L’Attacco dei Giganti, disponibile il capitolo 139: scopriamo il finale dell’opera di Hajime Isayama

Di Chiara Ferrè
11 Aprile 2021

Il 9 aprile 2021 è stato pubblicato ufficialmente in Giappone l’ultimo capitolo de L’Attacco dei Giganti (Shingeki no Kyojin), l’opera che da oltre un decennio viene ideata e realizzata dall’autore Hajime Isayama, entrato ormai nell’olimpo dei mangaka più di successo della storia del medium. L’Attacco dei Giganti ha trovato una degna conclusione nel capitolo 139, che ci mostra finalmente le battute finali della terribile guerra che si è svolta intorno all’Isola di Paradis e ai suoi abitanti.

Ci vorranno ancora alcuni mesi finché il volume conclusivo (il 34) venga pubblicato nella sua interezza anche in Italia. Sappiamo invece con certezza che l’anime si concluderà tra la fine dell’anno corrente e l’inizio del 2022, con Attack on Titan Final Season part 2. L’intero manga verrà quindi adattato e sarà composto da quattro stagioni, delle quali la terza e la quarta sono composte da due parti distinte.

Abbiamo già riflettuto riguardo l’intero significato dell’opera, che sicuramente ha influenzato e continuerà ad influenzare in maniera radicale il mondo della narrativa nipponica, avendo innalzato con coraggio il genere “shonen” ad un nuovo livello di complessità e profondità dei personaggi e delle tematiche trattate. Non ci resta ora che scoprire insieme il capitolo conclusivo, che rappresenta un finale sicuramente non privo di difetti.

Non proseguite oltre se volete evitare spoiler, se invece avete già letto i capitoli finali de L’Attacco dei Giganti (e magari vi è rimasto qualche dubbio su alcune dinamiche), continuate la lettura: scopriamo insieme luci ed ombre del capitolo 139, intitolato “Verso l’albero su quella collina”.

Amori malati

Shingeki no Kyojin non è sicuramente una storia d’amore. L’amore però risulta essere un perno fondamentale per il capitolo conclusivo che, come spesso succede in Attack on Titan, è ricchissimo di rimandi e parallelismi con ciò che già abbiamo visto nei 138 capitoli passati. Cerchiamo di fare ordine.

Il capitolo si apre con il confronto finale tra Eren e l’amico d’infanzia Armin, la persona di cui probabilmente Eren si fida di più al mondo. Con Armin ha condiviso l’infanzia, sogni e desideri di libertà. I due personaggi appaiono spesso come opposti, ma nonostante ciò si ritrovano in questa conclusione a condividere ancora una volta un affetto infinito l’uno per l’altro: Eren rappresenta l’incomunicabilità che Hajime Isayama ha sempre espresso con forza nella sua opera, Armin è invece la voce della ragione, l’incarnazione della pace, del dialogo, della non belligeranza. Scopriamo che in passato (precisamente nel momento in cui Armin viaggia in nave insieme ad Annie e agli altri compagni, all’inseguimento del “Rumbling”) Eren ha deciso di comunicare con Armin attraverso i Percorsi, per poi cancellargli i ricordi di quell’incontro (cosa che ha fatto anche con gli altri suoi amici). In quell’occasione, Eren spiega ad Armin le motivazioni delle sue azioni, nonostante il ragazzo si trovi ormai in uno stato di profonda prostrazione e confusione, causata dall’escalation di eventi e dagli immensi poteri che si è trovato a dover gestire, così come dal suo viaggiare nei Percorsi, uno spazio senza tempo.

L’obiettivo di Eren era diventare il capro espiatorio, il nemico comune che l’intera umanità avrebbe potuto individuare come il male da estirpare, così da dimenticare gli antichi conflitti e unirsi in un’unica alleanza con un unico scopo: eliminarlo. Eren voleva donare la libertà ai suoi storici amici, rendendoli finalmente liberi dai pregiudizi e dall’odio che da tempo imprigiona gli Eldiani, in particolare “i Demoni di Paradis”. Era fondamentale che i suoi compagni lo uccidessero, salvando così l’umanità: in questo modo Eren li ha resi degli eroi, nella speranza di terminare il conflitto e di guadagnare per loro quel rispetto e quella pace che non avevano mai avuto. Per riuscire nel suo intento, il ragazzo doveva necessariamente farsi odiare, per convincerli definitivamente ad ucciderlo. Per questo ha deciso di distaccarsi nettamente da tutti loro, insultandoli e ferendoli sia fisicamente che nello spirito (la famosa scena nel ristorante tra Eren, Armin e Mikasa, nel capitolo 112).

