[Recensione] Death Stranding: Director’s Cut

Di Andrea "Geo" Peroni
1 Ottobre 2021

È incredibile pensare a quanto il mondo sia cambiato dall’uscita originale di Death Stranding. Era l’autunno del 2019, PlayStation 5 era ancora una vaga indiscrezione che fluttuava nell’etere, le nostre vite procedevano senza particolari inconvenienti. La creatura di Hideo Kojima sembrava solo l’ennesimo videogioco, seppur tremendamente carismatico, poggiante sulle apocalissi e su una civiltà umana ormai devastata da un misterioso evento/alieno/parassita/qualsiasi cosa. E invece, incredibilmente, Death Stranding è diventato d’attualità nel giro di pochi mesi.

Ora, addentrarsi in questa delicata questione è quasi pura filosofia, cosa che abbiamo in effetti già fatto in passato notando le incredibili similitudini tra l’opera di Kojima e ciò che il mondo è diventato negli ultimi 18 mesi. Sarà anche per questo, oltre che per l’effetto-hater della domenica esauritosi poche settimane dopo l’uscita su PS4, che Death Stranding è stato scoperto, riscoperto e amato da molte più persone, desiderose, perché no, di “contribuire” ad allontanare il senso di isolamento e di distanza che la pandemia globale di SARS-Cov-2 ha portato nelle vite di ognuno di noi.

Perché in fondo Death Stranding, ovviamente anche nell’incarnazione di Director’s Cut qual è oggi su PlayStation 5 con una riedizione di cui forse gli appassionati non sentivano il bisogno ma che potrebbe convincere qualcuno ad avvicinarsi per la prima volta al titolo, parla anche e soprattutto di questo. Nascondendo una trama che parla di possibili complotti, studi sulla storia umana, esperimenti fatali e di quanto sia potente e potenzialmente dannoso l’amore, l’intera opera firmata Kojima, la prima dopo l’addio a Konami e a Metal Gear Solid, è un inno alla riconnessione, al ritrovarsi, all’aiutarsi. Il compito di Sam Porter Bridges è tra i più ostici di sempre: convincere gli uomini e le donne sopravvissute alla catastrofe a fidarsi nuovamente l’uno dell’altro.

E tre

Credetemi se vi dico che è difficile scrivere nuovamente di Death Stranding. Non perché il gioco sia un disastro, anzi è l’esatto contrario. Del resto, sono concetti che abbiamo già ribadito e ripetuto più volte nel corso degli ultimi due anni, raccontati in una dettagliatissia recensione della versione PS4, e ribaditi poi nella conversione del gioco per PC rilasciata lo scorso anno grazie alla partnership con 505 Games e la volontà di Sony di espandersi progressivamente ad altri mercati oltre a quello delle console – di cui abbiamo pubblicato un’altra recensione.

Siamo quindi alla terza review in poco meno di due anni sullo stesso gioco, ma è anche vero che occorre sempre raccontare di qualcosa di nuovo. L’ossatura di Death Stranding resta sempre la stessa, solida ma con alcuni elementi discutibili, e di cui si discute da tempo; ciò che cambia è ovviamente il modo di fruire dell’esperienza, che su PS5 ad esempio, con questa riedizione Director’s Cut che ormai va di moda e che potrebbe presto essere trasformata in una sorta di nuovo format (Ghost of Tsushima ne è un altro esempio recente), si prende la briga di introdurre alcuni nuovi, piccoli ma oculati elementi di gameplay, aree da esplorare, minigiochi, attività e, ovviamente, funzionalità esclusive della nuova console PlayStation.

