[Recensione] Call of Duty: Vanguard

Di Andrea "Geo" Peroni
13 Novembre 2021

E siamo ancora qua. È novembre, le foglie cadono dagli alberi, il tempo si fa sempre più incerto, il Natale inizia a far sentire il suo fiato sul collo tra decorazioni nelle nostre città e il portafogli che già piange i soldi dei futuri regali, e ovviamente è tempo di un nuovo Call of Duty, in questo caso Vanguard. Perché sì, Activision non ha ancora abbandonato la formula del suo capitolo annuale, e chi potrebbe biasimarla: Modern Warfare, il reboot del 2019, ha venduto più di 31 milioni di copie, che lo hanno fatto entrare nella top 20 dei videogiochi più venduti di sempre.

Eppure, dopo il già citato MW e Black Ops Cold War, la nuova fatica di Sledgehammer Games, che torna al timone della serie dopo quattro anni, presenta parecchie ombre e fa tornare di moda la fatidica domanda sulla necessità di restare ancorati al modello premium annuale – certo, è ovvio, la risposta l’abbiamo data pocanzi con i numeri ancora spaventosi del franchise, ma il livello qualitativo risente ovviamente di questo modello. È vero che, come potrete leggere nella nostra recensione, i dubbi e i difetti maggiori riguardano due modalità che il grande pubblico guarda in maniera molto limitata, ma che rappresentano comunque una parte importante della produzione. Avrete già capito di cosa stiamo parlando, e dunque diamo il via all’analisi dettagliata di quello che è il capitolo di Call of Duty più ricco di contenuti PvP ma frenato da alcuni evidenti problemi.

Versione provata: PlayStation 5.

EROI DI GUERRA, AGAIN

Modern Warfare – parliamo ovviamente del reboot del 2019 – ha portato nel franchise di Call of Duty una ventata di novità, anche per la campagna single player che, per i temi trattati, ha sapientemente scelto di rappresentare le emozioni e la crudeltà della guerra moderna, lasciando spazio anche a quelle figure che solitamente sono lasciate sullo sfondo di un conflitto. Con Black Ops Cold War, invece, Treyarch è tornata alla formula del thriller action già sperimentata nelle prime uscite del suo franchise; non ha raggiunto l’ancora insuperato Black Ops, ma la storia è stata capace di catturare l’attenzione. Vanguard, sotto questo punto di vista, si perde in un bicchier d’acqua.

È assurdo dover parlare in maniera abbastanza negativa della campagna single player di Vanguard, soprattutto considerando che Sledgehammer Games ha parlato poche settimane prima del lancio di quanta attenzione fosse stata data alle storie dei protagonisti, alle loro emozioni e alla loro scrittura, avendo già in programma ipotetici sequel che riproporranno queste figure. A oggi, dopo aver completato la storyline principale di Vanguard, non sentiamo alcun bisogno di rivedere Arthur Kingsley, Polina e tutti gli altri, macchiettistici supereroi della Seconda Guerra Mondiale capaci di imprese memorabili e di ribaltare da soli intere legioni di nemici senza provare alcun tipo di rimorso.

Che sia chiaro, anche all’inizio il franchise di Call of Duty non brillava certo per empatia, ma sono passati più di 15 anni dal suo esordio e sono stati fatti passi da gigante. Il modo in cui Sledgehammer ha voluto rappresentare il più sanguinoso conflitto della storia umana è paradossale se pensiamo a quanto fatto dai citati Modern Warfare e Black Ops Cold War: mai, all’interno di Vanguard, abbiamo avuto la sensazione di far parte di un movimento di rinascita, di una guerra dagli alti ideali con uomini pronti a tutto pur di difendere i civili e le persone comuni. La sensazione primaria dell’esperienza è quella di avere a che fare con figure che chiaramente vogliono far vedere quello di cui sono capaci, piuttosto che farsi in quattro per dare il loro contributo a un conflitto che sta causando milioni di morti.

È quasi come se Sledgehammer Games avesse deciso di seguire le orme di Treyarch e del franchise di Black Ops, proponendo un reale conflitto (la Guerra Fredda in Black Ops, la WWII in Vanguard) con sottotrame che dovrebbero dare il via a complotti, missioni segrete e quant’altro – problema: in Black Ops tutto questo ha funzionato e ha avuto senso, considerando la “segretezza” con la quale Treyarch ha sempre deciso di raccontare le vicende dei suoi protagonisti, nulla più di una serie di fantasmi del governo americano e non solo che operano in gran segreto; in Vanguard manca tutto questo, rinunciando a quella che poteva essere una rappresentazione storicamente accurata e maggiormente improntata sulla sofferenza per abbracciare invece espedienti come il Progetto Phoenix di cui non si capisce la natura (probabilmente la capiremo nei prossimi mesi con le future Stagioni), l’incontro tra i vari protagonisti di cui nessuno si interessa, e così via.