Eren porta Armin attraverso i Percorsi e insieme visitano tutti quei posti che avevano sempre sognato di potere vedere da bambini, tra distese di lava e aurore boreali. In questa prima sezione del capitolo Isayama decide di inserire anche un inaspettato colpo di scena, che non era fondamentale ma che comunque abbiamo apprezzato: Eren ha influenzato profondamente il corso della sua stessa storia, deviando la strada del gigante di Dina per salvare Bertholdt, che non era destinato a morire così presto. In questo modo è stato assicurato lo scorrere degli eventi che conosciamo, Eren ha ereditato i poteri del Gigante Fondatore ed Armin quelli del Colossale, a tempo debito. La madre di Eren, Carla, è finita per essere uccisa dalla stessa Dina (che aveva comunque già espresso la volontà di ritrovare in un modo o nell’altro il marito Grisha) e il giovane Eren ha dato inizio al suo percorso di vendetta verso i Giganti.

La svolta nel personaggio di Eren avviene quando il ragazzo confessa effettivamente i suoi sentimenti per Mikasa, che erano sempre rimasti sottesi, non detti e anzi, calpestati nell’arco conclusivo della storia. Il ragazzo di fatto prova per Mikasa un’intensa gelosia, tanto da dichiarare di non voler morire per poter stare ancora con lei, e di rifiutare che la ragazza riesca a guardare oltre e a trovare un nuovo amore dopo di lui. Nonostante ciò, il piano è ormai in atto e non c’è più modo di fermarsi. Eren si mostra comunque fragile nel suo ultimo capriccio verso Mikasa, alla quale non ha mai dichiarato apertamente alcun tipo di amore o di attaccamento morboso, cosa che invece è sempre stata ben evidente da parte della ragazza. Questa svolta nel personaggio di Eren può aver fatto storcere il naso a non pochi lettori, ma va considerata per quello che è: l’ultimo grido di dolore di un ragazzo che non vuole morire. Eren è rimasto il bambino testardo, capriccioso, arrabbiato e sognatore che è sempre stato: in questo il personaggio non perde di coerenza, nonostante dichiari un sentimento con parole delle quali anche lo stesso Armin, incarnando un po’ i lettori, si stupisce.

Il sentimento tra Eren e Mikasa non è sicuramente un amore sano, ma si basa sul non detto, sulla reciproca dipendenza, su traumi e dolori del passato. Mikasa è da sempre la prescelta a mettere fine alla vita di Eren, nonostante la ragazza abbia concentrato l’intero senso della sua esistenza sul proteggerlo: questa tragedia, che culmina con la decapitazione di Eren da parte di Mikasa stessa, ha sicuramente diversi punti in comune con l’altro amore che viene mostrato nel capitolo finale, quello tra la progenitrice Ymir e il malvagio Re Fritz: il sentimento della ragazza che fu martoriata e violentata dal Re è difficile da comprendere, come lo stesso Eren dichiara ad Armin, ma di fatto è proprio da questo sentimento che è scaturita l’eterna schiavitù della ragazzina (che, tra l’altro, non può parlare perché tra le tante violenze subite le fu tagliata la lingua). Ymir sceglie Eren e Mikasa per liberarsi finalmente delle sue catene: lei non è mai riuscita a ribellarsi al legame malato con Fritz, ma Mikasa riesce nello scontro finale a fare ciò che deve e uccide Eren, mettendo la parola fine sull’intero potere dei Titani, che svanisce dal mondo (insieme alla maledizione dei 13 anni).

L’amore per Mikasa e l’affetto per i suoi amici è ciò che ha mosso l’intero procedere degli eventi strettamente legati ad Eren, ma l’amore è al contempo il fardello che ha portato Ymir alla schiavitù perpetua.

Per concludere la parabola, una chiarificazione su Historia: tra “la peggior ragazza che sia mai esistita” ed Eren Jeager è nato un sentimento di rispetto e comprensione, ma niente ha mai fatto presagire che tra i due ci fosse un sentimento amoroso o la volontà di fare un figlio insieme. Il figlio di Historia è nato dal suo rapporto con un fattore, che vediamo convivere con lei anche a distanza di tre anni dalla nascita della sua bambina. Nessun piano misterioso di Eren per far proseguire il proprio retaggio in un ipotetico figlio dunque, ma solo la volontà di Historia di non venire divorata e di salvarsi proprio grazie alla gravidanza.

Il mondo in guerra

L’incontro tra Eren e Armin culmina sulla spiaggia dell’Isola di Paradis da cui è iniziata l’involuzione finale del personaggio di Eren, luogo nel quale simbolicamente i due ragazzi si dicono addio, riscoprendo il reciproco affetto, la reciproca riconoscenza e quei sogni di libertà che sembravano dimenticati.

Con la morte di Eren e Zeke i Giganti delle Mura fermano definitivamente la loro avanzata e il genocidio cessa: Isayama decide però di non mostrarci la loro sorte (svaniscono? Si consumano nel vapore?), così come anche la definitiva scomparsa dell’Hallucigenia non viene mostrata esplicitamente. Queste mancanze, insieme ad altre che andremo ad elencare nel corso dell’articolo, vanno a inficiare la qualità finale dell’intero 139.