E allora parliamone, ma prima di tutto occorre contestualizzare. Sì, lo avrete già letto in mille salse, e del resto anche noi lo abbiamo sempre detto: Death Stranding è un videogioco dal comparto ludico estremamente particolare, non affine a tutti i palati ma che, dietro alla nomea di “simulatore di consegna dei pacchi”, nasconde meccaniche e cura nei dettagli davvero encomiabile. Il mondo intero, compreso il territorio dei fu Stati Uniti d’America nel quale è ambientato il titolo, è stato devastato anni prima da una calamità misteriosa chiamata Death Stranding – di cui chi ha già giocato il gioco conosce le origini, ma ssst! Niente spoiler – che ha portato l’umanità a raccogliersi in piccoli agglomerati noti come Knot City, o addirittura a isolarsi del tutto in strutture sotterranee, perdendo ogni speranza di riconnessione con un mondo ormai devastato.

Per fortuna, c’è chi vuole fare qualcosa per cercare una soluzione. Bridget, ad esempio, presidente delle UCA, implora Sam di raggiungere la Costa Ovest del continente per, letteralmente, riconnettere tutte le persone, riconquistandone la fiducia delle persone e costruendo un “nuovo mondo” nel quale la distanza non è più insormontabile come un tempo. E chi, in tempo di calamità, in un momento in cui l’umanità non ha più fiducia e si rinchiude in casa – o nelle Knot City in questo caso -, può e anzi deve continuare a lavorare a discapito del pericolo? Ma ovviamente i corrieri, gli instancabili portatori di pacchi e provviste, cosa che, come dicevamo prima, ci fa capire ancora di più quanto il gioco di Kojima sia stato profetico per certi versi pensando alla pandemia che abbiamo vissuto nell’ultimo anno e mezzo.

Unire

Metabolizzare però Death Stranding nella sua interezza non è facile. La storia, come sempre accade nelle opere di Kojima, è stratificata, ricca di personaggi e riferimenti, e occorre un buon livello di attenzione per cogliere ogni particolare. È anche vero però che, ed è chiaro che non cambi nulla in questo senso dalla versione base alla Director’s Cut, che questa è presentata in maniera molto poco bilanciata. Possono trascorrere intere ore prima di assistere a una nuova progressione della storia, per poi sfociare in una sequenza finale interminabile ma emozionante, ma è bene far notare che tutto questo viene perfettamente contestualizzato: fino a quando Sam non riesce a riconnettere un buon numero di Knot City e prepper, la rete non può fare il suo lavoro, e dunque la missione resta ancorata a questo importantissimo dettaglio aumentando nel giocatore il senso di appartenenza e di importanza alla globalità dell’esperienza.

E dunque, seppur la storia ci abbia catturati ma resti una componente di difficile fruizione per un giocatore più casual, è la pura componente ludica che ha dato modo a Kojima di sperimentare un nuovo modo di fare e agire. Se prima, negli open world come Death Stranding, l’importante era l’obiettivo, nell’opera del papà di Metal Gear ciò che importa è il viaggio. Sam deve portare un quantitativo indecifrabile di pacchi nel corso della sua avventura verso il Pacifico (su PS4 abbiamo trascorso circa 120 ore per ultimare il 100%, e nella Director’s Cut questa quantità non varia), e per farlo si appoggia ai suoi infaticabili (ma neanche troppo, dato che dovremo anche tenere sott’occhio la gestione della fatica e del vigore) piedi, agli esoscheletri che permettono maggiore resistenza, ai mezzi a motore che devono però essere alimentati regolarmente a energia, ai robot che possiamo mandare autonomamente in spedizione per completare alcune consegne al posto nostro, e così via.

Come detto, l’ossatura di Death Stranding Director’s Cut resta la stessa della sua prima release, ed è ancora straordinaria. Ogni aspetto del gameplay, dal baricentro del personaggio all’importanza delle tecnologie e della collaborazione asincrona tra gli utenti le cui strutture si “riflettono” sul nostro mondo di gioco, è curato nei minimi dettagli. Il paragone più immediato che ci viene in mente è con Metal Gear Solid V: The Phantom Pain, guardacaso dello stesso Kojima: un gameplay mastodontico, che fatica a trovare opere di pari livello per un concept così particolare e ben realizzato, che stenta però maggiormente sul profilo della storia. Non ci addentreremo più di tanto nell’analisi del gameplay; come abbiamo ribadito in più occasioni, ne abbiamo già parlato in tante occasioni, e dunque vi invitiamo a recuperare una delle nostre precedenti recensioni.

