[Recensione] The Division 2 – Tutti per uno, uno per tutti

Di Andrea "Geo" Peroni
25 Marzo 2019

47 ore di gioco, migliaia di nemici uccisi e chissà quanto equipaggiamento venduto o smantellato dopo, siamo finalmente qui con la recensione di Tom Clancy’s The Division 2.

Sequel del MMORPG del 2016 sviluppato da Massive Entertainment e pubblicato da Ubisoft, che si era fatto apprezzare dalla community per un grande supporto nei mesi e anni successivi al lancio, The Division 2 è disponibile dal 15 marzo, e trattandosi di un titolo così particolare e vasto, allo stesso modo di altri esponenti del genere come Destiny e Anthem, abbiamo deciso di accumulare il giusto quantitativo di ore di gioco prima di parlarvi del titolo nella sua interezza e darvi un giudizio su quella che è la prima grande produzione di Ubisoft di quest’anno dopo lo sperimentale Far Cry: New Dawn (qui la recensione se siete interessati).

Non abbiamo terminato ogni singola missione secondaria, non abbiamo liberato ogni singolo avamposto, Washington è ancora ricca di opportunità. Ma, completata la storia principale, ci siamo gettati a capofitto nel corposo endgame, e alla soglia delle 50 ore di gioco siamo ormai sicuri di poter esprimere il nostro verdetto. Vi raccontiamo tutto su The Division 2 nella nostra recensione.

Versione provata: PlayStation 4 Pro.

COME PRIMA, PIÙ DI PRIMA

Entrare in questo “mondo” degli MMO a gamba tesa, sperando di sfondare con poco, è una pessima idea. Anthem di BioWare, seppur con tutta la speranza che si può riporre nei creatori di Dragon Age e Mass Effect, ne è la prova. Allo stesso modo riconfermarsi dopo un buon inizio è altrettanto difficile. In questo senso Bungie, precursore del movimento di massa dei looter shooter degli ultimi anni, ha fallito la prova di Destiny 2, partito di gran carriera ma arenatosi dopo poche settimane dal lancio nel 2017 e ora addirittura abbandonato da Activision, che considera il franchise troppo dispendioso e poco redditizio. C’è una cosa che accomuna questi due kolossal dei videogiochi: gli sviluppatori hanno dimostrato di non aver ascoltato i feedback dei propri fan (certo, Anthem è ancora giovane ma alle spalle aveva altri titoli da cui prendere spunto; Destiny 2, con Forsaken, si è risollevato, ma a che prezzo), e questo è un dato di fatto. Al contrario, Massive Entertainment, ormai da anni in questo campo, ha fatto pienamente tesoro della sua esperienza con il primo The Division e restituisce ai giocatori un’esperienza ricchissima ed esaltante.

Tom Clancy’s The Division 2, lanciato da pochi giorni in tutto il mondo, ha necessitato di una giusta quantità di ore trascorse in gioco prima che potessimo esprimere il nostro giudizio. Un giudizio che si rivela essere ben al di sopra delle aspettative per alcuni aspetti, leggermente al di sotto per altri. Ma partiamo dell’elemento che più ci premeva analizzare, e cioè la “vita” di questo mondo, le possibilità, la consistenza e la tenacia a tenere incollati i giocatori allo schermo. Missione compiuta, perché The Division 2 si dimostra essere un grandioso ricettacolo di missioni, compiti secondari, eventi casuali, in generale di tantissime cose da fare che cercano in tutti i modi, riuscendoci, di variegare l’esperienza di un giocatore che non vuole essere sazio del titolo Ubisoft dopo una manciata di ore.