Invece di maturare ancora di più, specie dopo l’ottimo risultato di Modern Warfare, Call of Duty fa un passo indietro. Paradossalmente, la campagna di Call of Duty: WWII nel 2017 è su un altro livello. E qui sorge il principale problema di questa esperienza, tra le più dimenticabili delle varie campagne single player che accompagnano il franchise da più di tre lustri: se devi raccontare un conflitto devastante come la Seconda Guerra Mondiale, devi optare per una precisa linea di pensiero, che si può sì adattare a vari contesti e concept ma che deve come minimo rispecchiare la potenza estremamente negativa di questa tremenda pagina della nostra storia. Al di là di alcune missioni che sono risultate molto riuscite anche nel tono, come la spettacolare sequenza della battaglia delle Midway, tutte le altre appaiono fredde, vogliose di mettere in scena esplosioni e violenza gratuite degne dei film di Michael Bay.

In più, emergono anche problemi nel game design. Vanguard riprende una struttura in larga parte lineare dell’esperienza, abbandonando quanto di buono fatto da Infinity Ward e Treyarch per proporre qualcosa di quantomeno più fresco per il franchise, tornando sui soliti sentieri del passato e cadendo in problemi da scuola elementare, con protagonisti completamente anonimi nonostante si sia cercato di farne le nuove icone del franchise (?) di Sledgehammer Games, comprimari ancora peggiori, e meccaniche di gameplay assolutamente superflue – ogni protagonista ha una particolare abilità, come guidare i compagni all’attacco, una cosa completamente guidata dal gioco e che si esaurisce nel giro di pochi minuti.

La campagna di Vanguard, in poche parole, nonostante un’introduzione spettacolare a bordo di un treno in movimento e che lascia presagire un’interessante prosecuzione, non convince. La preoccupazione più grande di Sledgehammer Games sembra sia stata quella di creare skin cazzute, perdonate il francesismo, per i futuri operatori di Warzone, piuttosto che cercare di entrare nella loro storia e nei reali drammi vissuti dal mondo in quel terrificante periodo. Con Vanguard, COD torna a rappresentare un blockbuster hollywoodiano sulla Seconda Guerra Mondiale, ma lo fa nel modo sbagliato.

I MORTI NON PARLANO, PER SFORTUNA

Per una situazione atipica, ecco una recensione atipica. Sin da quando vi parliamo approfonditamente di Call of Duty, ossia sin dai tempi di Modern Warfare 2 e World at War, lasciamo l’analisi della “terza modalità” al termine della nostra analisi, eppure stavolta Vanguard Zombies richiede un maggiore grado di attenzione – particolarmente negativo.

Per la prima volta nella storia del franchise, non è la software house a capo di COD 2021 a occuparsi della modalità Zombies. Per l’occasione sono stati invece chiamati in causa i ragazzi di Treyarch, che con Black Ops Cold War hanno rivoluzionato la modalità dei non-morti tra esperienze tradizionali fortemente rivisitate e la nuovissima Epidemia, e che hanno deciso di proseguire lungo questo cammino anche con Vanguard Zombies. La nuova storia presenta alcuni legami proprio con il precedente gioco del franchise, essendo in particolare ambientata nello stesso universo della Storia Etere Oscuro inaugurata lo scorso anno, e riprende alcune meccaniche di gioco proprio dall’ultima produzione firmata Treyarch. Il giudizio intorno a questa esperienza inedita, però, è attualmente molto negativo.

Non vogliamo dilungarci troppo, anche perché abbiamo già avuto modo di raccontarvi nel dettaglio Vanguard Zombies in un articolo dedicato e in un video che vi lasciamo anche di seguito, e dopo alcuni altri giorni di prova sul gioco possiamo affermare che è cambiato ben poco nel nostro giudizio. L’impalcatura generale della modalità è stato chiaramente costruito intorno all’esperienza di Black Ops Cold War Zombies, da cui Vanguard recpera elementi come il potenziamento delle armi e dei perk (anche se stavolta avvengono in partita e vanno eseguiti ogni volta), la rarità delle armi (che oggi è però legata al livello di potenziamento della bocca da fuoco), il craft di oggetti per costruire equipaggiamenti e corazze; da Epidemia, invece, Vanguard Zombies recupera il sistema di missioni da completare, ma qui iniziano già i problemi.