Limitiamoci dunque a discutere delle novità, perché sì: la Director’s Cut non è una semplice remastered come andavano tanto di moda all’epoca del passaggio da PS3 a PS4 – e grazie al cielo, aggiungiamo. Pur non essendo in linea col vero e proprio pensiero di Director’s Cut, termine che si utilizza nel cinema per indicare la riedizione di un film con l’aggiunta di scene scartate dal montaggio finale, vedasi Zack Snyder’s Justice League, Kojima ha costruito alcune nuove e interessanti dinamiche di gioco, oltre a modalità secondarie che non hanno una reale importanza nell’economia di gioco ma che risultano essere un simpatico passatempo. Parliamo ad esempio del Poligono di Tiro, accessibile presso un qualsiasi avamposto e che consentirà di testare armi e migliorare nell’approccio alle CA e ai MULI – non che ce ne sia bisogno, del resto i nemici umani restano sempre delle mezze cartucce -, e del circuito di Fragile, una pista virtuale nel mondo di DS che non ha alcun significato logico ma che in fondo va bene così. Le produzioni giapponesi ci hanno abituato a chicche ben più folli di questo.

La vera ciccia in più

Di ben altro spessore sono le aggiunte che riguardano il gameplay puro e crudo, e che abbiamo già visto in azione nei più recenti trailer della Director’s Cut. Vedendo in azione le nuove catapulte, i fucili per stordire, gli esoscheletri “da planata”, il ponte chirale e la rampa per i veicoli, la domanda di molti, e anche la nostra, era ovviamente la seguente: queste novità andranno a rompere le dinamiche di gioco? Le aggiunte di Kojima a questa Director’s Cut, non tagliate in fase di produzione ma pensate successivamente per la release su PS5, rischiano di rovinare gli equilibri e la missione di Sam? La risposta è un semplicissimo e secco no. Ognuna di queste nuove aggiunte, al pari anche dei bot sui quali Sam può sedersi e farsi trasportare, ha i suoi pregi e i suoi difetti che ne equilibrano l’efficacia. Prendiamo le catapulte, ad esempio, che potremmo paragonare alle teleferiche già presenti nella versione base. Queste nuove strutture consentono di proiettare i pacchi oltre un dirupo o un terreno particolarmente sconnesso, che Sam avrebbe fatto fatica ad attraversare con tutto il carico con sé. Certo, così come le teleferiche, che ciucciano un bel po’ di rete chirale e che quindi devono essere dosate con parsimonia, anche le catapulte hanno i loro punti oscuri: la gittata non è enorme, il territorio è pur sempre infestato dalle CA, e i pacchi devono essere recuperati da Sam.

Imparare a maneggiare con cura ogni componente sarà ancor più importante in questa riedizione, per la quale Kojima ha anche realizzato un nuovo livello di difficoltà più estremo e ancor più survival. Come già saprete, il game over è un concetto relativo, per non dire inesistente, in Death Stranding, ma quel che è certo è che sopravvivere a questo nuovo livello di sfida, complici anche alcune chicche extra come le migliorate difese degli accampamenti MULI, sarà più tosto che in passato.

