[Recensione] NBA 2K20 – Più ombre che luci sul parquet di 2K

Di Alberto Baldiotti
12 Settembre 2019

Versione provata: PS4 Fat

La sessione di mercato estiva in NBA ha regalato dei colpi di scena clamorosi, decretando la nascita di nuove coppie/terzetti temibili tanto nella Eastern, quanto nella Western Conference. Abbiamo assistito alla trade di Anthony Davis, uomo copertina di NBA 2K20, ai Los Angeles Lakers di LeBron James, ma anche alla formazione del duo Durant-Irving a Brooklyn, George-Leonard ai Clippers e alla consacrazione nella massima lega di alcuni giovani, esplosivi talenti come Zion Williamson.

Un’estate che senz’altro ha invogliato gli appassionati di pallacanestro e di videogiochi a voler mettere le mani sull’ultima fatica di 2K, che presenta l’annuale reiterazione del proprio titolo sportivo di punta. Una reiterazione, purtroppo, nata sotto dei pessimi segnali: è sufficiente leggere le recensioni su Steam per avere un primo assaggio di tutto ciò, oppure dare un’occhiata al rapporto like/dislike sotto ai trailer YouTube per avere qualche sospetto in più.

Una sorta di “grande ribellione dei players” contro 2K, la quale al momento non sembra essere intenzionata a prendere provvedimenti. Ma quale sarà il motivo di tanta negatività nei confronti di NBA 2K20? Scopriamolo insieme nella recensione.

Ripartire dalle certezze

NBA 2K20 si ripresenta al pubblico sostanzialmente con le stesse caratteristiche che l’hanno reso il miglior titolo cestistico nel corso dell’ultimo decennio. In tal senso si può dire che 2K non abbia compiuto un grande sforzo in particolare per quest’ultimo capitolo, ma che piuttosto abbia raccolto tutte le certezze fissate nel franchise, riproponendole nell’edizione 2K20.

Partiamo dalla caratteristica più apprezzata dai giocatori, vale a dire la grande mole di contenuti che rendono il titolo estremamente longevo e rigiocabile per tutto l’anno. Oltre a tutte le squadre della massima lega statunitense, sono presenti come sempre le squadre classiche e quest’anno è stata introdotta la novità della WNBA, la lega femminile, sempre più importante e ben vista dal grande pubblico. La quasi totalità dei giocatori, degli stadi e degli allenatori è resa in maniera egregia, riproponendo la classica esperienza a tutto tondo tipica di NBA 2K.

Anche le modalità di gioco entrano di diritto nella mole di contenuti proposta dal gioco, e anzi ne costituiscono una parte integrante. La modalità di punta è La mia Carriera, controparte di “Il Viaggio” vista nei precedenti FIFA, che consente di guidare il proprio giocatore dalle leghe più basse sino all’NBA: oltre al rinnovamento dell’avventura stessa, che quest’anno vede la partecipazione di Idris Elba e LeBron James stesso, è stato ridisegnato il meccanismo di creazione del personaggio, che permette di creare il proprio giocatore molto più approfonditamente, ad esempio scegliendone l’attitudine dentro e fuori dal campo o la mentalità.

La mia Lega rappresenta invece la modalità gestionale, tramite la quale si potrà guidare l’intero universo di una franchigia, gestendone l’allenatore, il mercato e le disponibilità finanziarie, il roster, l’arena di gioco e qualsiasi altro aspetto riguardante la squadra. Le uniche due novità degne di nota sono rappresentate dall’introduzione degli Action Points e di un nuovo skill tree: i punti azione saranno accumulabili completando azioni di vario tipo, e saranno spendibili per l’appunto nell’albero abilità, utile per migliorare la squadra e aiutarla a vincere.

Ma è (davvero) cambiato qualcosa?

I primi scricchiolii si avvertono a livello di gameplay, non perché ci sia qualcosa che non funzioni, ma perché tutto è rimasto praticamente invariato rispetto alle edizioni precedenti. Le uniche differenze si notano nella migliore caratterizzazione dei volti e in qualche animazione aggiornata, così come nella gestione più efficace di alcuni schemi e in una difficoltà più elevata nel passare il pallone, o nel tirare.

Peccato che per il resto non si percepisca alcun distacco rispetto a NBA 2K19, nessuna nuova caratteristica che renda giustificabile il passaggio all’edizione 2K20. Oltre all’aggiornamento dei roster e delle canotte il gameplay resta identico, con i suoi punti di forza e punti deboli: la profondità a livello di gioco e schemi, la buona rotazione del roster affidata alla CPU, ma anche (e ancora) animazioni goffe e talvolta improbabili, collisioni poco realistiche e schiacciate inarrestabili.

D’altro canto, a poco più di un anno dalla probabile uscita delle console next-gen non c’era da aspettarsi un netto balzo in avanti, dal momento che solo il salto generazionale riuscirà a portare una ventata d’aria fresca. In tal senso non ci sentiamo di dover criticare 2K sotto questo aspetto, visto che anche altri competitor (EA e Konami rispettivamente per i propri titoli calcistici) si sono ritrovati “limitati” dall’hardware della generazione attuale.

