The Book of Boba Fett | Due episodi magnifici non bastano a salvare un disastro [Recensione]

Di Andrea "Geo" Peroni
13 Febbraio 2022

La figura di Boba Fett è sempre stata iconica e anche controversa. Il leggendario cacciatore di taglie della saga di Star Wars, taciturno e spietato mandaloriano che ha lavorato per l’Impero e che catturò Han Solo per Jabba the Hutt, ha sempre avuto un fascino indescrivibile per una grossa fetta della fanbase della creatura di George Lucas – fascino anche incomprensibile, a parere di chi vi sta scrivendo queste righe, ma tant’è. È anche vero che Boba ha goduto di una considerevole espansione nel Legends di Star Wars, e l’amore di tanti per il personaggio arriva da lì.

Lucasfilm ha provato in molti modi a portarlo al centro di un progetto tutto suo, che potesse rendere giustizia alla sua storia e alla sua importanza anche in altri media. I videogiocatori ricorderanno certamente il fallimentare Star Wars 1313, in sviluppo da anni prima che Disney decidesse di chiuderlo brutalmente appena acquisito il franchise. La stessa Disney poi, con Kathleen Kennedy, pianificò un film spin-off che si sarebbe aggregato a Rogue One e Solo come parte della Star Wars Anthology, altro progetto poi naufragato dopo le pessime prestazioni del film del 2018. E così, ecco che Disney+ diventa il luogo prescelto per far rinascere il mito di Boba Fett, reintrodotto prima in maniera magistrale in The Mandalorian nella seconda stagione e pronto, con grande sorpresa da parte di tutti, a diventare il protagonista di una storia tutta sua.

E proprio questo è il problema di The Book of Boba Fett: la storia non sembra essere quella di Boba Fett. O comunque, il personaggio che vediamo è talmente distante dall’essere il Boba Fett che tutti ricordano, ovviamente dai film originali, da riuscire a risultare estraneo al disegno politico che viene qui messo in atto.

Dopo premesse tutto sommato potenzialmente interessanti espresse nel primo episodio, The Book of Boba Fett crolla inesorabilmente in poco tempo a causa di una scrittura scialba e di una storia che non decolla mai e non interessa, specie per il fatto che nel finale è lo stesso protagonista a estraniarsi da questi luoghi: i personaggi sono deboli, gli eventi sembrano ricalcare un ciclo continuo di ripetizioni fino al finale di stagione (o di serie?), Boba stesso non viene approfondito quanto meriterebbe e quanto avremmo sperato, lasciato addirittura in secondo piano per due interi episodi dei sette che compongono lo show.

Il paradosso è che sono proprio questi due gli episodi più riusciti dell’intero The Book of Boba Fett, e anzi si tratta senza dubbio dei migliori episodi per la TV mai realizzati da Lucasfilm. Un concentrato di azioni ed emozioni, un inno alla grandezza di Star Wars e alle possibilità che lo sconfinato universo può portare con sé. Il ritorno di Din Djarin (Pedro Pascal) era inaspettato, le apparizioni di Ahsoka Tano (Rosario Dawson) e Luke Skywalker (Mark Hamill in CG, qualcosa di clamoroso) sono state colpi al cuore per i fan del franchise, senza dimenticare ovviamente il piccolo Grogu e l’incontro carico di tensione tra Cobb Vanth (Timothy Oliphant) e Cad Bane, il cacciatore di taglie che fa il suo esordio in live action dopo Star Wars: The Clone Wars. Tutto il vero potere del “microverso” mandaloriano, al quale anche Boba Fett ormai appartiene, viene scatenato in appena due episodi, lasciando al resto della serie il compito di raccontare qualcosa di talmente marginale che sembra non avrà alcuna ripercussione sul resto di questa saga.

Non è da escludere che Dave Filoni, l’uomo che sta lentamente risollevando il nome di Star Wars dopo la controversa Trilogia Sequel, abbia deciso di inserire questa sorta di The Mandalorian 2.5 all’interno della serie su Boba Fett osservando la poca sostanza che la serie stava portando. Il già citato paradosso è proprio qui. Din Djarin si è dimostrato essere un personaggio dall’elevato potenziale anche con i pochi minuti concessi in una serie non dedicata a lui, invece di una “celebrità” quale Boba Fett che non ha avuto granché da dire. Difficile empatizzare con un personaggio che è sempre stato negativo (tutto sommato, quello che abbiamo visto fino a oggi di lui ce lo mostra come una sorta di villain, o comunque di mercenario che non guarda in faccia a nessuno) e che chissà perché ora deve essere riabilitato agli occhi dei fan, messo alla guida di Tatooine e pronto a ribaltare il potere distruggendo il malvagio sindacato Pyke.

Potevamo sperare nei flashback – bella la sequenza della fuga di Boba dal Sarlacc, poi tutte le scene con i Tusken sono di una noia terribile e appesantiscono vari episodi – oppure nei personaggi secondari, ma anche lì non ci sono luci. Il ritorno di Fennec Shand, interpretata dalla sempre atletica e bravissima Ming-Na Wen, ci aveva lasciato intendere che avremmo potuto vedere una chimica tutta nuova tra lei e Boba Fett, e magari scoprire qualcosa sul suo enigmatico passato – il personaggio appare anche in Star Wars: The Bad Batch. E invece, no. Da comprimario, Fennec passa sempre più in secondo piano, per essere poi quasi del tutto dimenticata con l’arrivo di Din nel finale di serie. Un personaggio che si spegne in pochi minuti dall’inizio della serie e non risale più, così come l’intera vicenda di Boba Fett. L’unico merito della serie è in realtà un suo demerito: la terza stagione di The Mandalorian diventa ora incomprensibile per chi non ha visto The Book of Boba Fett. Siamo felici della narrazione condivisa che si vuol creare per Star Wars, ma fin troppi spettatori avranno abbandonato la serie ben prima dell’arrivo dei pezzi grossi. E non li si può certo biasimare per questo.

Ah giusto, non abbiamo parlato della gang di Tatooine giustamente ribattezzata “i Power Rangers di Star Wars” dal magico mondo di internet. E non lo faremo neanche in chiusura. Pur essendo tra i personaggi più anonimi della storia del franchise – non ricordo i nomi e non ricordo neanche se questi vengano mai pronunciati -, i Power Rangers di Boba Fett non sono altro che un pugno nell’occhio della palette cromatica e dello stile sporco e spento di Tatooine. Un tentativo di far emergere la voglia di ribellione dei giovani nei confronti del conformismo della società? Forse, ma a noi hanno dato solo fastidio per la loro inutilità.



Abbiamo parlato di:

Entra a contatto con uno strano oggetto chiamato "videogioco" alla tenera età di 5 anni, e da lì in poi la sua mente sarà focalizzata per sempre sul mondo videoludico. Fan sfegatato della serie Kingdom Hearts e della Marvel Comics, che mi divertono fin da bambino. Cacciatore di Trofei DOP.


Commenti (4)


  1. Corrado
  2. Armega67
  3. Marco


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