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Jay and Silent Bob: Chronic Blunt Punch | Recensione

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Forse non tutti sanno che, ben prima dell’esplosione del Marvel Cinematic Universe, nel lontano 1994 nasceva il View Askewniverse. Tutto ebbe inizio con il cult Clerks, pellicola che ha lanciato l’improbabile duo di fattoni composto da Jay e Silent Bob, la loro dinamica è ormai leggendaria: da un lato Jay, logorroico e inarrestabile, dall’altro Silent Bob, il gigante buono che non parla quasi mai.

In questa recensione vedremo se Jay and Silent Bob: Chronic Blunt Punch, un picchiaduro a scorrimento intriso di riferimenti pop e umorismo pungente, riuscirà a fare breccia nel cuore di tutti o se rimarrà un piacere riservato solo ai fan più accaniti.

Versione provata: PS5

Tra umorismo becero e pugni

L’intero gioco si sviluppa in una campagna principale della durata media di circa tre o quattro ore, presentandosi come un unico, grande e delirante viaggio dei due protagonisti che, impegnati in una disperata ricerca delle loro amate “sostanze”, affrontano un’improbabile odissea attraverso diverse location facendosi spazio tra orde di nemici e boss. Data la brevità dell’avventura, la rigiocabilità risulta purtroppo molto limitata, a meno che non siate dei completisti a caccia di trofei e achievement, difficilmente troverete un vero motivo per ricominciare il viaggio una volta giunti ai titoli di coda.

L’intera avventura è permeata da quell’umorismo dissacrante e sopra le righe tipico dei film di Kevin Smith, di conseguenza, se siete già fan dell’universo cinematografico del regista, l’atmosfera vi farà sentire immediatamente a casa. Non aspettatevi, però, un intreccio narrativo complesso o profondo: la storia funge unicamente da pretesto per inondare il giocatore di battute taglienti, gag surreali, una valanga di riferimenti e parodie legati alla cultura pop e alla società moderna.

Un gameplay complicato, ma per i motivi sbagliati

Se la trama e l’umorismo possono divertire i fan, il gameplay risulta purtroppo gravemente insufficiente. A tentare di aggiungere un pizzico di profondità al sistema di combattimento intervengono l’introduzione dei personaggi di supporto e un sistema legato alle mosse speciali: prima di tuffarsi in un nuovo stage, è infatti possibile selezionare un alleato, ognuno dotato di un’abilità peculiare da richiamare in battaglia. Sul campo, è possibile eseguire 2 attacchi speciali a seconda da quanto è riempita l’apposita barra dell’energia divisa in due livelli, consumando una singola carica si esegue un attacco speciale controllato, utile per gestire le mischie, mentre riempiendo entrambe le barre, ci si trasforma nel proprio leggendario alter ego da supereroe (Bluntman o Chronic), scatenando un super attacco devastante.

Sebbene queste dinamiche regalino spettacolari momenti di puro fan service visivo e offrano un aiuto vitale negli scontri, l’esperienza pad alla mano non regala emozioni. Il gioco soffre di uno strano ritardo nell’input, oltre a evidenti errori nelle collisioni e nelle hitbox. In un picchiaduro a scorrimento, la reattività dei comandi è fondamentale, la sua mancanza, in questo caso, azzera quasi del tutto il divertimento.

Il difetto principale dell’opera resta la marcata legnosità dei controlli e, soprattutto, affrontando la campagna da soli, l’esperienza si trasforma rapidamente in una tortura. È infatti fin troppo facile venire accerchiati da gruppi di avversari senza potersi difendere adeguatamente, complice una meccanica di schivata legnosa e non reattiva; queste criticità rovinano l’azione al punto da costringere il giocatore a un’unica, noiosa forzatura tattica pur di sopravvivere: spingere costantemente i nemici ai bordi dello schermo per bloccarli in un angolo e picchiarli a ripetizione. Qualora un avversario riesca a sfilare alle vostre spalle, l’unica mossa sensata è riposizionarsi per intrappolarlo nuovamente. Questo approccio ripetitivo annulla qualsiasi forma di divertimento, trasformando il gameplay in un continuo tentativo di aggirare i palesi difetti di programmazione pur di riuscire ad andare avanti.

