[Recensione] Cuphead – Il Diavolo ci odia anche su Switch

Di Andrea "Geo" Peroni
18 Aprile 2019

È difficile pensare che chi mastica videogiochi, negli ultimi anni soprattutto, non abbia mai sentito parlare di Cuphead. L’indie che su di sé ha monopolizzato l’attenzione mondiale per mesi e mesi, l’opera magna di StudioMDHR e dei suoi due fondatori, i fratelli canadesi Chad and Jared Moldenhauer che ci hanno lavorato sopra per un numero indefinibile di ore con uno e un solo scopo: dare forma ai loro sogni, ad un videogioco che coniugasse uno stile inconfondibile e perfetto con un gameplay classico ma perfettamente funzionale e presentabile ad un pubblico odierno sempre esigente e voglioso di novità.

Non sto qui a dirvi, e non lo ripeterò più di tanto nel corso della recensione, quanto Cuphead si sia rivelato essere un capolavoro imprescindibile per questa generazione ludica. Lanciato nell’autunno 2017 in esclusiva Microsoft (su Xbox One e anche PC grazie al programma Play Anywhere), il run and gun game di StudioMDHR ha fatto parlare di sé, sbalordito, esaltato la forma d’arte che è il videogioco in ogni angolo del mondo, ricevendo elogi da chiunque ci avesse messo sopra le mani per testarlo di persona o anche solamente da chi, magari sprovvisto di una Xbox One o di un semplice computer per provarlo, avesse potuto solamente ammirarlo da qualche video su YouTube o Twitch, o di sfuggita a casa di un amico. Cuphead è stato un fenomeno mediatico totale, e naturalmente la notizia dell’accordo tra Microsoft e Nintendo per portarlo su Switch non poteva che far felici i possessori dell’ibrida di Kyoto. Possessori che, da oggi 18 aprile, possono finalmente mettere le mani sul titolo.

Alcuni giorni fa abbiamo ricevuto un codice di Cuphead da parte di StudioMDHR, e felicissimo di poter provare finalmente il gioco – non possiedo più Xbox One e intendevo recuperare il titolo su PC, ma ho fatto bene ad aspettare… – ne ho abusato nel corso dell’ultima settimana per testarlo da cima a fondo tra una sessione di Days Gone e l’altra. Così, sapete, tanto per rilassarmi. Vi racconto tutto nella nostra recensione di Cuphead su Switch.

DANNATI

Protagonisti delle incredibili e temibili avventure del gioco con i due fratelli Cuphead, che da il titolo al gioco, e Mugman, che per una sciagurata decisione si ritrovano ad aver venduto la propria anima al Diavolo. Eppure, c’è una via di scampo. Il maligno confida ai due che c’è una lunga lista di anime che non riesce a recuperare, e se lo faranno Cuphead e Mugman questi saranno salvi. Senza pensarci, ovviamente, accettiamo, ma… Diavolo d’un diavolo, forse era meglio finire all’inferno al pensiero di quello che ci attende di lì in poi.

Interamente in due dimensioni, Cuphead è strutturato come un platform run and gun come altri grandi esponenti del suo genere come Metal Slug e come tanti altri, eppure il gioco di StudioMDHR seppe emergere dal mare dell’anonimato per due sue caratteristiche che lo contraddistinguono anche, ovviamente, qui su Switch. La prima di queste caratteristiche è la difficoltà. Ripetere un livello di Cuphead non è tanto una questione di danni inflitti dai nemici, qui parliamo di un titolo che richiama volutamente un tempo lontano, quando gli arcade e i cabinati dominavano le tendenze ludiche dei giovani negli anni ’80. Parliamo quindi di un videogioco che fa del timing e del conoscere a menadito ogni stage, siano essi livelli normali o boss fight. In Cuphead, dall’isola che funge da HUB per accedere ad ogni missione da affrontare, ne esistono infatti due tipologie: semplici (non è vero) livelli nei quali avanzare fino alla fine come se fosse un semplice (non è vero) platform condito di nemici, trappole e pericoli, ma tutto questo senza alcun checkpoint; la seconda tipologia riguarda invece le numerose boss fight, nelle quali Cuphead e Mugman devono sconfiggere i dannati le cui anime devono arrivare nelle mani del Diavolo.

