Apple ha rotto un silenzio che durava da mesi e lo ha fatto nel contesto meno “patinato” possibile: la call con gli analisti sui risultati del primo trimestre fiscale 2026. Incalzata su un tema sensibile, ossia chi controlla davvero l’intelligenza artificiale a Cupertino e che fine fanno i dati degli utenti, l’azienda ha messo sul tavolo una spiegazione insolitamente diretta.
Il messaggio che emerge è più netto di quanto ci si aspettasse solo poche settimane fa e soprattutto chiude un equivoco chiave: Gemini non sostituisce Siri, né “si prende” l’assistente Apple. Diventa invece la base tecnologica della prossima generazione di Apple Foundation Models.
Il passaggio cruciale arriva direttamente dalle parole di Tim Cook. Durante la call, il CEO ha spiegato che Apple ha “determinato” come la tecnologia di intelligenza artificiale di Google sia oggi “la base più capace” su cui costruire gli AFM, i modelli fondamentali che alimenteranno le future funzioni di Apple Intelligence.
Un concetto già anticipato nella dichiarazione congiunta tra le due aziende, ma che ora trova una cornice più esplicita: dopo una valutazione interna, Apple ha scelto Gemini come fondazione dei nuovi modelli destinati a supportare le evoluzioni di Apple Intelligence, inclusa la Siri più personalizzata attesa entro l’anno.
La lettura, dal punto di vista di Cupertino, è chiara. Apple non sta ammettendo un’incapacità tecnologica, ma rivendica una scelta pragmatica: per questo livello di complessità, oggi Google offre il “mattone” migliore. Su quel mattone, però, Apple intende costruire in autonomia esperienza d’uso, integrazione di sistema e controllo dell’ecosistema.
Cook insiste più volte su una strategia a doppio binario: elaborazione on-device e Private Cloud Compute. Non un’alternativa, ma una convivenza strutturale. È anche la risposta preventiva alla preoccupazione più diffusa: l’idea che tutto finisca automaticamente sui server di Google. Secondo Apple, non è così. Apple Intelligence continuerà a operare su hardware proprietario e sull’infrastruttura cloud privata dell’azienda, mantenendo standard di privacy definiti “leader di settore”.
In altre parole, il modello può essere Gemini, ma l’architettura dell’esperienza resta saldamente nelle mani di Apple: dalla scelta di dove avviene l’elaborazione alla gestione delle richieste, fino all’integrazione nel sistema operativo e nella catena di sicurezza.
Sul fronte della privacy, Apple gioca la sua carta più forte. Cook ribadisce che gli standard non cambieranno, un punto sottolineato anche nella comunicazione congiunta con Google. È un messaggio pensato tanto per gli utenti quanto per i regolatori.
Restano però zone d’ombra. Apple non ha fornito alcun dettaglio sull’accordo con Google: né sul piano economico né su quello contrattuale. Alla domanda diretta degli analisti, la risposta è stata secca: i dettagli non verranno resi pubblici.
Un ultimo passaggio chiarisce la filosofia di fondo. Alla domanda su come convivranno Apple Foundation Models e modelli di terze parti, Cook parla apertamente di collaborazione. Apple continuerà a sviluppare le proprie tecnologie in modo indipendente, ma la Siri personalizzata che verrà sarà il risultato di un lavoro congiunto. Un equilibrio delicato, che segna una delle svolte più significative nella strategia AI di Cupertino.
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