Home Videogiochi Speciali Due shooter, due filosofie: perché ARC Raiders convince e Battlefield 6 non più

Due shooter, due filosofie: perché ARC Raiders convince e Battlefield 6 non più

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Rientrare dalle festività e scoprire che ARC Raiders è ancora sul tetto del mondo videoludico è una di quelle notizie che fanno sicuramente piacere. Primo nelle classifiche Steam nell’ultima settimana, oltre 12 milioni di copie vendute secondo le stime più recenti e addirittura corteggiato da studi cinematografici e televisivi per possibili adattamenti, il lavoro di Embark Studios merita sicuramente tutti gli onori possibili. Non è un gioco perfetto, ma il fatto che uno sparatutto multiplayer (per giunta nel competitivo sottogenere degli extraction shooter) riesca a restare divertente e rilevante per mesi è già una piccola vittoria.

E allora viene spontaneo guardare dall’altra parte. Che fine ha fatto l’altro grande sparatutto multiplayer uscito poche settimane prima? Quello tripla A, venduto a 70 euro, capace di piazzare oltre sette milioni di copie in tre giorni? No, non stiamo parlando di Call of Duty Black Ops 7, ma di Battlefield 6.

Numeri a confronto

I numeri raccontano una storia meno entusiasmante per il prodotto targato EA. Su Steam il giudizio degli utenti è “Nella media”, con un gradimento che oscilla attorno al 53%. Il picco di giocatori contemporanei è sceso sotto quota 100.000, arrivando a poco più di 90.000. Non è un crollo improvviso (durante le feste era già successo) ma iniziare il 2026 con questi dati non è esattamente il biglietto da visita ideale.

Il confronto diventa ancora più impietoso se si guarda alla fidelizzazione: a fine 2025 Battlefield 6 tratteneva circa il 16% del suo picco massimo di giocatori, mentre ARC Raiders viaggiava attorno al 90%. E questo nonostante il titolo EA avesse raggiunto, al lancio, numeri di gran lunga superiori. Un déjà-vu che ricorda fin troppo da vicino Battlefield 2042.

Va detto: il quadro non è identico su console. Negli Stati Uniti, secondo Circana, Battlefield 6 era fisso nella top 10 dei giochi più giocati su PlayStation e Xbox a fine dicembre. E i dati PC non tengono conto dell’utenza EA App. Inoltre, sempre secondo Circana, su Steam in Nord America il gioco era terzo per utenti settimanali, dietro solo a Counter-Strike 2 e ARC Raiders. Insomma, parlare di “gioco morto” sarebbe scorretto.

Eppure qualcosa si è incrinato. L’entusiasmo del lancio ha lasciato spazio a un malcontento crescente. Il Battle Pass è stato accusato di essere eccessivamente macchinoso, con progressi legati a sfide settimanali che obbligano a giocare modalità poco gradite. L’arrivo di RedSec ha fatto esplodere le proteste: chi non amava il battle royale era comunque costretto a passarci. Il problema è che tutto questo riguarda un gioco da 70 euro. Monetizzazione aggressiva, skin costose, pubblicità costante al Battle Pass, mini pass a tempo limitato, una campagna poco incisiva e senza cooperativa…e meglio sorvolare su Battlefield Pro.

Patch distruttive?

Come se non bastasse, anche l’esperienza multiplayer ha iniziato a scricchiolare: problemi di registrazione dei colpi, audio traballante, matchmaking instabile, bug evidenti. Aggiornamenti che risolvono una cosa e ne rompono due. Alcune mappe della Stagione 1 sono state accolte come tra le peggiori di sempre, mentre scelte discutibili, come l’uso evidente di asset generati dall’IA in contenuti cosmetici, hanno acceso ulteriori polemiche in un momento in cui l’industria è già sotto osservazione per questi temi.

Il punto è che il declino non sorprende davvero. Al lancio, Battlefield 6 aveva conquistato molti perché sembrava segnare un cambio di passo: un team più attento, comunicativo, pronto ad ascoltare. Ma ascoltare non basta. Servono interventi coerenti e di qualità, e finora troppe patch hanno peggiorato la situazione invece di migliorarla.

Ed è qui che il confronto con ARC Raiders diventa inevitabile. Non perché sia privo di difetti, ma perché gli aggiornamenti vengono percepiti come passi avanti, non come compromessi al ribasso. La differenza, oggi, è tutta lì.

La vera tragedia è che Battlefield 6 resta, nel suo nucleo, un gioco divertente. Movimento, armi, atmosfera, modalità a obiettivi: è probabilmente il Battlefield più godibile da anni. Proprio per questo assistere a una lenta erosione, tra scelte commerciali discutibili e problemi tecnici, è frustrante per chi ama la serie.

C’è però una possibile luce in fondo al tunnel. Se questo cataclisma di lamentele sarà utile ai Battlefield Studios per correggere la rotta ora, il gioco potrebbe ancora riscattarsi. Battlefield 4 insegna: partì in condizioni disastrose e diventò un punto di riferimento grazie al lavoro con la community.

EA difficilmente lascerà marcire una delle sue saghe più importanti. La domanda è un’altra: quanto tempo ci vorrà prima che i giocatori decidano di voltare pagina? Se esiste un momento per dimostrare perché Battlefield conta ancora qualcosa, è esattamente questo.

Scritto da
Lorenzo Bologna

Appassionato di tutto ciò che concerne il mondo videoludico, sono un inguaribile amante dei titoli horror e un accumulatore compulsivo di trofei (meglio se di platino). Avvicinato al medium grazie a mamma Nintendo e papà Crash Bandicoot.

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