Il problema più serio della nuova modalità Zombies non sono le modifiche o le novità effettuate – l’Altare dei Patti potrebbe essere interessante, anche se resta da capire quanto sarà effettivamente variegato e incisivo -, che si inseriscono molto bene a nostro avviso. La criticità più importante è da ricercare in una spaventosa carenza di contenuti, che porta Vanguard Zombies a precipitare nel vortice della ripetitività mista a noia dopo appena un paio di ore di gioco, sensazione questa che distrugge completamente quello che dovrebbe essere il cuore dell’esperienza. Non esiste la parvenza di una progressione, se non quella legata alle armi e agli operatori; mancano elementi imprescindibili della modalità Zombies come le wonder weapon; le missioni affrontabili si riducono a soli tre compiti, sparsi in poche e anonime ambientazioni.

La totale assenza di segreti e easter egg, poi, è ciò che contribuisce ad affossare il giudizio su questa partenza di Vanguard Zombies, assolutamente insufficiente al momento. Con la Stagione 1 arriveranno nuove missioni, ambientazioni, e, a quanto sembra, anche il famoso easter egg. Al momento, però, ciò che offre Vanguard Zombies è meno del minimo indispensabile. Qualcosa che non ci aspettavamo da Treyarch, che sicuramente può giocare la carta dell’eccessivo carico di lavoro a cui è stata sottoposta negli ultimi tempi, ma che si perde in un bicchier d’acqua dopo essere riuscita a recuperare originalità e visibilità grazie all’ottima idea di Epidemia su BOCW. C’è tanto, tanto lavoro da fare, per i non-morti di Vanguard, che, almeno sui nostri hardware, sono già tornati nelle tombe in attesa dell’arrivo di nuovi contenuti.

LA GIOSTRA DEL MULTIPLAYER

Fortunatamente, arriva ora il momento di parlare del multiplayer PvP, il vero cuore dell’esperienza di Call of Duty: Vanguard e senza dubbio l’elemento più riuscito della produzione, seppur con i suoi soliti difetti che persistono. Non è un caso che Vanguard presenti vari punti in comune con Modern Warfare, del resto Infinity Ward ha contribuito alla supervisione del PvP e questa scelta artistica si vede a più riprese – si potrebbe tirare nuovamente in ballo l’annosa questione dell’appiattimento del franchise, ma per il momento non vogliamo approfondire questa cosa.

I movimenti dei soldati sul campo di battaglia confermano le sensazioni simili a Modern Warfare, con movimenti più lenti rispetto a Black Ops Cold War e feedback delle armi molto vicino all’opera di Infinity Ward. I salti sono più goffi, o se vogliamo realistici, mentre le scivolate hanno una certa lentezza nel trascinare il resto del corpo, ma l’esperienza del PvP non per questo è lenta o si allontana dalla direzione che il franchise ha preso negli ultimi anni: il TTK è ancora molto basso, più che nel caso di Black Ops Cold War a nostro avviso, dove comunque alcune bocche da fuoco erano talmente devastanti da mandare a terra in una frazione di secondo; a tal proposito, le armi di Vanguard risultano essere oggi abbastanza bilanciate, nonostante abbiano una potenza generalmente elevatissima e che quindi uno scontro a fuoco si può risolvere in un istante, e questo porta ovviamente i giocatori a preferire un approccio più attendista e riflessivo rispetto al “corri e spara” tanto in voga alcuni anni fa. Sì, è proprio così: Vanguard si rifà, e non fa nulla per nasconderlo, al nuovo corso inaugurato da Modern Warfare, dove infatti uno dei più grandi oggetti di dibattito nella community era l’eccessiva presenza di camper nel PvP a causa delle dinamiche di gioco.

Con un level design che ha spinto maggiormente sulla verticalità in alcune ambientazioni, sempre varie e stavolta numerose (segnaliamo che al lancio sono disponibili ben 20 mappe del multiplayer, il numero più alto per un capitolo di COD all’esordio), Vanguard si prende anche la libertà di introdurre qualche nuova dinamica interessante, come la possibilità di aprire spiragli attraverso finestre e piccoli muri distruttibili – non tutti ovviamente, non c’è nulla di paragonabile all’esperienza di Battlefield, ma è un piccolo passo verso un nuovo approccio al level design che speriamo possa essere approfondito in futuro. La varietà degli ambienti, poi, consente più approcci da parte del giocatore: in una mappa piccola e stretta come Das Haus, perfetta per provare la nuova modalità Pattuglia (una sorta di Postazione in cui però l’area obiettivo si muove durante tutta la partita), fucili a pompa e mitragliette sono le armi predilette degli utenti, cosa che si ribalta invece in altri frangenti. Come sempre, occorre passare le prime ore su Call of Duty per rendersi conto delle migliori armi da utilizzare su una determinata mappa, e a selezionare ovviamente il proprio loadout preferito – il sistema delle classi, anche in questo caso, viene ampiamente ripreso da Modern Warfare.