Una progressione monotona e frustrante

La progressione è afflitta da una forte monotonia mostrando ogni missione identica alla precedente, senza sostanziali differenze. I livelli si dividono sistematicamente in tre fasi prevedibili: un inizio tranquillo, una vera e propria passeggiata contro nemici che non destano alcuna preoccupazione, un’escalation in cui la situazione si complica con l’aumento degli avversari a schermo e l’introduzione di un’insidia ambientale da schivare e infine lo scontro conclusivo con il classico boss di fine livello.

A chiudere questo quadro poco lusinghiero c’è l’assenza totale di un sistema di checkpoint o di vite extra all’interno degli stage: ogni singola morte costringe a ricominciare il livello dall’inizio, aumentando la frustrazione. Sebbene alcuni di questi difetti tecnici possano essere limati con future patch correttive, il problema sembra risiedere nelle fondamenta stesse del gioco, rendendo una risoluzione totale molto complessa.

Un’estetica che la fa da padrone

Il vero punto di forza del gioco risiede nella sua estetica, perfettamente in linea con le opere originali: lo stile grafico, interamente disegnato a mano, è davvero ben riuscito e centra l’obiettivo, riuscendo a caratterizzare ogni personaggio con poche e semplici linee. Sul fronte del comparto sonoro, le musiche accompagnano adeguatamente l’azione a schermo, ma nessuna traccia lascia veramente il segno, risultando nel complesso senza infamia e senza lode.

In definitiva, il gioco è un progetto che purtroppo ha mancato il bersaglio proprio nel gameplay, l’elemento più importante in assoluto per un picchiaduro. Va però dato atto agli sviluppatori che l’anima e lo spirito delle opere originali di Kevin Smith sono stati trasposti alla perfezione. Ciononostante, il titolo non riesce a reggere il confronto con altri esponenti del genere, come Scott Pilgrim o Teenage Mutant Ninja Turtles: Shredder’s Revenge. Sebbene il prezzo di lancio sia altamente accessibile, l’acquisto rimane consigliato quasi esclusivamente ai veri fan dell’Askewniverse.

6
Review Overview
Riassunto

Jay and Silent Bob: Chronic Blunt Punch è un titolo che vive di forti contrasti. Da un lato brilla per un comparto artistico 2D disegnato a mano eccellente e per un umorismo dissacrante che cattura alla perfezione l'anima del View Askewniverse di Kevin Smith, regalando grande gioia ai fan storici. Dall'altro, purtroppo, crolla pesantemente proprio sul fronte del gameplay: comandi legnosi, input lag, hitbox imprecise e una struttura dei livelli ripetitiva trasformano le 3-4 ore di campagna in un'esperienza frustrante. L'assenza totale di checkpoint e la necessità di ricorrere a noiose forzature tattiche per sopravvivere lo rendono incapace di competere con i veri pesi massimi del genere beat 'em up. Nonostante il prezzo accessibile, è un acquisto consigliato esclusivamente ai fan più irriducibili del dinamico duo.

Pro
Direzione artistica curata Umorismo in linea con lo stile dei film...
Contro
...ma non adatto a tutti Livelli e situazioni di gioco molto ripetitive Scarsa longevità e rigiocabilità Diversi problemi tecnici
  • Giudizio Complessivo6
Scritto da
Daniele Madau

Quando avevo 7 anni mio padre mi ha fatto giocare con lui a Metal Gear e da allora con i videogiochi è stato solo amore. RPG, Survival Horror e, ovviamente, Stealth Game sono i miei preferiti.

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