E fin qui andrebbe tutto bene, insomma parliamo di un tipico run and gun. Eppure, è proprio nel tasso di sfida che Cuphead ha uno dei suoi più grandi pregi, quello cioè che richiede al giocatore una conoscenza profonda di ogni singola piattaforma, ogni singolo nemico, ogni movimento del personaggio da compiere nell’esatto secondo, e ogni singolo, stramaledetto, dannatissimo colpo da evitare. Questo vale sia nei livelli tradizionali che nelle boss fight, alcune delle quali vengono affrontate a bordi di piccoli aerei in dotazione ai due protagonisti, e che non risultano mai banali ma anzi grandiosi esempi di design. Comprendere i meccanismi del gioco, in verità, è semplice. I pochi istanti del tutorial iniziale, accessibile dalla casetta di partenza del gioco, bastano e avanzano per capire le peculiarità del personaggio di Cuphead (e anche Mugman, identico in tutto e per tutto tranne l’aspetto): si spara con un tasto, si salta con un altro, si esegue uno sprint con un altro ancora. Fine. Tutto quello che dobbiamo sapere necessariamente per giocare a Cuphead è questo, ma come ben saprete non è affatto sufficiente. Giocare e ripetere continuamente, questo il diktat di Cuphead, senza però che questo si traduca in riprovare allo sfinimento. Comprese le sofisticate meccaniche e i movimenti più adatti a proseguire, un livello può essere completato in una manciata di secondi, e una boss fight in ancor meno tempo se imparerete a padroneggiare la parata degli oggetti di colore viola. Si tratta di una piccola ma ottima meccanica nel gameplay che vi consente di acquisire più attacchi speciali (rappresentati dalle carte in basso su schermo), che richiede però una buona dose di allenamento. Come tutto il gioco, del resto. Non avrete limitazioni di tempo, né di vite, né di crediti. Cuphead è disponibile tutto (o quasi), da subito, sempre.

MA CHE STIAMO AGLI ANNI ’30??

Dal punto di vista puramente ludico, Cuphead è un titolo del quale si fatica a trovare difetti oggettivi. Diverte, intrattiene, è difficile ma al tempo stesso accessibile se vengono compresi tutti i meccanismi, e proprio grazie a questo necessita di parecchie ore per essere completato. Se poi decidete di essere masochisti totali, le statistiche di fine livello vi informano su ciò che serve per ottenere la valutazione più alta, e dunque per i completisti maniaci riparte da capo il livello per raggiungere il massimo del massimo. Come se non bastasse, una volta terminato il gioco viene anche sbloccata una nuova difficoltà, Estrema, sulla quale sorvolo semplicemente perché potrei definirla solamente associando divinità di varie religioni a mammiferi che vengono allevati dall’uomo da millenni, come mi è accaduto mentre giocavo. Per fortuna, non sarete soli a rischiare la scomunica, perché Cuphead su Switch è interamente giocabile in due grazie ai Joy-Con in dotazione alla console. Semplicemente perfetto, e non dimenticate che lo potrete giocare dovunque.

