Cuore, corpo e anima di Kingdom Hearts 3 | Speciale terzo anniversario

Di Andrea "Geo" Peroni
30 Gennaio 2022

Kingdom Hearts III compie 3 anni, e lo vogliamo ricordare in questo speciale anniversario.

L’epopea di Sora, dopo anni e anni di attesa, giunse finalmente al termine (in realtà no dato che la serie non è finita e anzi ad aprile potrebbero arrivare importanti news di cui abbiamo recentemente parlato anche in live con Neos no Heart e IoSonoOtakuman, ma limitiamoci alla Saga Xehanort per ora) il 29 gennaio 2019 con un gioco entrato nella storia del franchise. Il più venduto, quello più spinto dalla macchina promozionale della Disney, quello con più carne al fuoco, quello, forse, anche più criticato tra tutti vista la grande base di pubblico che vi si approcciò.

VIDEO: Kingdom Hearts χ – Il film

Il peggiore di tutti? Ma quando mai: Kingdom Hearts III, proprio come ogni gioco che lo ha preceduto e che, speriamo, lo seguirà, possiede un’Anima, un Corpo e un Cuore, da sempre gli elementi cardine fondamentali che sorreggono l’universo costruito dalla geniale e contorta mente di Tetsuya Nomura.

3 anni dopo la nostra recensione, tanti replay dopo e a mente enormemente più fredda, mente che nel frattempo ha partotiro un importantissimo video che tutti voi amanti della serie dovreste vedere per pensare al futuro di Kingdom Hearts, rivediamo insieme cosa andò e cosa invece non andò di questo titolo.

Anima

Sarebbe folle pensare a un Kingdom Hearts privo della sua componente disneyana – del resto, l’IP appartiene a Topolino -, ma è indubbio che l’anima del racconto di Kingdom Hearts III sia stata almeno in parte rovinata, passateci il termine, proprio dalla sua eccessiva matrice di stampo promozionale. La saga di Square Enix viene da sempre sfruttata da Disney anche come una sorta di vetrina per le proprietà intellettuali della compagnia, che sfrutta ad esempio i franchise più in voga lasciando comunque libertà creativa a Nomura – l’esempio più lampante in tal senso è ad esempio Kingdom Hearts II, che proponeva mondi trementamente attuali (nel 2005) come Port Royale (Pirati dei Caraibi), ad ambientazioni classiche e amate quali Halloween Town da Nightmare before Christmas, Agrabah da Aladdin e anche il mondo digitale di Space Paranoids da TRON.

Sebbene Kingdom Hearts sia da sempre la storia di Sora, o comunque di personaggi originali, l’universo Disney ne ha sempre (e ne farà sempre) parte integrandosi in maniera perfetta. Le premesse del primissimo gioco della serie non potevano essere migliori: questo universo è formato da innumerevoli mondi che Sora & co. possono visitare, ma nessuno (o quasi) di coloro che vi abita è a conoscenza dell’esistenza di altri mondi. Un modo semplice per giustificare le scelte narrative e la progressione degli eventi. Tralasciando titoli che si basano su rappresentazioni fittizie dei mondi Disney, come Chain of Memories, Coded e Union Cross che non facevano altro che riprodurre le ambientazioni in contesti già visti o leggermente modificati, gli altri giochi del franchise hanno utilizzato i brand del Topo come parte integrante della storia di Sora. In Kingdom Hearts, ad esempio, visitare altri mondi rappresenta il cammino di crescita di Sora nella ricerca di Riku e Kairi, così come la corsa contro il tempo per fermare gli Heartless e Malefica. In Kingdom Hearts II, i mondi Disney sono meta dei membri dell’Organizzazione XIII, e questo non può far altro che portare Sora e il suo gruppo in questi luoghi per aiutare gli abitanti e soprattutto impedire agli uomini di Xemnas di compiere la loro missione.