Director’s Cut non significa però solo nuove meccaniche di gameplay. Così come per Ghost of Tsushima Sucker Punch ha realizzato l’inedita area esplorabile di Iki, in Death Stranding Kojima Productions ha costruito da zero nuove aree, alcune esplorabili sin dalle primissime fasi di gioco mentre altre raggiungibili solo in un secondo momento, nelle quali sono ambientate alcune inedite missioni e dove è possibile scoprire qualcosa di più sul mondo di gioco. Il fascino di Death Stranding è sempre stato anche nella sua lore celata agli occhi dei più ottusi, ma che ha tanto da raccontare. Ed ecco quindi che, come se non ci fosse abbastanza materiale da raccontare e analizzare, le nuove missioni e le zone mai viste in precedenza servono a raccontare altre vite, a esplorare alcuni personaggi più a fondo. Che sia chiaro, niente di particolarmente clamoroso da segnalare, ma in fondo è anche giusto così. Non che ci aspettassimo qualcosa di superlativo da queste missioni, e così è stato. Da parte di chi ha apprezzato con grande interesse Death Stranding, è però un piacere notare quanto Kojima, così come la stessa Sony che ha nuovamente puntato sul gioco, sia interessato a raccontare di più su questo mondo, e le notizie di un sequel che sembrerebbe in fase di definizione non possono che far piacere.

Venendo al sodo, alla parte più squisitamente tecnica dell’analisi, la versione PS5 migliora il già splendido lavoro svolto dal team su PS4 con il Decima Engine di Guerrilla Games, cosa già peraltro vista in occasione del porting per PC. L’illuminazione è migliorata, la nebbia che impedisce la visuale dell’orizzonte si è fatta più diradata, e in generale il livello di dettaglio, complice un hardware ovviamente migliore, è aumentato, viceversa hanno fatto i tempi di caricamento ora ridotti al minimo. Il DualSense poi è stato implementato con una bella resa. I trigger adattivi, come siamo ormai abituati, rispondono alle armi utilizzate da Sam e al carico che lui trasporta, ma la sensazione migliore arriva dal feedback aptico che, unito alla vibrazione, offre un maggiore senso di appartenenza all’avventura del nostro protagonista, disperso tra praterie, pericolosi fiumi, montagne insormontabili e nevi perenni. Nel complesso, non possiamo assolutamente lamentarci del lavoro svolto per l’ottimizzazione su PS5, che vanta inoltre un framerate granitico a 60 frame al secondo.

PUNTI DI FORZA

  • Un gioco ancora meraviglioso
  • Le implementazioni funzionano a dovere
  • Concept originale e con tantissime sfumature

PUNTI DEBOLI

  • Niente di eclatante per chi ha già testato Death Stranding su PS4
  • Difficile farlo rientrare tra i punti deboli, ma… non vi piaceva prima? Non vi piacerà neanche ora

Death Stranding – con buona pace di Kojima che è contrario al nuovo nome – Director’s Cut è la riconferma di un prodotto che ha carisma da vendere. Tutto quello che di buono c’era in Death Stranding è rimasto (e si sono aggiunte le novità, che sono state ottimamente implementate), così come i difetti più o meno chiari che, nel bene e nel male, ne fanno un prodotto non adatto a tutti i palati. L’epopea di Sam Porter Bridges resta però un’opera magistrale, un titolo che, come Kojima ha sempre fatto, e ha sempre fatto bene, eleva il medium a una nuova tipologia di esperienza. Se il nostro giudizio finale è inferiore a quello precedente (Imperdibile su PS4 e PC) è semplicemente per la natura stessa dell’operazione Director’s Cut, che resta a nostro avviso superflua per chi ha già goduto del gioco – a meno che ovviamente non vogliate ripercorrere la bellissima storia. Nel caso invece in cui non abbiate mai testato Death Stranding, frenati forse dalla pioggia di ingiuste critiche e degli hater della domenica, fidatevi: questa è l’occasione giusta per un tentativo.

Ringraziamo PlayStation Italia per il codice review di Death Stranding: Director’s Cut.

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Abbiamo parlato di:

Entra a contatto con uno strano oggetto chiamato "videogioco" alla tenera età di 5 anni, e da lì in poi la sua mente sarà focalizzata per sempre sul mondo videoludico. Fan sfegatato della serie Kingdom Hearts e della Marvel Comics, che mi divertono fin da bambino. Cacciatore di Trofei DOP.




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