Altra bella sorpresa è Re della Collina, modalità inedita ispirata a Scontro, guardacaso apparsa per la prima volta in MW, dove stavolta però vengono introdotte dinamiche à la battle royale. Una squadra composta da due giocatori ha in totale 12 vite, e deve vedersela contro altre sette squadre in continue rotazioni di team e mappe (di piccolissime dimensioni), lasciando talvolta spazio ad alcune pause per rifornire la squadra di armi ed equipaggiamenti, fino a quando non esce un solo vincitore, appunto la squadra Re della Collina. Una variante davvero simpatica e riuscita di Scontro, che probabilmene in futuro vivrà altre varianti come squadre a 1 o 3 giocatori, come già accaduto in passato, ma che per ora convinve nella sua forma 2v2.

Se quindi il multiplayer rispecchia l’impegno di Sledgehammer Games per la quantità e la qualità dei contenuti, con però alcuni elementi che inevitabilmente vengono ripresi dai capitoli più recenti e che non piaceranno a tutti, sul fronte tecnico si segnalano invece un po’ di difetti oggettivi. Il comparto grafico non è al top, mascherato da un’illuminazione sulla quale Sledgehammer lavora sempre per esprimere il meglio, ma che mostra il fianco a più riprese, facendo così emergere la pochezza di alcune texture e delle animazioni facciali dei personaggi, specialmente nella campagna – nel multiplayer, a dire il vero, neanche ve ne accorgerete. Sul fronte audio, manca il guizzo che era invece presente in Modern Warfare, ancora oggi il titolo che ha saputo restituire la miglior esperienza sensoriale del franchise di COD, nonostante comunque il doppiaggio sia sempre su buoni livelli. Persistono poi ancora oggi, a una settimana dal lancio, problemi spaventosi come i famigerati spawn di Dome, mappa multiplayer dove, letteralmente, tutti i componenti delle due squadre vengono rigenerati nello stesso punto, rendendo frustrante e fastidiosa la partita.

PUNTI DI FORZA

  • Campagna single player come sempre spettacolare…
  • Multiplayer in continuità con MW e Black Ops Cold War…
  • Tecnicamente buono e offre un bel colpo d’occhio
  • Gran numero di contenuti

PUNTI DEBOLI

  • … Ma davvero poco interessante
  • … Ma persistono alcuni difetti e ne arrivano nuovi
  • Vanguard Zombies è quasi incommentabile oggi

Torna Sledgehammer Games al timone del franchise più redditizio di Activision, e tra i brand più noti della storia videoludica. Torna Sledgehammer Games e tornano anche i dubbi, i soliti dubbi a dire il vero, che in questo capitolo non fanno altro che ingigantirsi fino ad arrivare alla fatidica domanda: “è forse troppo un COD ogni anno?” Come vi abbiamo raccontato, Vanguard rappresenta un passo indietro rispetto alla solidità del franchise recuperata con Modern Warfare e continuata con Black Ops Cold War, un titolo quest’ultimo che al netto di importanti problemi risulta essere più completo e riuscito. Accanto a un comparto PvP che può sempre divertire, nonostante alcuni elementi e dinamiche davvero poco riusciti, troviamo due modalità che al momento sono del tutto dimenticabili. La campagna single player, come sempre cinematografica ma senza alcun mordente, priva di qualsivoglia emotività nonostante il tema trattato e la ricerca di una maggiore scrittura sui personaggi. La modalità Zombies, poi, è in questo momento quasi incommentabile. Le novità apportate da Treyarch rispetto al modello di Cold War potrebbero anche funzionare, ma il lancio di Vanguard Zombies è completamente da dimenticare, con una modalità che fa sentire il peso della ripetitività dopo una sola ora di gioco. Per il “ciclo Warzone”, questo Vanguard è certamente il titolo più debole dei tre.

Ringraziamo Activision per il codice review di Call of Duty: Vanguard.




Entra a contatto con uno strano oggetto chiamato "videogioco" alla tenera età di 5 anni, e da lì in poi la sua mente sarà focalizzata per sempre sul mondo videoludico. Fan sfegatato della serie Kingdom Hearts e della Marvel Comics, che mi divertono fin da bambino. Cacciatore di Trofei DOP.




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