzioni nel gameplay. Così come gli allievi di Eraqus in Birth by Sleep, Sora è ora in grado di utilizzare i Comandi di Tiro, mirando letteralmente con il Keyblade come se fosse un’arma da fuoco e scatenando addosso ai nemici una pioggia di proiettili, tempeste di fuoco o altro ancora, con attacchi che variano a seconda dell’arma utilizzata. Il costo di tale attacco è lo svuotamento della Barra Focus, da usare con parsimonia in un combattimento vista la difficoltà nel ricaricarla. I Comandi Situazionali, poi, introducono anche la possibilità di accedere alle Attrazioni, vere e proprie attrazioni (ma va?) prese in prestito dai vari parchi a tema Disney da sbloccare colpendo determinati nemici con un’icona verde sopra di essi, e che variano da gommoni acquatici a visori blaster fino a giostre luminosissime e mortali per tutti coloro che cercano di intralciare il nostro percorso. Si tratta di attacchi speciali molto ricorrenti, e che potete incontrare anche nelle numerose boss fight presenti lungo il cammino della storia, ma che comunque risultano essere bilanciati e non eccessivamente elevati a strumento di distruzione di massa, rendendo il combattimento sempre pronto a darvi filo da torcere nonostante un livello di difficoltà generalmente puntato verso il basso. Tornano, inoltre, anche le classiche invocazioni, stavolta chiamate Legami, che ancora una volta consumano tutta la barra degli MP come già accadeva in precedenza. Il Fluimoto ereditato da Dream Drop Distance, invece, è quasi ininfluente: drasticamente nerfato rispetto al gioco per Nintendo 3DS, dove era fin troppo utile in combattimento, in KH III questo diventa superfluo, tanto che ben presto vi dimenticherete della possibilità di utilizzarlo in battaglia se non in rari casi.

Altra grande novità inedita per Kingdom Hearts III è il Keyblade stesso, o per meglio dire i Keyblade. Sora può arrivare ad equipaggiare fino ad un massimo di tre armi alla volta, e intercambiabili in qualsiasi momento. Quale Keyblade utilizzare non è un elemento di grande importanza, ma è la sua evoluzione quella che può interessare maggiormente. Una volta utilizzato a dovere un Keyblade per attaccare, la barra dei comandi situazionali si riempie e premendo l’apposito tasto possiamo trasformare completamente l’arma, con effetti dei più disparati. La Stella Azzurra, ad esempio, arriva a sdoppiarsi in due armi da fuoco che sparano proiettili a raffica, mentre il Simbolo dell’Amicizia si tramuta prima in un devastante martello e successivamente in una sorta di trivella. Alcuni Keyblade, infatti, possono compiere un’ulteriore trasformazione consequenziale, che ne aumenta ovviamente l’attacco. Da Kingdom Hearts χ, inoltre, viene implementata una graditissima feature, quella relativa al potenziamento delle armi da sempre assente nella serie. Nice.

Capirete bene che, a fronte di tutto questo aggrovigliato insieme di caratteristiche che compongono il combat system di Kingdom Hearts III, la varietà è stata innegabilmente uno dei punti fondamentali intorno ai quali i ragazzi di Nomura hanno voluto lavorare. Impugnare il Keyblade non è più una semplice questione di attaccare, lanciare magie e parare. Parliamo, in questo gioco, di una serie di novità atte a trasformare in corsa la battaglia, a tramutarla, a migliorarla, a far sì che il giocatore si ritrovi sempre più spesso intenzionato a variare strategie per osservare tutto l’osservabile, anche in termini di splendore visivo. Gli effetti luminosi delle magie sono qualcosa di rara bellezza, lo scatenarsi della potenza delle attrazioni, dalle più semplici a quelle più intense, è magia per gli occhi, e la fluidità con cui tutto questo evolversi del combattimento avviene è puro godimento per un giocatore. L’intero apparato, nel suo insieme, resta comunque estremamente semplice da padroneggiare, anche per il più inesperto. La cosa cambia quando parliamo di battaglie più impegnative, specialmente nei classici contenuti endgame.

TUTTI A BORDO!

Anche la Gummiship, il mezzo di trasporto per viaggiare nel cosmo e passare da un mondo all’altro, è stato rivisto e praticamente stravolto da Kingdom Hearts II. Le tre macroaree cosmiche che possiamo esplorare nel gioco sono concepite in una struttura open world: la navicella a base di gummi può percorrere qualsiasi rotta, visitare ogni angolino della galassia, imbarcarsi in scontri contro navi Heartless e così via. Per chi volesse spolpare pienamente il gioco, sappiate che la Gummiship è forse la componente più sorprendente di Kingdom Hearts III per la ricchezza di contenuti che nasconde. Oltre all’immancabile Gummificina dove possiamo dare libero sfogo alla fantasia e creare la nave dei nostri sogni (con un editor anche in questo caso rivisitato e a nostro avviso migliorato), l’universo da esplorare ha segreti, tesori, nemici spietati e boss temibili, dei quali abbiamo già un assaggio nel bel mezzo della storia quando le navi Heartless si contrappongono tra noi e l’obiettivo.