La contestualizzazione dell’ambientazione, in questo senso, è un’operazione compiuta pienamente. Abbiamo dovuto dire purtroppo addio alla splendida Manhattan del primo capitolo, che con le sue innevate e a tratti tetre atmosfere era rimasta nei nostri cuori. Washington DC, di contro, sembrava non potesse rivaleggiare con la Grande Mela. Vuoi per la storia, vuoi per la celebrità di cui gode. E invece, scegliere la capitale degli Stati Uniti è stata forse l’idea migliore di Massive in relazione a quello che The Division 2 vuole significare per il franchise: la rinascita della civiltà. Mentre New York era stata appena presa d’assalto dal Veleno Verde e dai criminali e necessitava di un intervento fulmineo, a Washington l’epidemia è già scoppiata da diverso tempo, e questo porta la JTF e la Divisione a rimboccarsi le maniche e a iniziare a liberare la città per farla rinascere, per cominciare a riportare la speranza tra le strade dell’America partendo da qui. Questa si riflette non solo nella popolazione sempre più attiva e vogliosa di ripristinare le cose com’erano un tempo, ma anche nella rigogliosa vegetazione che ricopre tutta Washington, lasciata allo sbando per mesi e ora pronta, dopo tanto dolore, a tornare forte come un tempo.

Bravi inoltre, gli sviluppatori, a sfruttare le bellezze e icone della città per creare momenti memorabili. Il solo entrare alla Casa Bianca, la nuova base operativa centrale di Washington, dopo pochi minuti dall’inizio del gioco è un istante che la mente fotografa e ricorda, così come anche le missioni di ricognizione del Lincoln Memorial, o la grande guerra che scateniamo al Campidoglio più avanti nel gioco. C’è una missione in particolare che mi ha divertito moltissimo, e mi ha fatto tornare in mente Il Mistero dei Templari con Nicholas Cage. Non vi dico nulla su tale missione, ma visto il contesto potreste aver già capito qual era l’oggetto di interesse, e quella che ne è scaturita è stata una bella sorpresa. Per tornare al discorso di prima, comunque, The Division 2 si dimostra terribilmente coerente con se stesso. L’ambientazione è parte integrante della storia, la missione è parte integrante dell’ambientazione.

CAMBIARE, MA RESTARE FEDELI

Il già solido gameplay del primo capitolo viene rifinito e migliorato, senza però stravolgere nulla. Il gioco rimane un TPS basato praticamente interamente sulle coperture con un ottimo gunplay, mantiene l’anima looter shooter fatta di loot randomico di oggetti che fanno salire il nostro livello di potenza (dopo aver raggiunto il lv. 30 ed essere entrati nell’endgame, si torna al sistema a punteggio del primo gioco) e che sono suddivisi nelle classiche colorazioni bianche, verdi, blu, viola e gialle, e mantiene inoltre una buona componente GDR che definisce il nostro modo di giocare, non senza qualche aggiunta già avvistata nella beta e che fa il suo. La struttura delle missioni è ad esempio molto classica, insieme ai soliti nemici inferiori ci sono nemici più importanti (viola) o nettamente superiori (gialli), che però dicono addio al fenomeno di “assorbi colpi” del primo capitolo. Mentre in The Division mandare a terra uno di questi corazzati era un processo parecchio lungo e dispendioso di colpi, stavolta gli sviluppatori hanno saggiamente pensato di abbinare più fortemente il concetto di corazza, proprio come per l’agente che dice addio ai kit medici e si concentra maggiormente sulla tenuta del suo equipaggiamento: se volete abbattere un corazzato, l’ideale è concentrarsi su una parte della sua corazza, distruggerla e procedere a diminuire la sua vita. La gestione  dell’equipaggiamento dell’agente è rimasta invariata, ma alcuni elementi hanno subito modifiche.

Le abilità sono state ad esempio riviste, questa volta in totale sono 8 e vengono consequenzialmente sbloccate mano a mano che andiamo avanti con la storia principale. Presso il Quartiermastro della Casa Bianca sblocchiamo ognuna di queste abilità, prevalentemente votate all’attacco ma che presentano varianti più consone ad un giocatore più attento alla difesa, o che vuole ergersi medico della squadra, e le prime ore a Washington, tra l’arruolamento di nuovo personale per la Casa Bianca (fare missioni = potenziare insediamento = personale felice = personale per la Casa Bianca, in pochissime parole) e una cassa SHADE da recuperare (che permettono di sbloccare varianti delle abilità), sono da considerare un corposissimo tutorial per far sì che il giocatore si impratichisca con le abilità, e capisca quale ruolo vuole interpretare in futuro. Perché, a tal proposito, le attività più impegnative sono ancora in attesa di pubblicazione, e lì sì che il gioco di squadra sarà un elemento a dir poco fondamentale. I Raid, infatti, verranno (giustamente) lanciati solo in un secondo momento, e in questo capitolo è stato portato a 8 il limite di giocatori in contemporanea in queste super-missioni. Lo stesso The Division 2, nonostante possa essere fruito completamente in singolo, sembra dircelo chiaramente e sempre di più col passare delle ore: farsi dei compagni non è una brutta strategia, anzi.