In Kingdom Hearts III, invece, qualcosa si rompe. È vero, i mondi Disney sono splendidi da vedere (ne parleremo tra poco), e rivivere le loro storie da un altro punto di vista è sempre emozionante, ma c’è qualcosa di profondamente sbagliato nell’equilibrio, molto delicato, che ha sempre unito la macrostoria di Sora con le microavventure all’interno delle varie ambientazioni. Anche in questo terzo capitolo numerato, il prescelto del Keyblade si propone come una sorta di ulteriore protagonista delle vicende ad esempio del Regno di Corona o delle avventure di Jack Sparrow, intersecando il suo cammino con quello della Nuova Organizzazione XIII sulle tracce, a quanto sembra, di nuove Principesse del Cuore per portare a termine il piano di Xehanort. Un modus operandi non nuovo alla serie, ma il tutto sembra troppo scollato, troppo forzato in molti momenti. L’anima di Kingdom Hearts III, che deve fondere due universi, quello Disney e quello originale della saga, si sgretola senza troppa difficoltà per una gestione poco chiara del tutto.

Come detto, Kingdom Hearts ha sempre proposto un felice connubio tra mondi Disney e componenti originali (più Final Fantasy, che però è stato assurdamente estromesso dal gioco se non consideriamo il DLC ReMind), mandando avanti di pari passo macro e microtrame. Nel terzo capitolo, questo non accade. Non sappiamo spiegare di preciso cosa potrebbe non aver funzionato nel processo creativo, una delle cause di tutto ciò potrebbe essere ad esempio che i mondi Disney sono stati notevolmente ampliati e potenziati rispetto ai precedenti capitoli, ma è lampante che la narrazione non sia stata gestita a dovere – mondi Disney e non, sia chiaro. Le vicende di Toy Box, Arendelle, Mostropoli e tutti gli altri mondi sembrano completamente a parte nonostante l’onnipresenza dell’Organizzazione, relegati a una sorta di lunghissimo preambolo a una sezione finale, quella del Cimitero dei Keyblade e dei successivi Mondo Finale e Scala ad Caelum, che rappresenta la “vera” trama di KH3.

Questa, in effetti, è la cosa che ha meno funzionato all’interno di uno dei giochi che si è fatto più attendere e per il quale i fan storici, lo zoccolo duro della community, non sono riusciti a perdonare questo importante difetto. Non ci riferiamo tanto alla capacità di Tetsuya Nomura di saper stupire e lasciare indizi, ma quanto invece alla sua non proprio felice scelta di raccontare gli eventi in questo modo, troppo spezzati e quasi sconnessi tra loro, e con evidenti sbilanciamenti tra come i personaggi affrontano determinate situazioni. Pensiamo banalmente a Sora, l’amato protagonista, che passa da situazioni comiche e quasi imbarazzanti per i mondi Disney, all’essere un eroe determinato e vorticosamente tormentato nelle ultime 3/4 ore di narrazione, con una storia che, all’improvviso, diventa più matura e oscura, pregna però di passaggi poco chiari. Ancora una volta, Square Enix era caduta nell’errore di Final Fantasy XV, decidendo di escludere dalla narrazione principale alcuni importanti passaggi emersi poi solo con il DLC a pagamento. Aaah, cara Square, quante cose devi farti perdonare…

Corpo

Fortuna vuole che il cosiddetto specchio per le allolole sia particolarmente funzionale per far dimenticare, almeno in parte, i difetti narrativi di Kingdom Hearts III, anche perché parliamo di uno specchio splendido. L’intero comparto grafico, tecnico e artistico del gioco è fenomenale, ma c’è voluto tanto, tanto tempo per arrivare a questo punto. Pensate ad esempio che Kingdom Hearts III è stato inizialmente annunciato come un progetto basato su Luminous Engine, il motore proprietario di Square Enix utilizzato per Final Fantasy XV e il prossimo Forspoken in arrivo in primavera. Dopo anni di lavoro, Nomura si rese conto che il Luminous, ancora oggi una spina nel fianco di molti sviluppatori dell’azienda nipponica, non poteva funzionare applicato a Kingdom Hearts. Pertanto, a un certo punto dello sviluppo si riparte da capo: il team distrugge quanto fatto in precedenza, e lo ricostruisce attraverso il più semplice ma comunque piacevole Unreal Engine 4, con ottimi risultati.