Appena tornati nel presente, Armin e gli altri compagni ricordano l’incontro con Eren nei Percorsi, che il ragazzo aveva fatto loro dimenticare grazie al potere del Gigante Fondatore. L’illusione che Mikasa vive nel capitolo 138 non è altro che il suo personale incontro con Eren, che però vive negli istanti che precedono la sua decapitazione in quanto gli Ackerman non possono essere influenzati dal potere del Fondatore, e dunque Eren non sarebbe stato in grado di cancellarle la memoria. Scopriamo al termine del conflitto che Eren ha parlato anche con Jean, Connie, Pieck, Annie e Reiner, ma cosa si sono detti? Non ci è dato saperlo.

Hajime Isayama ha infatti deciso di concentrare il punto di vista finale di Eren unicamente sul rapporto con Armin e sull’incontro con lui, tralasciando invece le parole che il ragazzo ha deciso di scambiarsi con gli altri personaggi: questa mancanza è, di fatto, tra i problemi più importanti del capitolo finale, che non ci permette di concludere efficacemente i rapporti tra Eren e gli altri e di comprendere a pieno alcune affermazioni che essi fanno non appena recuperano il ricordo. Sarebbe stato sicuramente interessante assistere al dialogo finale tra Eren e Reiner, il suo parallelo Marleyano, o tra Eren e Pieck, dato che tra i due non c’è mai stato nessun tipo di dialogo pacifico. Non possiamo non far notare inoltre la totale mancanza di conclusione nel rapporto tra Eren e suo fratello Zeke: davvero Eren l’ha usato unicamente come strumento per raggiungere i suoi scopi, senza mai sviluppare alcun tipo di sentimento verso il maggiore? Di sicuro un ultimo approfondimento sui due non avrebbe guastato.

Il Capitano Levi, dal canto suo, sembra aver trovato la pace e la giustizia che si è meritato: anche se attraverso un gesto meccanico, derivante solo dal desiderio di Zeke di porre fine alla sua stessa vita, Levi arriva a compiere l’ultimo ordine di Erwin, uccidendo il rivale. È lui a scagliare la lancia fulmine su Eren per aprire il passaggio a Mikasa, mentre Armin si dedica a tenere ferma la forma colossale del nemico-amico. Dopo l’ultmo eroico suo gesto, Levi ricade al suolo ormai totalmente privo di forze. Nel fumo che avvolge tutto intravede i suoi compagni di sventura, con Erwin, Hanji e Petra in testa. Con un ultimo saluto e una singola lacrima, il Capitano Levi si libera dei suoi fardelli e compie finalmente il volere dei suoi compagni, dando senso e valore al loro sacrificio. Le Ali della Libertà giacciono al suo fianco, suggellando la fine della battaglia.

Nonostante questi pannelli dedicati a Levi e all’essenza originaria del Corpo di Ricerca ci siano immensamente piaciuti, ci ha fatto davvero male non vedere tra i compagni caduti anche Marco, un personaggio che fino alla fine è rimasto fondamentale per gli altri protagonisti. Jean e Connie vedono infatti l’amata Sasha, ma non il ragazzo che è stato la prima vera vittima della guerra raziale tra uomini. Senza contare inoltre, che Marco fino alla fine è rimasto nei ricordi di chi l’ha conosciuto e condannato al suo triste destino: proprio lui che da sempre aveva disperatamente lamentato l’importanza del dialogo e della pace, che necessariamente doveva vincere sopra la violenza. Peccato anche per il mancato confronto finale tra il Capitano Levi ed Eren: non dimentichiamo che l’Ackerman teneva molto al sottoposto, e aveva espresso pochi capitoli prima il desiderio di poter parlare un’ultima volta con lui.

La guerra non è ancora finita. Tre anni dopo la “Battaglia del Paradiso e della Terra”, ritroviamo i sopravvissuti (gran parte del cast principale in realtà) intenti a tornare verso l’Isola di Paradis come eroi e ambasciatori di pace. Il mondo è infatti ancora solcato da venti di guerra: gli Jeageristi sono sopravvissuti e rappresentano molto probabilmente la più grande forza militare, dopo che gran parte della popolazione esterna a Paradis è stata sterminata da Eren. Gli Eldiani sono ancora profondamente segnati dall’odio e dall’oppressione del resto del mondo e temono nuove persecuzioni. Serve una fazione neutrale che, avendo vissuto in prima persona la follia del pregiudizio e della conseguente guerra, mantenga il fragile equilibrio del mondo. Per questo Jean, Connie, Armin, Annie, Reiner e Pieck altri si ritrovano insieme come delegazione di pace, mentre Levi (probabilmente a Liberio), viene assistito da Falco e Gabi e si prepara anche lui a dare la propria testimonianza al mondo. Gli acerrimi nemici si riuniscono anche sul finale per diventare rappresentanti di pace e appianare i conflitti, così come loro stessi avevano fatto (non senza dolori e rimpianti) sedendosi davanti a un falò nel capitolo 127.

