[Recensione] Solo: Islands of The Heart – L’amore al tempo dei videogiochi

Di Mark
7 Agosto 2019

Solo: Islands of The Heart di Merge Games è più di una semplice formula intrattenitiva, è un viaggio. Si parla di amore, non di una storia amorosa, romanzata, ma dell’amore come sentimento concepito individualmente da ognuno di noi. Per cogliere il massimo da questa esperienza, infatti, è il gioco stesso a raccomandarci di dare le risposte sulla base del nostro vissuto, dal nostro personalissimo punto di vista.

Versione provata: PlayStation 4

IL VIAGGIO

Lasciando stare i sentimentalismi, dal punto di vista pratico, il gioco segue uno schema molto semplice: ogni livello si compone di un arcipelago sulle cui isole dovremo risolvere dei puzzle sia per avanzare che per aiutare i piccoli animaletti che ci circondano. Una volta risolto, il puzzle ci darà la possibilità di svegliare un totem il quale, a sua volta, ci porrà un quesito. Talvolta, potremmo trovarci in difficoltà dal momento che le risposte a disposizione sono molto secche e verranno anche contestate dallo spiritino che ci accompagna da un’isola all’altra.

UNA STRADA TORTUOSA

Il percorso, però, non è proprio rose e fiori. Nonostante i puzzle si evolvano di isola in isola aggiungendo nuovi e particolari elementi, l’atmosfera generale può risentire di una certa monotonia stimolata solamente dalla curiosità di sapere quale sarà la domanda successiva alla quale dovremo rispondere. Un altro grave punto a sfavore è la telecamera. Lo spostamento della visuale diventa, in alcune parti del gioco, davvero frustrante per la sua scomodità.

 

PUNTI DI FORZA

  • Interazione quasi totale con l’ambiente di gioco
  • Stimola le emozioni
  • Atmosfera calma e serena

PUNTI DI DEBOLEZZA

  • Telecamera
  • Il gioco rischia di essere ripetitivo e di annoiare
  • Risposte troppo vincolanti

Videogioco da evitare

In conclusione, ritengo che l’idea alla base di Solo sia davvero lodevole, il gioco vuole fare leva in modo molto diretto sulle emozioni di chi lo sta giocando, tirando in ballo esperienze personali e private senza schermarle con una trama esterna al giocatore. D’altra parte, però, se l’intento è buono, il risultato lo è un po’ meno perché si rivolge ad una nicchia di persone davvero stretta.



Io mi chiamo Marco, ho 20 anni e vivo a Pordenone, nella mia città natale. Attualmente sono uno studente della facoltà di Scienze politiche, relazioni internazionali e diritti umani ma quando non studio continuo a coltivare la mia passione per il mondo dei videogiochi, passione che ho sin da piccolo