cuphead

Ma la prima cosa che balzò all’occhio nel 2014, quando all’E3 i ragazzi di MDHR mostrarono per la prima volta il loro gioco, non fu il gameplay. No, assolutamente no. Fu ciò che vedemmo. Fu quell’incredibile insieme di forme e colori che ci spiazzò, e oggi come allora ne siamo sbalorditi. Cuphead sa distinguersi dalla massa per il suo incredibile comparto visivo, che lo rende in tutto e per tutto simile ad un cartone animato degli anni ’30 tanto che la mente, e ve ne accorgerete, farà fatica a distinguere se si tratti di un vero videogioco. Pensate che i fratelli Moldenhauer e i ragazzi di MDHR hanno realizzato interamente il gioco a mano, pensando, plasmando e disegnando infiniti disegni su carta che sono stati infine scansionati e riprodotti in forma di videogioco, un videogioco nel quale solo Cuphead e Mugman sono gli elementi di “disturbo” dell’azione slegati dalla realizzazione iniziale. Ecco, per fare un esempio, pensate ad un Red Dead Redemption II realizzato da Rockstar Games come se ogni frame fosse disegnato e informatizzato, per poi essere riprodotto a schermo, e che Arthur Morgan fosse l’unico personaggio a schermo che può essere libero da tutto il resto. Mentre per il western uscito a novembre questo è impossibile e irrealizzabile, con Cuphead è proprio quello che è stato fatto, in pieno rispetto della tradizione dei cartoni animati degli anni ’30. Ne consegue che, così come per i vari Merrie Melodies, Looney Tunes, Braccio di Ferro e Silly Symphonies dell’epoca di riferimento, ogni personaggio è animato come se fosse fatto di gomma, ogni nemico ha la sua caratterizzazione ben precisa, e ogni paesaggio ad acquerello è semplicemente sbalorditivo. Non sappiamo di preciso quante ore StudioMDHR abbia davvero dedicato a tutto questo, perché non riusciamo neppure a immaginarlo. Una cura maniacale per il dettaglio e per l’insieme, ogni singolo stage e ogni singolo nemico ha un preciso aspetto, e non risultano mai banali o poco ispirati. Dal primo all’ultimo istante di questo gioco.

Cuphead è a dir poco incredibile da osservare. La sua direzione artistica è qualcosa di miracoloso, ed è straordinario pensare che stiamo parlando di un indie che può tranquillamente rivaleggiare con esponenti altisonanti come God of War e Assassin’s Creed: Odyssey. Al pari delle grandi produzioni, Cuphead ha saputo trovare una dimensione perfetta per come voleva apparire, un sofisticatissimo studio di arte e immagine sfociato in un comparto visivo da urlo.

PUNTI DI FORZA

  • È Cuphead
  • È su Switch
  • È giocabile in co-op senza altri Joy-Con
  • È straordinario

PUNTI DEBOLI

  • Vi farà rimpiangere di non averlo acquistato o giocato prima

Non ci sono mezzi termini da utilizzare, non ci sono altre parole da spendere su quest’opera di primo livello. Cuphead era un capolavoro su Xbox One e PC, Cuphead resta un immenso capolavoro anche su Switch in questo porting realizzato alla perfezione. Non c’erano dubbi sulla qualità del prodotto, uno dei migliori platform run and gun non solo di questa gen ma probabilmente di sempre. Le remore, semmai, potevano essere fatte sul porting. Ma non ci sono segnalazioni, come avrete capito dalla nostra recensione. Il gioco era ed è rimasto perfetto, se cercate un’esperienza divertente, difficile e allo stesso tempo accattivante, nella quale è difficile staccare gli occhi dalla console sia per giocare che per guardare lo straordinario comparto visivo, Cuphead è la scelta giusta, specie ora che potete averlo con voi in qualsiasi momento. Ora, olio di gomito, cari fratelli Moldenhauer, perché il mondo chiede già a gran voce un sequel.

Ringraziamo StudioMDHR per il codice review di Cuphead per Nintendo Switch.



Entra a contatto con uno strano oggetto chiamato "videogioco" alla tenera età di 5 anni, e da lì in poi la sua mente sarà focalizzata per sempre sul mondo videoludico. Fan sfegatato della serie Kingdom Hearts e della Marvel Comics, che mi divertono fin da bambino. Cacciatore di Trofei DOP.