[Recensione] The Outer Worlds – Marziani e musica blues: that’s amore!

Di Alberto Baldiotti
29 Ottobre 2019

Se c’è un capitolo della saga di Fallout che il pubblico ha amato più di tutti, quello è sicuramente Fallout: New Vegas, sviluppato da Obsidian Entertainment e pubblicato esattamente nove anni fa sulla precedente generazione videoludica. Fu un gioco decisamente agrodolce: se da un lato era proposta l’ottima struttura GDR dei Fallout, d’altro canto il comparto tecnico era fin troppo vetusto, già vecchio perfino per PlayStation 3 e Xbox 360.

Nove anni dopo, quasi con tono di sana competizione Obsidian annuncia The Outer Worlds. Sin dal suo annuncio al recente E3, il titolo ha suscitato l’attenzione un po’ di tutti: in primis degli amanti dello stesso New Vegas, in quanto è innegabile la palese somiglianza, sia degli appassionati dei giochi di ruolo e degli FPS. L’obiettivo della software house era evidentemente quello di riportare nei nostri schermi un titolo che fosse simile a Fallout, ma che non fosse Fallout, con il forte desiderio di poter dimostrare tutto il proprio talento.

Versione provata: PS4

Il naufragar m’è dolce in questo iperspazio

La storia di The Outer Worlds si colloca in un futuro non ben definito in cui gli umani hanno colonizzato lo spazio, portandovi tutta la propria conoscenza e gettando le radici per una nuova vita al di fuori della Terra. Il nostro protagonista si trova sulla Speranza, un’astronave in viaggio verso la colonia di Alcione dove si svolgono le nostre gesta.

Alcione è un agglomerato di pianeti, una sorta di piccola galassia artificiale in cui gli esseri umani hanno costruito industrie e insediamenti al fine di sfruttare in modo massiccio le risorse locali. L’arrivo ad Alcione, però, non è rose e fiori: il viaggio è durato ben 70 anni e non 10 come previsto. Durante tutto quel tempo il protagonista e altri coloni sono stati ibernati: sarà Phineas, criminale ricercato in tutta la galassia, a svegliare il protagonista e coinvolgerlo nella ricerca di maggiori informazioni su quanto accaduto, alla scoperta di lotte di potere, intrighi e dissidi nei ranghi governativi più alti.

L’inizio della storia coincide ovviamente con la creazione del personaggio, attraverso un editor davvero ben fatto e approfondito a dovere. Oltre alla creazione del volto del nostro protagonista, possibile attraverso innumerevoli varianti, si potrà dare da subito l’impronta che si preferisce alla personalità e al nostro stile di gioco. In The Outer Worlds infatti non ci sono classi predefinite, ma spetta al giocatore decidere se puntare sui tratti di eloquenza, di furtività, di scienza oppure di combattimento nudo e crudo.

Criminali o eroi popolari: a voi la scelta

Prima di trattare il gameplay, riteniamo sia opportuno focalizzare l’attenzione sulla crescita del personaggio, intesa sia come redistribuzione di punti abilità e skills, sia come creazione di una reputazione pubblica. Sembra che Obsidian abbia puntato forte proprio sull’importanza del nostro protagonista nell’equilibrio complessivo della narrazione, molto influenzata dalle nostre decisioni e da come gestiremo ogni circostanza.

Partiamo dalle già citate abilità, in quanto la casa produttrice ha voluto snellire il sistema già visto nei Fallout e in altri GDR. Ad ogni livello si guadagnano 10 punti abilità, che possono essere redistribuiti attraverso i vari tratti. Come già detto, ogni tratto possiede delle sotto-categorie: un esempio è l’albero Comunicazione, dentro il quale troviamo Persuasione, Menzogna e Intimidazione. Ebbene, assegnando 1 punto al ramo Comunicazione verranno automaticamente potenziati anche i tre sotto-tratti: in tal senso la progressione è leggermente più veloce rispetto ad altri titoli, anche perché ogni sotto-ramo possiede un sistema di livelli. Nel caso della Persuasione ad esempio, al livello Apprendista (livello di abilità 20) si sbloccherà l’abilità Spavento.