Un tutorial a cosa, però, vi chiederete. Un tutorial a quello che è un grande, grandissimo endgame, che mantiene il gioco su una certa direzione ma gli fa cambiare binario rendendolo ancor più vivo e attivo. Come un bruco esce dal bozzolo diventando farfalla ma restando sempre se stesso, anche l’endgame di The Division 2 tramuta il gioco in un’altra forma di sé, con l’arrivo dei più potenti nemici Black Tusk che iniziano a dar guerriglia ai ribelli, ai True Sons e a tutte le forze nemiche in città, compresa la Divisione vista da loro come un intralcio. L’arrivo dei Black Tusk non solo introduce nemici molto potenti da combattere, ma rimescola letteralmente le carte, e lo fa in continuazione. La Washington che pullulava di attività da fare a inizio gioco (avamposti da liberare e aiutare con i rifornimenti, eventi casuali da completare per le strade, taglie di bersagli importanti a cadenza regolare) e che ci sembra si stia calmando mano a mano che ci avviciniamo al lv. 30, torna a popolarsi di forze nemiche che ingaggiano una nuova battaglia per le strade cittadine, e l’endgame prende vita propria. Le missioni della storia vengono addirittura riviste e modificate per far spazio ai nuovi nemici (cambia pochissimo, è vero, ma è un nuovo motivo per avanzare), le Roccaforti che fino a poco prima credevamo abbordabili diventano chimere, e iniziamo a fare la conoscenza di pericoli che prima ci immaginavamo soltanto. Il mondo di gioco diventa estremamente dinamico, poiché i nemici iniziano a riprendere il controllo di quello che prima avevamo conquistato, e qui nasce la forza del post-campagna di The Division 2: un mondo che continua a mutare, noi che ci mettiamo una pezza che però non basta, e il giro ricomincia.

Con le tante attività studiate e inserite, Massive ha fatto di tutto per non rendere ripetitiva l’esperienza di gioco, e di questo siamo molto soddisfatti. Certo, attenzione: il gioco, per la sua stessa natura, diventa ripetitivo dopo alcune ore, come accadeva esattamente in Anthem e Destiny (forse in quei casi si può sentire meno viste le derive fantasy e fantascientifiche, in The Division la serie si poggia su dettami prettamente realistici), ma se ad esempio nel primo gioco di Bungie questa era all’estremo, con le stesse identiche cose da fare ogni singolo giorno all’infinito, nella nuova produzione di Massive questo si fa sentire molto meno. Anche perché, volenti o nolenti, il gioco ci fa capire che per godere appieno dell’esperienza di The Division 2 dobbiamo essere pronti ad esplorare ogni singolo centimetro di Washington, e a portare a termine ogni singola attività. Tra Progetti da ottenere, soddisfare e creare presso le stazioni Fai da Te (ottima trovata quella dei progetti, danno nuova linfa al gioco e motivazioni al giocatore), ed eventi casuali in gran quantità, c’è sempre qualcosa di nuovo da fare, e sempre qualcosa che ci porta ad una nuova attività. Ogni cosa, in The Division 2, non è semplicemente fine a se stessa.

E di cose da fare, a Washington, ce ne sono innumerevoli. Compreso l’avanzamento nelle nuove Specializzazioni, una serie di abilità extra se così vogliamo chiamarle che si sbloccano automaticamente all’ingresso nella Fascia 1 del mondo (l’inizio dell’endgame, per intenderci) e che, in tre categorie, ci offrono tre armi distintive molto particolari, ossia un lanciagranate, una balestra con colpi esplosivi e un fucile da cecchino. Vi diciamo la verità, avremmo preferito una distinzione più netta tra i tre alberi delle abilità delle varie Specializzazioni, ma siamo comunque soddisfatti perché, seppur non marcatamente, ogni ruolo che scegliamo (che possiamo cambiare semplicemente visitando il Quartiermastro dopo averle sbloccate tutte, o sin da subito se disponete del Pass Anno 1) cambia la nostra utilità in combattimento.