Il ragazzo che cercava la libertà

Il capitolo finale de L’Attaco dei Giganti rappresenta una buona conclusione per l’incredibile racconto ideato da Hajime Isayama. “Verso l’albero su quella collina” è di fatto un ottimo “scheletro” narrativo che va a toccare diversi punti in sospeso, ma che non riesce alla fine ad approfondire efficacemente nulla. L’autore ci ha da sempre abituati ad ampie sezioni dialogate, ad approfondimenti, flashback. La parte conclusiva di Shingeki no Kyojin appare invece decisamente affrettata, una corsa contro il tempo che esprime sia la disperata rincorsa dei protagonisti per fermare il genocidio, sia la necessità dell’autore di porre fine alla sua storia. Ci sono diversi aspetti che avrebbero sicuramente meritato maggior tempo e maggiori approfondimenti. Alcuni li abbiamo già elencati nel corso dell’articolo, ma ce ne sarebbero molti altri (la natura stessa degli Ackerman, ad esempio).

Gli ultimi pannelli sono dedicati a Mikasa, che si ritrova sotto lo stesso albero che ci viene mostrato all’inizio de L’Attacco dei Giganti. È lì che la ragazza ha deciso di far riposare Eren, in un luogo che è ora privo di mura e mostra un paesaggio aperto, sconfinato. La ragazza indossa ancora la sua sciarpa e non si è affatto data pace per la morte dell’amato, che passa la vita a vegliare. Il dolore è mitigato dall’apparizione di uno jaeger, un uccello marino cacciatore che avvolge nuovamente l’iconica sciarpa rossa al collo della ragazza. Questo ultimo atto finale simbolico può essere interpretato in due modi opposti: può rappresentare l’anima di Eren che è finalmente libero e che comunque non abbandona Mikasa, oppure l’ennesima volontà del ragazzo di non lasciarla andare e di mantenere sempre vivo il ricordo di sé in lei (l’uccello non le toglie la sciarpa, ma invece gliela avvolge nuovamente).

Il finale di Shingeki no Kyojin risulta così poetico, forse fin troppo sul piano simbolico e spirituale di come ce lo saremmo aspettati, forse un po’ anticlimatico ma sicuramente degno dell’epica storia che i fan di tutto il mondo hanno scoperto ed amato nell’ultimo decennio. Di sicuro sarebbero stati apprezzati 5/6 capitoli in più, per evitare confusioni e mancanze che invece sono derivate da questa conclusione.

Un’ultima riflessione emerge infine sul personaggio di Eren Jeager: sappiamo che Shingeki no Kyojin è una storia corale, ma risulta difficile non individuare in lui il ruolo del protagonista. Ora che siamo giunti alla conclusione, può essere davvero definito “il cattivo”? La risposta è, come al solito, lasciata alla sensibilità dei lettori, anche se l’autore sembra indirizzarli con decisione verso una determinata direzione, più o meno condivisibile. Il fatto di aver sterminato l’80% della popolazione mondiale è sicuramente un fattore da non dimenticare: per quanto possiamo amare Eren, è comunque un genocida che ha deciso di proseguire per la propria strada in un piano folle e distruttivo (oltre che autodistruttivo) per raggiungere il proprio obiettivo. Il fine giustifica i mezzi?

Per Isayama parrebbe di sì, dato che tutti i personaggi sembrano piangerlo e perdonarlo della follia commessa (persino Pieck, che non ha mai avuto alcun rapporto di amicizia o di affetto verso Eren). Ai posteri l’ardua sentenza.

Di certo il finale di un’opera non determina il suo intero valore, pur costituendone una parte molto importante. Il viaggio è stato incredibile e Hajime Isayama si è assicurato di diritto un trono dorato nell’olimpo degli autori giapponesi più importanti di sempre.

Siamo convinti che l’universo de L’Attacco dei Giganti si amplierà in futuro con nuovi approfondimenti e spin-off, ma per ora rilassiamoci, rileggiamo, riflettiamo e ammiriamo finalmente nella sua interezza la profondità dell’intera storia.

 



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Ciao, sono Chiara. Cresciuta a pane, Harry Potter e Final Fantasy, ho da sempre una grande passione per la narrazione in tutte le sue forme: vivo di cinema, libri, videogiochi e serie TV. Durante la settimana scrivo, osservo il mondo e vedo gente. Nel tempo libero scrivo (sì, di nuovo), disegno, videogioco.




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