A cura di Riccardo Furieri
Diciamo che è un gioco…Crazy. Probabilmente è il modo più semplice per descrivere Crazy Taxi: World Tour dopo averlo provato alla Gamescom e, pensandoci bene, forse è anche quello più corretto. Dietro questa descrizione estremamente approfondita e professionale, però, c’è un titolo che riesce fin dai primi minuti a trasmettere quello che dovrebbe essere lo spirito di Crazy Taxi, ossia velocità, caos, colori, situazioni assurde e una reinterpretazione piuttosto creativa del concetto di codice della strada.
Da un punto A a un punto B…più o meno
Il principio alla base rimane semplicissimo: sei un tassista, raccogli clienti e devi portarli a destinazione. Ma se pensate che questo significhi guidare educatamente per la città, mettere la freccia agli incroci e rispettare i limiti di velocità, probabilmente avete sbagliato gioco. Qui il tragitto dal punto A al punto B è soltanto una scusa per scatenare il caos.
La cosa interessante, però, è che non si tratta semplicemente di cambiare scenario e continuare a trasportare passeggeri. Durante le corse possono infatti comparire missioni e richieste particolari da parte dei clienti, ed è probabilmente qui che Crazy Taxi comincia davvero a meritarsi la prima metà del proprio nome. Una delle situazioni che abbiamo provato ne è l’esempio perfetto: raccogliamo un ragazzo con una tuta alare e la sua richiesta è molto semplice. Vuole volare. Normalmente, la risposta più sensata sarebbe accompagnarlo all’aeroporto. Il titolo ha un’altra interpretazione del problema, ossia bisogna accelerare.
L’obiettivo è raggiungere una velocità sufficiente per poi frenare improvvisamente e trasformare il taxi in una specie di catapulta su quattro ruote. Il passeggero viene scaraventato in avanti, apre la tuta alare e comincia a planare sopra la città. La vera sfida? Riuscire a farlo volare per più di 750 metri. È una missione che probabilmente non ha alcun senso se provate a descriverla razionalmente, ed è esattamente per questo che funziona. Non state più semplicemente cercando la strada più veloce per consegnare un cliente: state cercando di capire a quale velocità sia necessario lanciare un essere umano fuori da un taxi affinché possa percorrere una determinata distanza con una tuta alare.
Ed è proprio questo tipo di missioni a spezzare la struttura più tradizionale delle corse, aggiungendo quella componente di imprevedibilità di cui un gioco del genere ha bisogno. Il rischio, altrimenti, sarebbe quello di cadere rapidamente nella ripetitività: raccogli il cliente, corri, consegna il cliente, ripeti. Inserire personaggi con richieste completamente fuori di testa cambia invece il ritmo dell’esperienza. Non sapete più soltanto dove dovrete portare qualcuno, ma soprattutto che cosa vi chiederà di fare durante il tragitto. E improvvisamente ogni passeggero può diventare l’inizio di una piccola storia assurda.
Guidare bene non è necessariamente il punto
Dal punto di vista della guida, tutto sembra costruito per privilegiare immediatezza e divertimento. Crazy Taxi non vuole necessariamente premiarvi perché siete i piloti più precisi del mondo, bensì vuole spingervi a rischiare, cercare scorciatoie e trasformare ogni viaggio in qualcosa di spettacolare.
È il classico gioco in cui sbagliare può diventare quasi divertente quanto fare tutto alla perfezione. Ed è importante che sia così, perché Crazy Taxi deve essere immediatamente riconoscibile. Deve avere personalità, deve essere sopra le righe e, soprattutto, deve riuscire a farvi sorridere mentre state facendo qualcosa di completamente idiota. Quando vi ritrovate a cercare la velocità necessaria per sparare un cliente con una tuta alare a oltre 750 metri di distanza, direi che quell’obiettivo può considerarsi raggiunto.
Ovviamente, una prova in fiera non basta per capire quanto questa formula riuscirà a mantenersi fresca dopo molte ore. Molto dipenderà dalla varietà delle missioni, delle mappe, dei passeggeri e delle situazioni che il gioco sarà capace di proporre. Ma come primo incontro funziona, in quanto è immediato, caotico e, soprattutto, non sembra avere alcuna intenzione di prendersi troppo sul serio.



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