[Recensione] Cuphead – Scommettiamo l’anima anche su PS4

Di Markconnor
4 Agosto 2020

Sono pochi i videogiochi che rimangono freschi e nitidi per anni nelle menti dei giocatori e che riescono a scrivere la storia: uno tra questi è proprio Cuphead.

Chiunque si sia legato, nel bene o nel male, a questo titolo negli ultimi anni, sa quanto ci si possa affezionare a un gioco, cosa che Cuphead non pretende di essere, esso punta a diventare un’esperienza unica per chi ci si approccia.
Nasce come Indie dalla mente dei fratelli Moldenhauer, proprietari di StudioMDHR, coscienti del fatto di voler presentare al grande pubblico un titolo che potesse essere allo stesso tempo vintage e moderno. Un capolavoro quindi a tutto tondo, riconosciuto dalla critica internazionale come un successo dell’attuale generazione videoludica.

Il gioco vede la luce nel 2017 su Xbox One e PC e per Nintendo Switch nel 2019, grazie ad un accordo tra Microsoft e il colosso giapponese (di cui abbiamo portato una recensione dedicata, la trovate al seguente link).
Personalmente non lo avevo mai realmente toccato con mano, non avendolo potuto rimediare prima per le altre piattaforme (essendo che non le possedevo al tempo) e questo è ciò che ne è uscito. Ecco a voi la nostra Recensione aggiornata di Cuphead per PS4.

LE SCOMMESSE SI PAGANO

Il gioco inizia mettendoci nei panni di due fratelli tazzine, Cuphead e Mugman, che tentano i vizi della grande città entrando in un casinò; i due continuano a vincere finché il classico villain Diavolo (Satanasso Pigliatutto) non interrompe la festa facendogli scommettere l’anima ai dadi, perdendo.

Le teste di tazza, per ripagare il proprio debito, iniziano a lavorare per Satanasso e vengono incaricati di recuperare le anime dei debitori, che sarebbero i boss principali del gioco e su cui si basa il gameplay vero e proprio.
Da qui in poi partirà il sistema di platform Run & Gun (letteralmente, corri e spara) di quasi sole boss fight con buon grado di difficoltà anche a livelli iniziali, ovviamente non impossibili ma in cui è richiesta una certa dose di skill. Questo viene dall’idea di collocare il titolo come fosse un arcade dell’era dei cabinati classici, dove un colpo bastava per farci la pelle (qui fortunatamente saranno 3, di base almeno).

Ad intervallare troveremo delle piccole sequenze a metà strada, tramite un segnale rosso e bianco per terra, tra il genere dei run and gun e quello dei platform, ben implementate e divertenti da giocare, che permetteranno la raccolta di monete capaci di permettere l’acquisto in appositi shop di alcuni oggetti indispensabili per proseguire l’avventura, quali abilità passive come punti vita, o tipologie di attacco differenziate in base alle esigenze; una certa varietà quindi che non guasta, così come i Mausolei, fatti apposta per rilassare il giocatore e permettergli di acquisire colpi speciali, da eseguire accumulando carte nella parte in basso a sinistra dell’HUD di gioco, cosa fattibile sia colpendo i nemici che bloccando i colpi rosa che ci verranno lanciato/sparati contro molto spesso.

Il tasso di difficoltà è su tutt’altro livello rispetto ai giochi moderni cui siamo abituati, Cuphead necessita di una conoscenza elevata e approfondita di ogni livello, a partire da quelli più “””semplici”””, corsa al completamento del percorso con nemici e monete da raccogliere, fino alle battaglie contro i boss che richiederanno di ripetere, ripetere e ancora ripetere, finché non imparerete ogni sequenza d’attacco e non padroneggerete anche il più piccolo movimento. Il gioco non prevede, per buona volontà degli sviluppatori, un limite di vite, avrete infatti a disposizione tutti i tentativi che vorrete (e vi serviranno).

Il titolo in sé, per essere goduto, richiede solo una conoscenza dei tasti per giocare, ossia: X per saltare e parare in aria, quadrato per sparare, O per fare il colpo speciale e triangolo per schivare. Fine.

Il tutto perciò richiederà allenamento, ma col giusto impegno riuscirete a gestire anche i livelli più complessi.

UNO STILE INCOMPARABILE

Ciò che salta all’occhio giocando anche solo pochi minuti a Cuphead, è il senso di divertimento e coinvolgimento che può provocare.

Forse non tutti possono capirlo, ma rivivere un’esperienza da cabinato così vicina alla realtà di “qualche” anno fa, riaccende nei veterani una profonda nostalgia. Ovviamente parliamo sempre di un gioco, sia chiaro, ma paragonabile più a un vero e proprio cartone animato interattivo, su cui si basa il suo concetto, che introduce il giocatore in un mondo colorato e vissuto. Che si stia affrontando un fiore spinoso o un drago a guardia della torre, non si potrà fare a meno di sentire il sapore inconfondibile degli anni ’30.

Impreziosisce e alleggerisce il gioco la presenza di caricamenti  e salvataggi pressoché istantanei, riducendo il senso di stress dopo una sconfitta cocente, ulteriore prova del ricordo del periodo un po’ più vintage dei videogiochi, ossia di quelli ultra leggeri e semplici alla base di programmazione.

Altro punto forte sono le musiche, cosa assolutamente da non sottovalutare, in quanto immergono in un’atmosfera studiata a pennello (e soprattutto che distrae dalle lunghe sessioni di sconfitte) e che, personalmente, ricordano i cartoni di Braccio di Ferro che mio padre mi mostrava da piccino.

Il mood sonoro delle Silly Simphonies viene ripreso in maniera impeccabile, quasi impossibile mostrare la differenza grazie alla cura dei dettagli messa all’opera dai fratelli canadesi. Un’unione tra jazz e swing per nulla fastidiosa, anzi: una gioia per i timpani.

La direzione artistica, ciò che vediamo su schermo e anche i boss che incontriamo sono davvero incredibili ed emozionanti, lo stile gommoso che ogni personaggio ha rendono tutto molto buffo e volutamente surreale, caratteristica che oggi giorno siamo troppo abituati a ricercare nei grandi videogiochi.

Cuphead è solo un Indie ma che rivaleggia a testa alta con i titoli tripla A più venduti ad oggi sul mercato, lo era alla sua uscita e lo rimarrà negli anni a venire.

PUNTI DI FORZA

  • Gioco, come sempre, senza paragoni
  • Garantisce un livello di sfida tale che non vi staccherete dalla TV
  • Suoni tipici dei cartoni anni ’30, molto immersivo

PUNTI DEBOLI

  • Difficoltà elevata per i non avvezzi al genere frenetico

CONCLUSIONI

Si riconferma quindi il capolavoro fatto videogioco, senza mezzi termini possiamo continuare a considerare Cuphead un pilastro del mondo videoludico indipendente e non solo. Il gioco resta, nonstante il porting, un’esperienza unica e realizzata in pieno stile cartoon anni ’30, il miglior platform per tutte le età degli ultimi anni, senza difetti che ne pregiudichino il gameplay o la storia; anche la difficoltà elevata risulta essere un valore aggiunto se si riesce a carpirne il senso che ci sta dietro: il potersi adattare ai tempi moderni, pur rimanendo nella sua semplicità, ma sempre affascinante, retrò.

Ringraziamo StudioMDHR per il codice review di Cuphead per PS4.

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Videogiocatore dall'infanzia, dalla fine degli anni '90, fino ad arrivare ai titoli più recenti. Dal PC alla console, una vita basata su questo mondo, appassionato di trame fitte e giochi in team.




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