Il lavoro necessario ad implementare i numerosi contenuti legati alla Gummiship e all’esplorazione spaziale può forse essere un motivo dietro all’assenza di una qualsiavoglia arena, la cui assenza però si fa sentire considerando che sarebbe bastato davvero poco per creare un nuovo stadio in linea con il Colosseo di KH, l’Inferodromo di KH II o l’Arena del Miraggio di Birth by Sleep. Le cose da fare, però, rimangono come sempre numerose, dai semplici emblemi collezionabili ai piatti da cucinare insieme al piccolo chef di Ratatouille (e che conferiscono alcuni bonus se consumati, meccanica ereditata da FF XV e che sembra davvero cara a Nomura) ai divertenti minigiochi Classic Kingdom.

Non sarebbe poi un gioco della serie Kingdom Hearts senza le musiche della sempre grande Yoko Shimomura. I temi dei nuovi mondi Disney sono squillanti e divertenti, mentre per le battaglie e i momenti salienti le musiche si compongono di remix e rivisitazioni che sanno toccare le giuste corde del cuore, evocando i grandi ricordi che accompagnano la storia di questa intramontabile serie. E, se ci fosse bisogno di ribadirlo dopo gli elogi già spesi lungo tutta la recensione, il comparto grafico e tecnico è di prim’ordine. Si segnala qualche fastidioso calo di frame nelle cutscene non pre-renderizzate, e una telecamera particolarmente in difficoltà contro nemici dalla stazza imponente, ma nel complesso queste sono davvero piccolezze. Poche sbavature, in un gioco che, anche visivamente, sa regalare momenti di pura magia, come sempre condito da una direzione artistica mai banale, neppure quando si tratta di ridare lustro a nemici inediti (sono tanti e molto vari) o già visti in passato. Ecco, forse su questo aspetto si potrebbe parlare dei modelli di alcuni personaggi, tra cui ad esempio Ansem, che sembrano fisionomicamente differenti da quelli che ci ricordavamo. Ma probabilmente questo è il prezzo di aver atteso così tanto e aver cambiato un motore grafico al quale ormai eravamo abituati e che aveva decenni sulle spalle.

PUNTI DI FORZA

  • È il gioco che tutti i fan chiedevano, ma è adatto a tutti
  • Graficamente ineccepibile
  • Gameplay variegato, ricco e divertente
  • Storia intensa e in perfetto stile per la serie
  • Tante novità, che calzano a pennello

PUNTI DEBOLI

  • Manca l’arena
  • Telecamera in difficoltà contro i nemici più imponenti
  • Il pensiero agli anni che dovremo attendere per vedere Kingdom Hearts IV è devastante

Kingdom Hearts III è il coronamento di un viaggio iniziato nel 2002, la resa dei conti definitiva, la battaglia finale tra la luce e l’oscurità. Un intreccio narrativo di portata cosmica, una matassa che viene sbrogliata dopo 17 anni e 9 giochi interconnessi l’uno con l’altro, qualcosa che non ha precedenti nell’industria dei videogiochi, e che alla classica struttura della serie lega il racconto di un gran finale che chiunque desiderava vedere. L’attesa è valsa la pena: Nomura e i suoi ragazzi hanno dato vita ad un gioco maestoso, ripieno di cose da fare, luoghi da vedere, mondi da visitare, e con un gameplay che, nella sa semplicità, si rivela essere il più completo di sempre per il franchise. Resterete sbalorditi nel guardare il gioco, farete fatica a distinguerlo da un semplice film animato Disney, così come sarà difficile trattenere le lacrime per quello che vi aspetta in occasione dello scontro definitivo. Noterete, infine, che ho speso pochissime parole riguardo i contenuti endgame, se così possiamo definirli, in merito cioè ad eventuali boss segreti. Uno di questi esiste, ma è plausibile pensare che Kingdom Hearts III, visto il periodo nel quale ci troviamo, sia stato pensato come un gioco che si evolverà nel tempo e col tempo, con nuovi contenuti, forse nuovi boss, forse nuovi mondi, forse nuove storie, proprio come accaduto a Final Fantasy XV (ma speriamo in maniera migliore). Chissà cosa potrà riservare il futuro, a Kingdom Hearts III e alla serie Disney e Square-Enix in generale. Il presente, per il momento, è grandioso. Kingdom Hearts III è grandioso.

Ringraziamo Koch Media Italia per la copia stampa di Kingdom Hearts III.



Entra a contatto con uno strano oggetto chiamato "videogioco" alla tenera età di 5 anni, e da lì in poi la sua mente sarà focalizzata per sempre sul mondo videoludico. Fan sfegatato della serie Kingdom Hearts e della Marvel Comics, che mi divertono fin da bambino. Cacciatore di Trofei DOP.