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The Punisher, il braccio sanguinoso della legge | Retrogaming

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Retrogaming, la rubrica di Uagna dedicata ai grandi classici del passato, cambia! Dal 2026 si trasforma infatti in una rubrica che andrà anche a dare un voto ai videogiochi del passato, contestualizzandolo al suo periodo storico ma valutandone anche l’impatto nel settore. Tra cult e classici passati in sordina, Retrogaming torna con una nuova missione: comprendere il passato, per guardare al futuro.

Rigiocare oggi The Punisher su PlayStation 2, magari spinti dalla nostalgia dopo aver visto The Punisher: One Last Kill su Disney+, è un’esperienza illuminante. Niente che ricalchi il sinonimo di capolavoro di genere, ma suvvia, siamo seri: The Punisher offriva esattamente quello che ci si poteva aspettare da un gioco con questo nome.

Ci trovavamo di fronte a un action che non cercava di essere filosofico o rivoluzionario, puntando invece tutto su una domanda brutale: “Cosa faresti se non avessi limiti nel punire il crimine?”.

Il risultato è un gioco che, se recensito oggi con gli standard moderni, meriterebbe un 7 pieno: un titolo solido, divertente, ma frenato comunque da alcune rigidità che il tempo (e un pizzico di censura dell’epoca) ha reso ancor più evidenti.

Prima di Saints Row, c’era Frank Castle

Uscito nel gennaio 2005 per PS2, Xbox e PC, The Punisher arrivò in un momento d’oro per i tie-in supereroistici. Al cinema, poco prima, era appunto uscito il film con Thomas Jane nei panni di Frank Castle, e in quell’epoca quasi ogni film era accompagnato da un videogioco. Eccolo qui.

Sviluppato da Volition, gli stessi che ci avrebbero poi regalato il caos di Saints Row, il gioco non era una semplice trasposizione del film del 2004, sebbene l’attore prestasse voce e sembianze al protagonista. Pur prendendo parzialmente spunto dal live action, si poneva infatti come un omaggio alle run fumettistiche di Garth Ennis e Jimmy Palmiotti, in particolare la celebre serie Welcome Back, Frank. Il gioco non faceva prigionieri: era violento, cinico e terribilmente appagante nel suo spirito da giustiziere della notte.

La storia

La narrazione adottava una struttura a flashback molto efficace: Frank Castle è stato catturato dalla polizia e si trova sotto interrogatorio al carcere di Ryker’s Island. Mentre risponde alle domande dei detective Molly von Richthofen e Martin Soap, il giocatore rivive le missioni che lo hanno portato fin lì.

L’ambientazione era una New York sporca, degradata, infestata da clan malavitosi che vanno dalla famiglia Gnucci alla Yakuza, fino ai mercenari russi. Una grande parata mafiosa, bello.

Il fascino della storia risiede però nel suo essere profondamente radicata nel Marvel Universe. Non è un gioco isolato: durante la sua crociata, Frank incrocia la strada di personaggi iconici come Iron Man, Nick Fury, Black Widow e Matt Murdock, oltre a scontrarsi con villain del calibro di Bullseye e Kingpin. Questa coralità rende il gioco un tassello fondamentale per chiunque ami il lato “street” della Casa delle Idee.

Il gameplay, tra sparatorie e torture

Il cuore pulsante di The Punisher è il suo sistema di combattimento in terza persona, pesantemente influenzato dallo stile di Max Payne (immancabile la “tuffata” con rallentatore), ma arricchito da una ferocia unica. Frank può imbracciare un arsenale vastissimo, dalle classiche Colt 1911 ai lanciagranate, ma è nel corpo a corpo che il gioco mostra i denti.

L’elemento distintivo è senza dubbio il sistema di interrogatorio. Premendo un tasto, Frank può afferrare un nemico e “convincerlo” a parlare attraverso quattro metodi standard (pugni, minaccia con l’arma, strangolamento o sbattere la testa a terra). La vera perla nera, però, sono gli Hotspots: zone sensibili dell’ambiente (una sedia elettrica, una vasca di piranha, una pressa industriale) dove è possibile eseguire esecuzioni ambientali brutali.

Una piccola curiosità sulla censura: all’epoca, l’ESRB minacciò di classificare il gioco come “Adults Only”. Per evitare il bando commerciale, Volition dovette inserire un filtro in bianco e nero e dei cambi di inquadratura durante le esecuzioni più cruente. Un limite che oggi appare quasi artistico, ma che all’epoca fece storcere il naso ai puristi del gore.

Nonostante l’esaltazione, il gameplay presenta dei limiti: l’intelligenza artificiale dei nemici è spesso deficitaria e il sistema di puntamento su console può risultare legnoso nelle fasi più concitate. È qui che il voto scende al 7: la ripetitività di alcune sezioni shooting e una telecamera non sempre perfetta impediscono al titolo di raggiungere giochi considerati come grandi classici.

Il miglior Punisher?

Se guardiamo alla storia videoludica di Frank Castle, il titolo del 2005 svetta comunque come un gigante. A parte l’omonimo arcade picchiaduro a scorrimento del 1993, nessun altro gioco del Punitore è riuscito a dargli una vera giustizia.

Il gioco di Volition rimane l’unico ad aver capito che interpretare Frank Castle non significa solo “sparare”, ma immergersi in un’atmosfera da noir psicotico, dove il giocatore si sente costantemente al limite tra la giustizia e la follia.

The Punisher del 2005 è un gioco onesto. Non nasconde la sua natura di prodotto di genere e non cerca di compiacere tutti. È un action crudo, permeato da un umorismo nero tagliente e da un rispetto reverenziale per il materiale originale. Rigiocarlo oggi su PlayStation 2 permette di apprezzare quanto, in un’epoca di giochi spesso troppo “puliti”, Frank Castle rappresentasse un’eccezione necessaria.

3.5
Review Overview
  • Giudizio complessivo3.5
Scritto da
Andrea Peroni

Entra a contatto con uno strano oggetto chiamato "videogioco" alla tenera età di 5 anni, e da lì in poi la sua mente sarà focalizzata per sempre sul mondo videoludico. Fan sfegatato della serie Kingdom Hearts e della Marvel Comics, che mi divertono fin da bambino. Cacciatore di Trofei DOP.

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