Il tracollo: La mia Squadra e il comparto multiplayer

Volutamente abbiamo tralasciato nel paragrafo dedicato alle certezze la modalità La mia Squadra (equivalente del FIFA Ultimate Team per portare un chiaro esempio) e il comparto multiplayer in generale. Abbiamo evidenziato ad inizio recensione la pioggia di recensioni negative che NBA 2K20 sta ricevendo in queste ore, e il motivo dipende proprio da questi due punti deboli.

Chi ha giocato ai precedenti NBA 2K ricorderà il problema delle microtransazioni, a dir poco invadenti e in grado di regalare vittorie su vittorie ai giocatori spendaccioni. Ebbene, in NBA 2K20 il problema sembra essere accentuato e rappresenta il motivo principale di questa “pioggia” di voti negativi.

Partiamo dal principio: la modalità La mia Squadra è quasi pay-to-win. Per poter arrivare a comporre un buon quintetto si possono completare le svariate attività e guadagnare monete da investire sui giocatori, peccato che chi acquista i pacchetti di VC avrà sempre un vantaggio. 2K ha cercato di arginare il problema enfatizzando la strategia, e in tal senso si potrà sperare di strappare qualche vittoria contro avversari sulla carta più forti basandosi esclusivamente sulle proprie abilità, ma il problema microtransazioni resta e delude profondamente.

NBA 2K20 in ogni caso può “vantare” un record particolare, ovviamente in negativo. Clamorosamente è il primo titolo sportivo su console e PC a proporre un autentico casinò virtuale che permette di giocare alle slot machine (o alla ruota della fortuna) e di vincere premi da spendere o utilizzare in-game. Un’aggiunta di pessimo gusto, che cozza grossolanamente con il PEGI 3 espresso sulla copertina del titolo e che ricalca i tristi meccanismi sfruttati nei giochi mobile. Si tratta della goccia che ha fatto traboccare il vaso e che ha convinto sempre più giocatori a contrariare 2K in questa folle scelta, per la quale finora non sembra esserci stato alcun ripensamento da parte dell’azienda.

La next-gen porterà consiglio

Concludiamo con una ciliegina sulla torta che potrebbe far riflettere. Gli utenti PC infatti sottolineano che, premendo ALT+Tab durante il gioco, il titolo appare nominato come NBA 2K19. Un banale errore di programmazione oppure, ironia della sorte, un suggerimento circa il fatto che siamo dinanzi ad un clone modificato della precedente edizione?

Ragionando sulla natura di NBA 2K20 va ammesso che si tratta di un titolo complesso, profondo e ricco di contenuti: come abbiamo già detto non è possibile criticare 2K per la mancanza di vera innovazione. Certo, qualcosa in più si sarebbe potuto fare, ma ricordiamo che siamo a fine generazione e molto probabilmente gli sforzi dell’azienda sono già concentrati sullo sviluppo di NBA 2K next-gen

PUNTI DI FORZA

  • E’ pur sempre NBA 2K: profondo, ricco di contenuti, modalità offline appaganti
  • Qualche lieve miglioria nel gameplay, pur senza stravolgimenti
  • Graficamente molto positivo, realizzazione dei volti migliorata

PUNTI DEBOLI

  • Microtransazioni estremamente invadenti
  • Comparto multiplayer in gran parte rovinato proprio da esse
  • L’introduzione del casinò e del gioco d’azzardo è di pessimo gusto, diseducativa e per nulla appropriata ad un titolo sportivo

Resta, in conclusione, l’amaro in bocca per il multiplayer. Se il comparto offline (La mia Carriera, La mia Lega e le classiche partite veloci) offre la solita esperienza di 2K, ricca di contenuti e in grado di rendere il titolo appetibile per tutto l’anno, è il multiplayer a rendere tutta la struttura traballante a causa di uno scellerato sistema di microtransazioni davvero di pessimo gusto. Un vero peccato, dato che NBA 2K è da anni il punto di riferimento videoludico per gli appassionati di basket e molto probabilmente vincerà il confronto con NBA Live 2020 (rinviato a fine 2019).

Consigliamo NBA 2K20 a chi voglia tornare sui parquet della NBA con i roster aggiornati, o per poter proseguire la modalità La mia Carriera con nuove storie e sfide da affrontare; viceversa, andate altrove se state cercando un titolo sportivo adatto al multiplayer, perché NBA 2K non è ancora in grado di esprimere la propria vera filosofia.



Studente universitario e gamer nel tempo libero, la sua passione videoludica non ha confini. Questa passione nasce a 4 anni, quando si ritrova a giocare Doom II su un vecchio computer acquistato dal padre. Appassionato di giochi open-world e GDR, le sue pietre miliari sono le serie di Grand Theft Auto, Fallout e The Elder Scrolls. A fianco di ciò, la tecnologia e lo sport giocano un ruolo fondamentale nei suoi interessi, ed adora restare informato sulle ultime novità nei rispettivi settori.