PVPVEVEVPVPVEVP

E veniamo anche a quello che è stato uno dei grossi dilemmi nel primo capitolo, il PvP. In The Division 2 è presente una modalità multigiocatore PvP molto tradizionale, chiamata Conflitto, sulla quale non mi dilungo più di tanto. C’è poco da dire: due squadre si affrontano fino a che non rimangono più vite, e tanti saluti. Zero ispirazione, ma può tornare utile se andate in cerca di loot (per fare un paragone, è come il Crogiolo di Destiny). Le Zone Nere, invece, sono la vera esperienza endgame PvPvE di questo secondo capitolo, e i feedback degli utenti dai tre anni di vita di The Division si fanno sentire, ma alcune perplessità restano.

Se sono un giocatore assiduo di The Division 2, sono certamente attratto dalla Zona Nera, o meglio dalle tre Zone Nere create a Washington per contenere epidemia e aree più pericolose. In queste zone non c’è legge, non che ce ne fosse in città ma qui ne sentiamo ancor meno la presenza. Qui i nemici fanno quello che vogliono, persino gli Agenti della Divisione fanno quello che vogliono, prendendosi la libertà di tradire i propri compagni e riscattare per conto loro l’intero bottino recuperato nella ZN. Per quanto queste siano state rese più dinamiche e ancor più complesse, però, c’è sempre qualcosa che non va nella costruzione del concetto di gioco della ZN. Una sorta di sbilanciamento a favore di chi tradisce, ma anche di crudeltà verso i giocatori che fanno di tutto per vivere una sana esperienza dato che il loot, ad esempio, non è affatto felice il più delle volte. Nella mia esperienza, ho collezionato più fallimenti che altro nella ZN pur riconoscendo la sua interessante struttura. In generale, però, quello che non mi piacque della ZN di New York nel primo titolo si ripresenta qui. Se il loot non è ad esempio adatto alla difficile attività che andiamo a fare, probabilmente la più difficile insieme alle Roccaforti (e ai futuri Raid), cosa potrebbe spingere un giocatore ad andare ripetutamente nella ZN oltre alla semplice voglia di interpretare il ruolo dell’agente traditore che finisce, nella maggior parte dei casi, con l’essere il più avvantaggiato? Se in uno scontro a fuoco il traditore spara per primo, prendendovi magari alle spalle, rispondere al fuoco è praticamente impossibile, sappiatelo. E infatti la ZN ha bisogno di qualche nuova ferrea regola, possibilmente molto più crudele verso i traditori.

Se finora vi ho raccontato solo il bello (o quasi) di The Division 2, è anche perché la recensione non è iniziata come sono solito fare, partendo cioè dalla storia. Ve ne parlo adesso, anche se sarebbe meglio sorvolare sull’argomento. O comunque sarebbe meglio discutere di quello che non è la storia, e cioè una storia. Il primo capitolo del franchise, nei suoi toni più cupi e vagamente da thriller, ci aveva colpito per alcuni stravolgimenti e rivelazioni, come quella legata ad Aaron Keener e alla creazione del Veleno Verde che erano priorità per la Divisione di New York (qui abbiamo riassunto la storia del primo capitolo).

In The Division 2, nonostante tutta la lore possibile che fa da contorno all’esperienza, non c’è davvero il sentore di quella che può essere considerata una storia. L’agente e i suoi compagni sono spesso chiamati a liberare edifici importanti presi d’assalto dai criminali, importanti per quello che è l’obiettivo finale della storia, e cioè il DC-62 (non vi sveliamo cosa sia, è l’unica cosa che può sorprendervi ma neanche tanto). Il problema è appunto il fatto che una vera storia, con anche solo lontanamente qualche dettaglio dalla minima importanza o un risvolto particolare, non esiste. Si tratta dell’aspetto sul quale gli sviluppatori, in assoluto, si sono impegnati di meno per The Division 2, e di questo siamo davvero dispiaciuti. Forse, con i DLC in arrivo in futuro, ritroveremo qualche volto noto, o la narrazione farà finalmente qualche passo avanti. Ma per il momento, a conti fatti, oltre a liberare Washington, sembra che non ci siamo mossi di una virgola dai fatti finali del primo capitolo.