Per ogni livello pari inoltre si otterrà 1 punto vantaggio, spendibile nell’apposita sezione Vantaggi che consente di ottenere vari perks, come la velocità di scatto aumentata, peso trasportabile aumentato e molto altro ancora. I vantaggi totali disponibili sono ben 42 suddivisi in tre classi.

Come dicevamo in precedenza, lo sviluppo dell’identità del nostro protagonista si articola anche attorno ad un sistema di reputazione: reputazione che è possibile plasmare attraverso i rapporti con le diverse fazioni. Si tratta di un sistema “classico”, già visto proprio su Fallout: New Vegas e ripreso in The Outer Worlds praticamente con gli stessi connotati.

Fallout sì, ma non troppo

Come dicevamo, a livello di gameplay è innegabile che The Outer Worlds abbia tratto ispirazione da Fallout. Ci troviamo dinanzi ad un gioco di ruolo puro, ricolmo di oggetti da raccogliere, di armature, armi e consumabili da sperimentare, di loot da nemici o dal mondo che ci circonda. Un mondo che ovviamente non impone grossi limiti al giocatore: stiamo parlando a tutti gli effetti di un open world con decine e decine di luoghi visitabili e di edifici esplorabili.

Cominciamo dalle somiglianze più marcate. I giocatori di Fallout (ma anche degli Elder Scrolls) noteranno immediatamente la barra “minimappa” posta in alto nell’HUD di gioco, che funziona proprio come nei titoli di Bethesda: una bussola che indica luoghi (esplorati e non esplorati) e nemici. E’ estremamente simile il loot, che si rifà in particolare a Fallout 4, con una finestrella che si apre ogni qualvolta viene puntato un recipiente/cadavere nemico; ma anche le schermate di dialogo, l’icona della furtività quando ci si accovaccia, i terminali informatici e molto altro ancora.

Una somiglianza chiarissima la si trova nella struttura delle quest, che propone il recupero di oggetti da zone popolate di nemici, l’affronto di bande di criminali oppure la risoluzione di un guaio informatico. In linea di massima possiamo dire di aver trovato maggior varietà rispetto ai Fallout, anche perché gli intrecci di trama sono molto più presenti e dipendono molto da come decidiamo di gestire l’andamento della quest: ogni missione è una storia a parte, e questo rende The Outer Worlds senza dubbio un titolo altamente rigiocabile.

Parlando di differenze, invece, possiamo sottolineare da subito un inventario ridisegnato per rimpiazzare l’assenza del Pip-Boy: siamo di fronte ad un classico inventario a blocchi, con gli oggetti suddivisi per categoria. Non c’è la terza persona, e il livello di interazione col mondo circostante è molto ridotta: non ci si può sedere, non si possono raccogliere oggetti secondari come bottiglie o tazze (e gli oggetti nell’inventario non si possono scartare, ma soltanto smantellare o aggiungere al blocco di rottami da vendere) e soprattutto non tutti gli edifici sono visitabili. Una peculiarità è rappresentata dai caricamenti, presenti ad esempio all’ingresso di una città, ma assenti per ogni casa o negozio al suo interno.

Lode al gioco di squadra, come nei cari vecchi GDR

Obsidian ha voluto tracciare un solco importante per differenziarsi dagli altri giochi di ruolo di questo tipo, inserendo un sistema di compagni che ricorda molto da vicino titoli come Dragon Age o, per chi gioca da più tempo, i vari Baldur’s Gate e simili. A differenza di Fallout quindi – dove era possibile arruolare un compagno e gestirne l’equipaggiamento, ma nulla di più – in questo caso ogni compagno è interamente gestibile dal giocatore, potendo decretarne i Vantaggi ad ogni progressione, le abilità da sbloccare, nonché il comportamento in battaglia e ovviamente l’equipaggiamento, e perfino impartire ordini in tempo reale.

I compagni arruolabili in tutto sono sei, ed è possibile portarne due ogni qualvolta si scende dall’aeronave per esplorare una zona: la loro icona e le loro barre di vita/energia appaiono sotto a quella del nostro PG, proprio come nei GDR di vecchio stampo. Chiaramente la scelta di un personaggio a discapito di un altro dipende dalle necessità del giocatore, che dovrà selezionarli in base alle skills acquisite e alle loro competenze: un esempio è Parvati, prima compagna di viaggio che incontrerete, molto abile nella tecnologia e in grado di riparare robot o di hackerare terminali.