Tutto è più spettacolare e vibrante. Lo si vede chiaramente in alcuni particolari mondi, come il Monte Olimpo e la città di Tebe da Hercules ora interamente visitabili, o il Regno di Corona di Rapunzel che, oltre alle sue foreste e paludi, comprende anche la vasta e splendida città. Luoghi ricchi di persone, che appaiono finalmente molto più vivi rispetto al passato, non senza però snaturare l’essenza della serie. La fedeltà alle opere originali, inoltre, è come sempre straordinaria, e spinge il giocatore a immergersi in quei fantastici mondi che ha visitato solo nei suoi sogni, dopo la visione dei vari film Disney. Le prime ore di Kingdom Hearts III sono in effetti un bellissimo tuffo nel passato, con la storia di Hercules che viene (finalmente) conclusa seguendo gli eventi del film.

Da lì in poi, il mondo di gioco si evolve, proprio come ci aspettavamo. Le aree diventano più grandi – non ci riferiamo solo all’ovvia grandezza di Toy Box, dove Sora, Paperino e Pippo diventano veri e propri giocattoli insieme a Woody e Buzz -, alternando vaste porzioni su più livelli come il citato mondo di Toy Story, a mondi realmente aperti con tanti segreti e cose da scoprire, a partire dall’intera sezione della Gummiship. Se la metropoli di San Fransokyo da Big Hero 6 è forse un po’ troppo spoglia, il vero trionfo della svolta open world arriva dai Caraibi (appunto, Pirati dei Caraibi), una mappa gigantesca fatta di isole, luoghi segreti da esplorare e fondali marini da scandagliare a caccia di tesori, oggetti e portafortuna nascosti a bordo della Perla Nera. Non è un caso che per molti, noi compresi, il mondo dei Caraibi di Jack Sparrow sia quello che è rimasto più impresso tra le rappresentazioni targate Disney, proprio perché è riuscito a far emergere un notevole passo avanti nella struttura di Kingdom Hearts III che speriamo non resti un caso isolato. Cosa che ad esempio non è stata in grado di fare Arendelle, da Frozen. Per quanto ammetta che sia difficile trovare altre ambientazioni oltre alle montagne innevate, in relazione al pluripremiato film animato, l’Arendelle di Kingdom Hearts III è un concentrato di linearità e inutile ripetitività, sia strutturale che di progressione. Il mondo certamente meno riuscito del gioco.

Nel racconto di quello che è il corpo di KH3, non si può non parlare del combat system, variegato e ricco di sfaccettature. Penso sia inutile ribadire questo discorso, ma notando alcuni commenti ancora oggi, è chiaro che occorre fare alcune precisazioni.

È vero, Kingdom Hearts III è un gioco facile. Ma è anche vero che non è propriamente così. A livelli di difficoltà bassi, il gioco è estremamente accessibile al più vasto pubblico possibile, probabilmente anche più dell’ancora amatissimo Kingdom Hearts II, ed è inutile girarci intorno: è anche una mossa promozionale che non ci sentiamo di condannare, del resto per la sua natura la serie deve cercare di adattarsi a quante più persone, specialmente i più giovani. Tra le nuove trasformazioni del Keyblade, le infinite abilità di Sora e le Attrazioni, combattere su KH3 è un continuo turbinio di luci, colori ed effetti, e arrivare alla fine del gioco non è certo un’impresa.