TECNICAMENTE? EEEEEH…

Dopo la storia, l’elemento sul quale The Division 2 mostra il fianco è sicuramente quello tecnico. O solo quello grafico, per essere più chiari, perché mentre dobbiamo elogiare un comparto sonoro di primissimo livello, studiato alla perfezione in ogni dettaglio, è quello puramente visivo che non soddisfa per una serie di problemi. Washington, come abbiamo già avuto modo di ricordare, è ben realizzata, il level design è perfettamente in linea con le ambizioni del titolo, e la ricchezza nei dettagli è qualcosa di maniacale.

Purtroppo il motore grafico Snowdrop non riesce però sempre a fare il suo lavoro, e anzi si dimostra essere l’anello debole dell’intero titolo trascinandosi dietro inconvenienti dal primo gioco e amplificando alcuni difetti. Mentre le gestire non sembrano aver bisogno di particolari accorgimenti, sono frequentissimi i pop-up neanche poi tanto in lontananza di oggetti come alberi, barricate, o addirittura nemici. Gli spawn di questi, non solo sono di tanto in tanto inconcepibili (ci è capitato di ritrovare dei nemici all’interno di un deposito rifornimenti di un avamposto liberato), ma avvengono anche talvolta in ritardo. È capitato che ci recassimo in un’area di un evento, e di non trovare nemici, che invece compaiono all’improssivo accerchiandoci e facendoci fuori in poco. Specifichiamo che si tratta di un problema che abbiamo riscontrato solo nel caso degli eventi casuali e delle attività, e quindi non legato alle missioni principali, ma è comunque un aspetto che ci sentiamo di dover sottolineare.

Non mancano alcuni glitch e bug che devono essere risolti, mentre sull’IA nemica abbiamo pareri contrastanti. Il più delle volte i nemici sono abili nel nascondersi e nell’attaccare al momento giusto, ma non è neppure raro imbattersi in forze nemiche che ci passano affianco ignorandoci bellamente, o che non rispondono al fuoco sentendosi colpire alle spalle dopo che li abbiamo aggirati. Un difetto che viene meno nell’endgame, dove l’asticella della difficoltà si alza inevitabilmente e dunque realizzare queste strategie, anche in squadra, è più complicato.

PUNTI DI FORZA

  • È un gigantesco open world ben studiato e integrato alla perfezione con l’online
  • Endgame molto ricco
  • Ambientazione inaspettatamente interessante
  • Gameplay rifinito e perfezionato dal primo capitolo
  • Level design ottimo

PUNTI DEBOLI

  • Qualche incertezza tecnica di non poco conto
  • La storia non ci ha lasciato nulla
  • La Zona Nera continua ad avere qualcosa che non convince

Massive Entertainment ha preso tutto quello che il primo The Division era stato ed era divenuto nell’arco dei suoi tre anni di vita grazie alla raccolta dei feedback di tutti gli utenti, ed è stata infine capace di dar vita ad un imponente MMORPG looter shooter che si rivela essere sempre ricco di cose da fare. Non vi mentiamo, chi non sopporta la struttura fatta di ripetitività di questi titoli, non troverà in The Division 2 un motivo per cambiare idea. Ma per chi ormai considera i looter shooter come parte del proprio portfolio di esperienza e di divertimento, questo nuovo kolossal targato Ubisoft si rivela essere maestoso. Anche se la storia lascia ben poco, l’endgame si rivela essere un grande agglomerato di attività, di varietà e di intrattenimento, per il momento perfettamente riuscito nei propri intenti. Molto più variegato e vivo rispetto a Destiny 2, superiore in molti aspetti ad Anthem: The Division 2 è una delle migliori sorprese di questo inizio di 2019, e il miglior esponente del suo genere nonostante qualche problema tecnico che speriamo verrà sistemato presto. L’unico ulteriore dubbio riguarda il futuro. Il successo di un gioco come The Division 2 andrà valutato sul lungo periodo, Massive sarà in grado di riproporre l’ottimo supporto fatto al primo gioco?

Ringraziamo Ubisoft Italia per il codice download di The Division 2 Gold Edition.



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