La fauna e la flora più belle dell’Universo

A livello grafico The Outer Worlds propone un mix parecchio interessante, offrendo una veste grafica colorata e frizzante. L’aspetto positivo è proprio lo stile adoperato per i panorami di Alcione, che si inserisce in un qualcosa al limite tra Fallout: New Vegas e Borderlands (con un pizzico di No Man’s Sky, se vogliamo). Il risultato è un brillante mondo di gioco ricco di vegetazione e di bestie selvatiche dai toni fortemente marziani, in grado di rimandare subito al folklore della bibliografia fantascientifica basata sull’iperspazio.

Risultano molto meno ispirati gli interni, con abitazioni spesso esattamente identiche tra loro e quasi del tutto spoglie: l’unico motivo per visitarle è il loot da eventuali cestini o armadietti, ma per il resto si trova gran poco. Piccola parentesi: abbiamo notato in generale anche una lore “secondaria” ridotta. Se nei vari Fallout potevamo reperire libri e annotazioni da cassetti di case abbandonate, qui troveremo soltanto terminali con registrazioni e altri elementi testuali. La narrazione in questo modo passa per lo più attraverso le quest e l’utilizzo del codex, e i terminali informatici contengono quasi solamente testimonianze da cui prendere spunto per decidere il destino della missione.

Dobbiamo porre una critica anche nel comparto sonoro: i dialoghi sono eccezionali, stracolmi di ironia e sarcasmo, peccato che non vi sia il doppiaggio in italiano. Non sarebbe nemmeno un problema, se non fosse che i sottotitoli sono un po’ troppo piccoli e distolgono eccessivamente l’attenzione del giocatore dal volto dei personaggi con cui si parla. Se è vero che le animazioni facciali non sono all’ultimo grido, c’è da dire però che un’attenzione spostata quasi del tutto sui sottotitoli fa perdere quel pizzico di immersione nel contesto.

PUNTI DI FORZA

  • Un eccellente gioco di ruolo, approfondito e condito da meccaniche FPS interessanti
  • Formidabile la libertà di scelta concessa al giocatore, che avrà in mano le redini dell’intera storia
  • Gameplay più snello rispetto ai “cugini” della saga Fallout, ma per lunghi tratti più godibile
  • Altamente rigiocabile
  • Visivamente ispiratissimo: un New Vegas nello spazio era forse l’ambizione della maggior parte dei fan

PUNTI DEBOLI

  • Chi non ha apprezzato Fallout potrebbe non apprezzare The Outer Worlds allo stesso modo
  • Leggera carenza di lore, luoghi interni non sempre interessanti da esplorare
  • Nessun doppiaggio italiano e sottotitoli un po’ troppo piccoli

Crediamo sia chiaro il verdetto: The Outer Worlds è una piacevole sorpresa, un gioco di ruolo che ci si poteva aspettare da Bethesda ma che invece ha permesso a Obsidian di tornare sulla cresta dell’onda. Ci siamo trovati dinanzi ad un titolo equilibrato, che non richiede troppi sforzi (forse a discapito di qualche elemento, come la lore qualitativamente inferiore rispetto ad altri GDR) e che risulta di conseguenza più che godibile, sia dagli appassionati di Fallout, sia di altri giochi di ruolo. Con un doppiaggio in italiano avremmo avuto maggiore immersione, ma va riconosciuto che Obsidian ha lavorato a budget inferiori rispetto alla concorrenza, dunque senz’altro non ci si può lamentare.

A nostro modo di vedere, Bethesda dovrebbe dare un’occhiata approfondita a questo titolo: chissà, magari un giorno vedremo un nuovo Fallout creato a partire dalle solide basi di The Outer Worlds.



Studente universitario e gamer nel tempo libero, la sua passione videoludica non ha confini. Questa passione nasce a 4 anni, quando si ritrova a giocare Doom II su un vecchio computer acquistato dal padre. Appassionato di giochi open-world e GDR, le sue pietre miliari sono le serie di Grand Theft Auto, Fallout e The Elder Scrolls. A fianco di ciò, la tecnologia e lo sport giocano un ruolo fondamentale nei suoi interessi, ed adora restare informato sulle ultime novità nei rispettivi settori.