Arrivare alla fine del gioco a difficoltà massima, invece, non è affatto una passeggiata. Nascosto dal suo aspetto dolce e gioviale, anche KH3, proprio come vari dei suoi predecessori, nasconde un’anima action che va studiata e compresa a fondo da parte di coloro che vogliono completare il gioco al massimo della difficoltà, facendo capire che le varie componenti non sono state inserite solo per far brillare gli occhi ma anche per adattare lo stile del giocatore a contesti molto diversi – così come le boss fight. Quelle del gioco base, lo ammettiamo, non sono spettacolari quanto speravamo. Lo stesso scontro finale con Xehanort a Scala ad Caelum (a proposito, ma quanto è bella Scala ad Caelum da vedere?) non rivaleggia neanche minimamente con l’Ansem di KH1, o Xemnas di KH2. Per avere scontri realmente tosti e appaganti, abbiamo dovuto attendere l’arrivo del DLC ReMind l’anno successivo, che ha proposto alcune delle boss fight più riuscite dell’intera saga in fatto di skill e abilità personale.

Cuore

Eppure, tra pregi e difetti, il cuore di Kingdom Hearts è ben riconoscibile anche nell’amato/odiato Kingdom Hearts III. Al netto di vari problemi, alcuni più grandi e altri più trascurabili come sempre accade, anche il terzo capitolo merita un posto nel cuore degli appassionati, i cui ricordi vanno gelosamente custoditi. Meno di KH2, questo è sicuro, ma anche con KH3 abbiamo assistito a momenti davvero splendidi e in perfetta linea con quello che è sempre stato lo spirito di una serie magica e senza tempo. Le emozioni di Sora, Kairi, Riku e tutti gli altri personaggi sono quelle che trascinano in avanti una narrazione sì problematica, dovendo chiudere mille storie (tante poi non chiuse) nel giro di poche ore, ma con momenti entrati nella storia.

La caduta di Sora nel suo “purgatorio”, ad esempio, nel riscrivere la storia della sua linea mondiale. La magia nel visitare per la prima volta un mondo come quello di Scala ad Caelum, un pazzesco trionfo artistico destinato a diventare, speriamo, una delle location più iconiche della storia della serie. L’aiuto dai Dandelion del passato durante la battaglia al Cimitero dei Keyblade, con una sequenza a dir poco splendida nella quale Sora convoglia l’energia di tutti i possessori del Keyblade del passato quasi a comunicarci che la forza di Kingdom Hearts è sempre stata, appunto, l’unione. Il poetico finale tra Xehanort ed Eraqus, poi, forse banalizzato un po’ troppo dallo stesso gioco ma che ha saputo strappare la lacrimuccia.

Tutti momenti che nessuno di noi, amanti di questa serie, potrà mai dimenticare, proprio come l’epilogo a dir poco incredibile che racchiude uno dei colpi di scena meglio messi in scena della storia dei videogiochi – no, non stiamo farneticando, la rivelazione di Luxu è mostrata in maniera sublime. È anche vero però che emozioni come quella di Luxu o quelle descritte poco sopra, possono essere provate solo da chi vive di Kingdom Hearts da tanti anni, avendone assaporato ogni singolo momento. Forse è stato proprio questo il limite di Kingdom Hearts III, specialmente nella fase finale: voler emozionare, facendo dimenticare al giocatore tutto quello che ha vissuto fino a quel momento nei mondi Disney relegati quasi a filler della storia principale. Però diamine se ci è riuscito…

Offerta
Kingdom Hearts III - PlayStation 4
  • Piattaforma: PlayStation 4
  • Include nuovi mondi: Toy Story, Rapunzel, Big Hero 6, Monsters & Co e Frozen.



Abbiamo parlato di:

Entra a contatto con uno strano oggetto chiamato "videogioco" alla tenera età di 5 anni, e da lì in poi la sua mente sarà focalizzata per sempre sul mondo videoludico. Fan sfegatato della serie Kingdom Hearts e della Marvel Comics, che mi divertono fin da bambino. Cacciatore di Trofei DOP.




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